Archive for the 'Racconti Brevi' Category

04
Giu
13

La Bambola

La Bambola

Una sera me ne stavo per andare a nanna, quando la paura mi ha colto con le braghe calate.
Era il 1993. Era estate. I miei erano da qualche parte in Liguria, Sabrina era dai suoi parenti in campagna, i miei fratelli dispersi per il mondo. Era stata una serata medio-pigra, senza troppo alcool e senza troppi giri. Ero a casa verso la mezza. Dovevo andare al bagno. Mi spoglio, e mi ritrovo a braghe basse quando suona il telefono. È Marvello, uno dei miei folli amici. È solo anche lui e chiama per fare quattro chiacchiere telefoniche. Rinvio l’appuntamento col cesso, vada per le 4 chiacchiere. Ma mentre stiamo sparando le nostre cazzate, ecco che incomincio a sentirmi proprio niente bene. Dapprincipio lo attribuisco alla necessità di svuotarmi, ma secondo dopo secondo capisco che la cosa non è così semplice. Fa male la pancia, certo, ma non è solo un mal di pancia. Lo dico a Marvello. Non è che devi cagare? Dice lui. Devo cagare, ma non è quel mal di pancia, spiego. Poi capisco all’improvviso: ho paura. Proprio paura.
Avete presente quando da bambini si sta con le coperte rimboccate fino alle orecchie e si trattiene il respiro al buio perché così gli eventuali vampiri o mostri vari di passaggio non si accorgano e magari ci lascino stare? Ecco, più o meno quella lì. Non so se vi ricordate, ma prende proprio alla pancia. Credo sia per questo che si dice cagarsi sotto. Lo so cos’è il prolasso vagale dello sfintere, ma credo c’entri anche questa sensazione. Bhè, torniamo a noi. Ho paura, e cerco delle motivazioni valide. Dico a Marvello di stare all’apparecchio che vado a dare un occhio per casa. (L’idea era: forse non me ne sono accorto consciamente ma ho visto o sentito qualcosa di strano. Forse c’è un ladro in casa, e la cosa mi ha spaventato). Insomma giro per casa con una mazza da baseball in mano, accendo tutte le luci e apro tutte le porte, ma non c’è assolutamente nulla di fuori posto. A parte la mia pancia. Torno al telefono, non molto più tranquillo, sparo ancora tre cazzate e poi metto giù. Vado in bagno a cagare, e mi sembra che il mal di pancia sia migliorato. Ma quando torno nella mia stanza non va affatto bene. Uffa, dico, che cazzo c’è che non va? Chissà come, gli occhi mi cascano sulla copertina di un libro che ho in camera. C’è una bambola di ceramica in copertina, con la bocca sbrecciata. Quell’immagine mi si stampa in testa, ed il mio terrore ha un volto. Vedo, con dovizia di particolari, che quella bambola è in casa, e mi sta facendo la posta. È alta circa un metro e mezzo, e il suo forte è restare immobile al buio. Ma che cazzo vorrà da me una bambola di ceramica? Insomma, se devo proprio immaginare un mostro, perché non un bel mannaro di stagione? Quello se non altro mi morde, mi affetta con gli artigli e lo secco con un proiettile d’argento. Ma una bambola? Che accidenti può farmi? Mi piglia a testate di ceramica? Dico, non ha artigli, né denti. Come mai mi spaventa? E come la faccio fuori? Dite che una bella mazzata da baseball sul capoccione la mette K.O.? Ho come l’impressione che se mi arriva davanti non riuscirò proprio ad alzare la mazza da baseball. L’idea è che mi diventerebbe tremendamente pesante in pugno.
Me la vedo proprio bene: una bambola di ceramica, bocca sbrecciata. A guardare con attenzione deve avere delle macchioline di sangue sul volto. Come degli schizzi. E gli occhi sono vetri tondi colorati, viola scuro.
