Archivio per giugno 2013

30
Giu
13

Molti nomi, sono nessun nome.

enemy

Il nemico non è l’ideologia.
Non è la religione, non è una razza, non è un club privato né una lobby né un clan.

Il nemico c’è, e la sua natura è perversa.
Perversa, perché nasce per servire la nostra vita, e poi la rende schiava. Nasce per migliorarci e offrirci opportunità, e poi ci rende miseri e ci costringe a scelte a lui funzionali.
Perversa, perché non ha un volto, una identità: ruba ogni volto, ruba ogni identità. Nasce servendola, nell’illusione di darle più spazio e agio, poi la schiaccia e la rende sua, distruggendo facce e idee.
Perversa, perché risorge sempre, non vive in un corpo, emerge da qualsiasi corpo e lo fa suo strumento. E per quanti corpi asserviti vengano sconfitti, lui non muore mai: trasmigra nel corpo di chi lo ha appena sconfitto.

Il nemico ha molti nomi: molti nomi, sono nessun nome.
Si chiama denaro, si chiama moda, si chiama politica, si chiama cultura, si chiama tradizione, si chiama convenienza, si chiama buonsenso. E appena viene sconfitto, si chiama rabbia, si chiama rivoluzione, si chiama cambiamento, si chiama nuova speranza.
Non appena diviene tramonto, ecco che si chiama alba.

Il nemico c’è, ha un’anima ed ha un nome.
La sua anima è: codardia.
Il suo nome è: struttura.

Il nemico, siamo noi.

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05
Giu
13

Il punto è che

il punto

Il punto è che.

Mi fanno notare che “sembra tu sia un esperto di Antartide, come mai ti appassioni tanto a questo argomento?” quando ecco non è affatto così. Dell’Antartide a me non importa proprio un cazzo. Né dei ghiacci in generale, né del surriscaldamento globale, che ci sia o che non ci sia.
Il fatto è che io scrivo sempre la stessa identica cosa.

Quando dico che la realtà è una opinione e che scegliersela è un atto di responsabilità.
Quando dico che se un partigiano stupra e tortura sarà anche un partigiano ma resta un criminale e non mi pare una buona idea incensarlo come eroe della patria.
Quando dico che la scienza è un modo di pararsi il culo esattamente come la religione, la stregoneria, l’ideologia politica, il tifo sportivo o la fede in Elvis Presley.
Quando dico che abbiamo perduto il senso della forza e del suo uso.
Quando parlo dei Drive.
Quando parlo di Memento o di Fight Club o degli zombie di Romero.
Quando parlo di sessualità alternativa.
Quando affermo che il BENE e il MALE son roba nostra che ci tocca definire e che se li vogliamo soltanto sentire arrivare da dio e ripeterli pari pari allora siamo delle radio e non degli esseri pensanti.

Il punto è che.

Se dico che mi suona strano che ci sia un riscaldamento globale mentre il ghiaccio aumenta anziché diminuire mi si risponde: ah, vuoi fare l’uno contro tutti?
Il punto è che se sono TANTI GIORNALISTI a dire che il ghiaccio si sta sciogliendo allora conta di più di quel che dicono i POCHI scienziati che al polo sud ci vivono? Il punto è che se in dio ci crede TANTA gente da TANTO tempo allora cazzo dio c’è di più. O anche che la tua teoria dei drive è originale, troppo originale: chi credi di essere per azzardare una teoria tua sull’evoluzione del genere umano?
Il punto è che ripetere che Brawndo è quello che vogliono le piante perché ha gli elettroliti è facilissimo. Azzardarsi a provare con l’acqua invece non è per niente facile, perché non lo dice nessun altro. Diventa possibile solo quando qualcuno afferma che sa parlare con le piante e che quelle vogliono l’acqua, perché lì entra in ballo la fede nel potere superiore. Ma se occorre ragionarci sopra con la propria testa no, cazzo, così è pericoloso: così c’è corresponsabilità.