Devo essere fuori di testa, mi dico. Rido da solo, mi spoglio, mi faccio un’endovenosa di razionalità e mi infilo a letto. Ma quando spengo la luce tutti gli angoli bui mi sembrano troppo bui. Chiudo gli occhi e mi volto a pancia in giù. Solo dopo qualche secondo mi accorgo di non poter dormire con quel casino. C’è un rumore come un martello pneumatico. Il mio cuore. E il buio sembra davvero muoversi intorno a me. Come aspettando che io sia mezzo addormentato per saltarmi addosso. Dopo sarebbe arrivata lei, la bambola. Cazzo! Esclamo, alzandomi. Riaccendo la luce (e che nervi il sollievo che provo nel farlo) e mi guardo allo specchio: ho ancora 22 anni. Non sembro proprio un bambino tra i quattro e i sette. E allora che razza di pensieri mi faccio?
Vuoi tornare a letto? Fa’ pure. Ti aspetto quando avrai spento la luce.
E va bene. Se devo avere terrori da bambino, concludo, allora combatterò con armi da bambino. Raccatto nell’armadio un cinturone, una pistola a piombini, una tuta mimetica, la mazza da baseball (non si sa mai) e sono pronto. Rifaccio tutto il giro della casa come Rambo, spalancando le porte e accendendo la luce di scatto, pronto a fracassare quell’orrore di ceramica. Ma tutte le volte che richiudo le porte dietro di me, tutte le volte che spengo una luce, il buio con quello scomodo occupante ritorna ad essere minaccioso. È come cercare di sgonfiare un materassino senza aprire la valvola: riesco solo a spostare le mie paure da una stanza all’altra. Alla fine torno a barricarmi nella mia stanza, ma sono daccapo. In più il passare del tempo peggiora il mio stato di suggestione. Sono lì vestito da Rambo seduto sul letto e rifletto: se uno piglia l’LSD e gli va male vede un esercito di formiche che lo mangia vivo, e muore davvero di crepacuore. Se ora io mi suggestiono davvero con questa storia, è possibile che mi veda arrivare davvero una cazzo di bambola di ceramica? È possibile che mi saltino le coronarie? Non è un pensiero divertente. E d’improvviso il buio mi sembra premere contro la porta chiusa della mia stanza. Ora che ha l’avvallo di una teoria razionale, il panico sembra avere preso vigore. Se saltasse la luce proprio adesso? Acchiappo al volo il telefono e richiamo Marvello. Senti bello devo evacuare in fretta, ti scoccia molto venirmi a prendere? Ma sei fuori? Ero a letto. (Marvello abita a una decina di km da me) Marv davvero sono nei cazzi, dopo ti spiego tutto. Perché non vai da Mao? Anche lui è solo. (Mao abitava di fronte a me) Facciamo così Marv, io chiamo Mao. Se lo trovo e vado da lui ti richiamo entro una mezz’ora. Se non mi senti mandami una ambulanza, perché vuol dire che mi è successo qualcosa di brutto. Dici sul serio? Dico sul serio. Chiamo Mao. È in casa. Gli dico: senti devo filare di qui. Posso dormire da te? Mi dice: Ok. Mi porto la mazza da baseball, si sa mai. Circospetto ma veloce per il corridoio, mi chiudo la porta alle spalle con l’impressione che il buio prema dall’interno. Corro per le scale, esco nel giardino e raggiungo il cancello. L’aria della notte estiva è fresca, mi sento meglio. Sto per raggiungere il cancello del palazzo di Mao, quando sento una improvvisa fitta di panico alla pancia. Ancora prima di girarmi, so cosa vedrò. Ma non posso farne a meno, devo girarmi. E lo faccio. Tra le piante che affollano il mio balcone, una macchia tonda, bianca, mi osserva. Alla luce della luna non posso essere certo se è una mia immaginazione, ma mi pare che stia sorridendo con la bocca sbrecciata. E che gli occhi mandino riflessi di vetro colorato.
Aspetto qui.
Con i brividi lungo la schiena, gli alzo un bel medio. Poi salgo da Mao.