Firmavo tempo addietro con “il mio obbiettivo non è vincere, è evolvere” e ci credo ancora molto: vincere e perdere è un gioco anche divertente, ma tremendamente paralizzante. Poi vabbé, tutto si può rileggere come pare e piace, e a chi fa piacere così può leggere questo post come un auto pompino. O persino come un ribadire i contenuti che ho accennato in giro (e questa lettura sì, questa è davvero degna di Idiocracy).

Per gli altri, quelli che magari ci leggono qualcosa di diverso, lo spunto per valutare quanto la struttura del pensiero sia una trappola, il suo contenuto semplice formaggio sul meccanismo di scatto.

Stefano Re ©2008

04
Giu
13

La Bambola

La Bambola

Una sera me ne stavo per andare a nanna, quando la paura mi ha colto con le braghe calate.
Era il 1993. Era estate. I miei erano da qualche parte in Liguria, Sabrina era dai suoi parenti in campagna, i miei fratelli dispersi per il mondo. Era stata una serata medio-pigra, senza troppo alcool e senza troppi giri. Ero a casa verso la mezza. Dovevo andare al bagno. Mi spoglio, e mi ritrovo a braghe basse quando suona il telefono. È Marvello, uno dei miei folli amici. È solo anche lui e chiama per fare quattro chiacchiere telefoniche. Rinvio l’appuntamento col cesso, vada per le 4 chiacchiere. Ma mentre stiamo sparando le nostre cazzate, ecco che incomincio a sentirmi proprio niente bene. Dapprincipio lo attribuisco alla necessità di svuotarmi, ma secondo dopo secondo capisco che la cosa non è così semplice. Fa male la pancia, certo, ma non è solo un mal di pancia. Lo dico a Marvello. Non è che devi cagare? Dice lui. Devo cagare, ma non è quel mal di pancia, spiego. Poi capisco all’improvviso: ho paura. Proprio paura.
Avete presente quando da bambini si sta con le coperte rimboccate fino alle orecchie e si trattiene il respiro al buio perché così gli eventuali vampiri o mostri vari di passaggio non si accorgano e magari ci lascino stare? Ecco, più o meno quella lì. Non so se vi ricordate, ma prende proprio alla pancia. Credo sia per questo che si dice cagarsi sotto. Lo so cos’è il prolasso vagale dello sfintere, ma credo c’entri anche questa sensazione. Bhè, torniamo a noi. Ho paura, e cerco delle motivazioni valide. Dico a Marvello di stare all’apparecchio che vado a dare un occhio per casa. (L’idea era: forse non me ne sono accorto consciamente ma ho visto o sentito qualcosa di strano. Forse c’è un ladro in casa, e la cosa mi ha spaventato). Insomma giro per casa con una mazza da baseball in mano, accendo tutte le luci e apro tutte le porte, ma non c’è assolutamente nulla di fuori posto. A parte la mia pancia. Torno al telefono, non molto più tranquillo, sparo ancora tre cazzate e poi metto giù. Vado in bagno a cagare, e mi sembra che il mal di pancia sia migliorato. Ma quando torno nella mia stanza non va affatto bene. Uffa, dico, che cazzo c’è che non va? Chissà come, gli occhi mi cascano sulla copertina di un libro che ho in camera. C’è una bambola di ceramica in copertina, con la bocca sbrecciata. Quell’immagine mi si stampa in testa, ed il mio terrore ha un volto. Vedo, con dovizia di particolari, che quella bambola è in casa, e mi sta facendo la posta. È alta circa un metro e mezzo, e il suo forte è restare immobile al buio. Ma che cazzo vorrà da me una bambola di ceramica? Insomma, se devo proprio immaginare un mostro, perché non un bel mannaro di stagione? Quello se non altro mi morde, mi affetta con gli artigli e lo secco con un proiettile d’argento. Ma una bambola? Che accidenti può farmi? Mi piglia a testate di ceramica? Dico, non ha artigli, né denti. Come mai mi spaventa? E come la faccio fuori? Dite che una bella mazzata da baseball sul capoccione la mette K.O.? Ho come l’impressione che se mi arriva davanti non riuscirò proprio ad alzare la mazza da baseball. L’idea è che mi diventerebbe tremendamente pesante in pugno.