Il giorno seguente ho preso un bel foglio di carta da pacchi e lo ho fissato con delle puntine. Ho preso gli oli e mi sono messo al lavoro. Due giorni dopo la bambola mi sorrideva dalla parete, con il faccione tondo, la bocca sbrecciata, gli schizzi rossi e gli occhi vitrei violacei. L’ho sistemata sopra lo specchio in camera mia. Così dal letto la vedo e posso augurargli buona notte ogni sera. Se gli metto sotto una candela sembra che muova gli occhi. Tutti quelli che hanno visto il quadro dicono provochi un certo disagio. Alcune ragazze mi hanno chiesto di levarlo dalla stanza. Selene ne era terrorizzata. A me ora non dà alcun fastidio.
È alle mie spalle mentre scrivo. Non può farmi alcun male, ormai.
Me la sono mangiata io.

Stefano Re © 1997
da Tracce

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24
Mag
13

Sveglio, di nuovo

30
Mar
13

Di chi è il mondo

03
Dic
12

Sveglio, di nuovo

Sveglio?

Ho sognato che lavavo vestiti e stoviglie nella vasca da bagno. Stavo discutendo con una donna (mia nonna? Mia madre? Una sconosciuta? Chi cazzo era?) se il detersivo dei piatti e quello degli indumenti insieme fossero problematici, ma lei non capiva la mia domanda. È lì che ho notato che nell’acqua si muovevano delle bestioline strane, col dorso rosso scuro segmentato e tante piccole zampette. Ho pucciato un dito nell’acqua e una di quelle cose mi si è infilata nella pelle, faceva male. L’ho spremuta fuori e dicevo alla donna in questione (una amica? Una amante? Una ex? Chi cazzo era?) di ammazzarla quando sarebbe uscita, ma quella restava ingrippata abbracciata a se stessa come terrorizzata – che pena mi ha fatto. La bestiaccia l’ho spremuta fuori e ho tentato di ammazzarla subito, ma quella ha aperto le ali e bzzzz è volata in giro. Volavano, quelle piccole bastarde.

Io non posseggo una vasca da bagno.

© Stefano Re 2012

12
Nov
12

Pensieri Sbagliati

Pensieri Sbagliati

Hai presente il piacere che monta e che sale e ti accorgi che il ritmo è lo stesso per lei. E simbiosi e condivisione e che bello sentirla che geme pregusti il momento che sarà tuo e suo.

Pensieri sbagliati s’infilano, come a dire perfetto, è troppo perfetto è PER QUESTO che vale la pena lordarlo. Hai presente le macchine nuove e brillanti e l’idea di coprirle di melma? O la mano perfetta e la voglia di giocartela male? Lasciare quei piatti sporchi di cibo nel lavandino, tracciare orme di fango sui pavimenti brillanti e ballare la polka in una cristalleria.
Quando sai che un giocattolo è tuo?
Finché ci giochi potrebbero avertelo prestato. Finché ne hai cura potrebbe essere di chiunque. Un giocattolo è tuo quando hai pieno diritto di romperlo. E c’è solo un modo di dimostrare questo diritto.

Un colpo di reni, violento e improvviso, per rompere un ritmo perfetto. Lei geme e mi guarda come a dire perché.
Non so se ce la faccio… – sussurro, e non è affatto vero.
Lei geme, mi sbircia socchiusa. È paura o è piacere che leggo? Un colpo e due colpi e tre colpi veloci poi sfuggo, rientro, mi fermo in attesa e la sento vibrare e bollire attorno al mio sesso.
Non so se riesco ad attendere finché non vieni… – sussurro, e sto mentendo.
Un colpo veloce, due colpi, si inarca e il piacere risale. Mi fermo, sentendo che vibra e che chiede che implora che prega per un altro mezzo minuto. Immobile, osservo il suo fuoco. Pregami, dài. Come una bandiera sul palo si gira e si sfrega nel vento ma resta a garrire nel cielo – come una farfalla che sbatte le ali inchiodata e già pronta da esporre.
No.. decisamente non credo che ci riuscirò – sussurro, e sorrido perché capisca che sto mentendo.
Mi spingo di nuovo dentro di lei, a fondo, brutalmente, e lei è tutto cedere e sciogliersi. Ancora un colpo, la sento vibrare e inarcarsi, le sfuggo sentendo il piacere che sale violento – mi tolgo dal nido che brucia e che sembra urlare – in un attimo sono sulla sua faccia stupita e davanti ai suoi occhi sgranati mi tocco ridendo. E la spruzzo. E godo. E rido. Apre la bocca, ma le prendo gli occhi che vorrebbe tenere aperti e non può più.
Marchiata di sperma bollente che geme e sta vibrando ad un passo dal piacere, si agita sotto di me e la mia mano si muove da sola e le sfrego lo sperma sulla bocca, caldo e vischioso sulle gote, sugli occhi, sul naso. Lei cerca di leccare, accecata di sperma la sua lingua si muove in cerca di sollievo e di scatto le mollo un ceffone.
Gratuito. Perfido. Forte, e uno solo.
Sorpresa, spaventata, spalanca gli occhi pieni di sperma e mi guarda sorridere con cattiveria. La mia mano indipendente corre tra le sue gambe. Pulsa, rovente. Geme, e il suo gemito è un universo intero.

Oh bruciante sorpresa
Oh divinità ingiuste e crudeli
Oh maschio bastardo
Oh luna muta e remota
Oh ferocia di piacere mancato

Sulla mano si raffredda, appiccicoso, il mio sperma. La porto alle sue labbra, le apre spaventata, ubbidiente, bruciante. Non c’è alcun bisogno di dirlo ma lo dico:
Lecca, troia.
E lei lecca
Lecca, cagna.
Mi è venuto duro di nuovo, penso che la frusterò.