Me la vedo proprio bene: una bambola di ceramica, bocca sbrecciata. A guardare con attenzione deve avere delle macchioline di sangue sul volto. Come degli schizzi. E gli occhi sono vetri tondi colorati, viola scuro.
Devo essere fuori di testa, mi dico. Rido da solo, mi spoglio, mi faccio un’endovenosa di razionalità e mi infilo a letto. Ma quando spengo la luce tutti gli angoli bui mi sembrano troppo bui. Chiudo gli occhi e mi volto a pancia in giù. Solo dopo qualche secondo mi accorgo di non poter dormire con quel casino. C’è un rumore come un martello pneumatico. Il mio cuore. E il buio sembra davvero muoversi intorno a me. Come aspettando che io sia mezzo addormentato per saltarmi addosso. Dopo sarebbe arrivata lei, la bambola. Cazzo! Esclamo, alzandomi. Riaccendo la luce (e che nervi il sollievo che provo nel farlo) e mi guardo allo specchio: ho ancora 22 anni. Non sembro proprio un bambino tra i quattro e i sette. E allora che razza di pensieri mi faccio?
Vuoi tornare a letto? Fa’ pure. Ti aspetto quando avrai spento la luce.
E va bene. Se devo avere terrori da bambino, concludo, allora combatterò con armi da bambino. Raccatto nell’armadio un cinturone, una pistola a piombini, una tuta mimetica, la mazza da baseball (non si sa mai) e sono pronto. Rifaccio tutto il giro della casa come Rambo, spalancando le porte e accendendo la luce di scatto, pronto a fracassare quell’orrore di ceramica. Ma tutte le volte che richiudo le porte dietro di me, tutte le volte che spengo una luce, il buio con quello scomodo occupante ritorna ad essere minaccioso. È come cercare di sgonfiare un materassino senza aprire la valvola: riesco solo a spostare le mie paure da una stanza all’altra. Alla fine torno a barricarmi nella mia stanza, ma sono daccapo. In più il passare del tempo peggiora il mio stato di suggestione. Sono lì vestito da Rambo seduto sul letto e rifletto: se uno piglia l’LSD e gli va male vede un esercito di formiche che lo mangia vivo, e muore davvero di crepacuore. Se ora io mi suggestiono davvero con questa storia, è possibile che mi veda arrivare davvero una cazzo di bambola di ceramica? È possibile che mi saltino le coronarie? Non è un pensiero divertente. E d’improvviso il buio mi sembra premere contro la porta chiusa della mia stanza. Ora che ha l’avvallo di una teoria razionale, il panico sembra avere preso vigore. Se saltasse la luce proprio adesso? Acchiappo al volo il telefono e richiamo Marvello. Senti bello devo evacuare in fretta, ti scoccia molto venirmi a prendere? Ma sei fuori? Ero a letto. (Marvello abita a una decina di km da me) Marv davvero sono nei cazzi, dopo ti spiego tutto. Perché non vai da Mao? Anche lui è solo. (Mao abitava di fronte a me) Facciamo così Marv, io chiamo Mao. Se lo trovo e vado da lui ti richiamo entro una mezz’ora. Se non mi senti mandami una ambulanza, perché vuol dire che mi è successo qualcosa di brutto. Dici sul serio? Dico sul serio. Chiamo Mao. È in casa. Gli dico: senti devo filare di qui. Posso dormire da te? Mi dice: Ok. Mi porto la mazza da baseball, si sa mai. Circospetto ma veloce per il corridoio, mi chiudo la porta alle spalle con l’impressione che il buio prema dall’interno. Corro per le scale, esco nel giardino e raggiungo il cancello. L’aria della notte estiva è fresca, mi sento meglio. Sto per raggiungere il cancello del palazzo di Mao, quando sento una improvvisa fitta di panico alla pancia. Ancora prima di girarmi, so cosa vedrò. Ma non posso farne a meno, devo girarmi. E lo faccio. Tra le piante che affollano il mio balcone, una macchia tonda, bianca, mi osserva. Alla luce della luna non posso essere certo se è una mia immaginazione, ma mi pare che stia sorridendo con la bocca sbrecciata. E che gli occhi mandino riflessi di vetro colorato.
Aspetto qui.
Con i brividi lungo la schiena, gli alzo un bel medio. Poi salgo da Mao.

Il giorno seguente ho preso un bel foglio di carta da pacchi e lo ho fissato con delle puntine. Ho preso gli oli e mi sono messo al lavoro. Due giorni dopo la bambola mi sorrideva dalla parete, con il faccione tondo, la bocca sbrecciata, gli schizzi rossi e gli occhi vitrei violacei. L’ho sistemata sopra lo specchio in camera mia. Così dal letto la vedo e posso augurargli buona notte ogni sera. Se gli metto sotto una candela sembra che muova gli occhi. Tutti quelli che hanno visto il quadro dicono provochi un certo disagio. Alcune ragazze mi hanno chiesto di levarlo dalla stanza. Selene ne era terrorizzata. A me ora non dà alcun fastidio.
È alle mie spalle mentre scrivo. Non può farmi alcun male, ormai.
Me la sono mangiata io.

Stefano Re © 1997
da Tracce

02
Giu
13

Il Jazz del perché

il jazz del perché

Un occhio decide di osservare? Può chiudersi oppure aprirsi, guardare di qui o di là, ma decidere di osservare non lo riguarda proprio: è una domanda che non c’è.*

Il “perché” è una domanda che non c’è – se ti piace la filosofia. Oppure che questi dati concettuali si relazionano tra loro sotto il metro di Plank, se preferisci la Scienza.

Ma si può passare oltre, si può pensare senza avere più bisogno di un perché.

Eccoci un ulteriore metalivello: dal posso (livello della misura) al voglio (livello dell’espansione) il sono è viziato da malattie differenti – tra cui i tuoi “perché”. Se però passi al devo (livello di chiusura del cerchio) ecco che la tua risposta torna d’attualità: sei l’unica cosa che sei (e dunque il mondo è ciò che è) perché così ti sei attuato.

*al riguardo, io trovo davvero curiosa la fallacia della domanda assurda. Il fatto è che gli esseri umani hanno questa curiosa tendenza a ripetere coattivamente un modello di interpretazione quando ha dato loro soddisfazione, anche però fuori dei regni in cui esso ha dominio. La domanda “perché” è difatti uno strumento di grande valore finché il terreno su cui si posa ha forme che la nostra mente è in grado di possedere. Serve al bambino per definire le misure del suo mondo percettivo e quindi posizionarsi in esso. Insomma il “perché” non è una vera domanda (come tale non ha mai risposta) è un segugio che ci conduce fino ai limiti del misurabile. Poi però va lasciato lì: spostare la domanda “perché” oltre il dominio del formalizzabile NON è come insistere a voler misurare la distanza tra due gluoni con un righello di 15 cm, che pur impossibile è una questione di mera scala (size matters insomma), è come voler prendere con le mani un raggio di luce.

Il bello è che, a domanda impossibile, l’essere umano trova coerentemente risposta impossibile:
– perché esiste l’universo?
– Dio!
🙂




Stefano Re

Questo Blog raccoglie racconti, riflessioni, illazioni, delazioni e deliri di Stefano Re.

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