© Stefano Re 2005

01
Set
11

ParanoiDay

image

Oggi mi sono svegliato con la paranoia e ho deciso che un giorno ogni tanto se lo merita per cui la coltivo.

Oggi penso che stiate tutti mentendomi. Molti di voi nemmeno esistono, fingete. E se esistete non fate quel che dite di fare. (omissis) non è una agente letteraria, è un camionista bulgaro di 34 anni, amico d’infanzia di Herbert Ballerina. (omissis) è un gay represso che si è inventato un personaggio femminile nevrotico per vivere le perversioni della sua anima nascosta ma ormai ne è prigioniero. (omissis) è davvero una donna, ma i suoi capelli non sono tinti come sembrano, sono biondi naturali decolorati e poi ritinti per suscitare scalpore. (omissis) non è un simpatico buttafuori bolognese, è un paraplegico dotato di poteri telecinetici che indaga da anni sulla sparizione di Emanuela Orlandi e mi ritiene – giustamente – implicato nel caso. (omissis) non è un produttore cinematografico interessato ai miei libri, è un nano sordomuto segretamente innamorato della mia vicina di casa ed è a lei che vuole arrivare corteggiando me.

La mia ragazza in realtà è mia nonna.

E io in effetti sono un clone di Hitler malriuscito e rimasto in magazzino per tanto tempo, recuperato dalla CIA e dal vaticano e rimesso in funzione per scoprire i segreti delle teorie genetiche del Terzo Reich in un esperimento controllato. I miei genitori lo sapevano, erano al soldo del KGB però, e passavano informazioni a loro sottobanco. Quando li hanno scoperti li hanno fatti rapire da agenti israeliani per una settimana (altro che crociera a Malta, nel ‘95) e li hanno riprogrammati usando le tecniche apprese dagli alieni catturati nell’area 51. Ecco perché mio padre da allora scuote sempre il contenitore del sale quando siede a tavola. Mio fratello, il Drugo, non vive davvero in Brasile: è sotto processo a Bagdad per la sua collaborazione col Mullah Omar. Il Brasile in realtà è stato devastato da esperimenti con armi batteriologiche ventitré anni fa e da allora ospita soltanto insetti luminescenti.

Inutile mentire ancora, vi ho beccato.
Uno dei miei gatti è una proiezione olografica, l’altro in realtà è Stanislao Moulinsky.
Ma non mi fregate più: ormai ho visto la luce.

01
Set
11

E tutta quella neve

È andata così.
Da ragazzino capitava spesso: gita in montagna, neve e quindi sciare che lo sport ah lo sport è un toccasana per la crescita, dicono. E così spesso capitava: sci, scarponi, sciolina, attacchi, skilift, cartellino scemo attaccato alla fibbia della giacca a vento e grossi occhialoni con le lenti gialle.
Ma adesso tutto questo tralasciamolo, che voglio raccontarvi di come ho smesso.
Ero in coda, con tutti gli altri, a muovere i piedi a papera come una donna incinta cercando di evitare di posare il prolungamento legnoso e plastico dei miei piedi sul prolungamento legnoso e plastico dei piedi degli altri codisti, che sennò erano graffi e litigate, e la mia testa come sempre fa s’è messa a vagare di suo. Vagava, la mia testa, e mi son visto proprio com’ero, infagottato in piumini e pail con le labbra bianche di protettivo ad avanzare come nonna papera incinta verso lo skilift. E continuavo a vedermi, mentre un poveraccio spinzettava un buchetto nel cartoncino appesa alla zip della mia piumata coperta e io acchiappavo al volo con grossi guanti gommosi un cerchietto di plastica a imbuto infilandomelo allegramente tra le chiappe per poi venirne trascinato su su su lungo il pendio innevato. E mi osservavo ancora mentre salivo così, con attaccati ai piedi due pezzi di legno e plastica ancorati alle più grosse scarpe di plastica rigida imbottita che si possano usare su questo pianeta, su su coll’imbuto nel culo per arrivare in alto, dove poi la mia fervida mente mi vedeva già pronto a sciabordare a zig zag – ma anche dritto come un fuso a tratti, sfidando il nevischio sottile che punge qualche scorcio di pelle rimasto esposto, solo per raggiungere di nuovo una spianata dove fermarsi con eleganza per rimettermi in coda giocando a nonna papera. E mi son detto: ma che cazzo sto facendo?
Quando sono arrivato in cima alla pista ho sganciato gli sci, me li sono messi in spalla e sono sceso a piedi, ridendo. Non ho più sciato.




Stefano Re

Questo Blog raccoglie racconti, riflessioni, illazioni, delazioni e deliri di Stefano Re.

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novembre: 2017
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