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Take Shelter

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Siamo nel 2012, e tira un vento di tempesta.

Nel film questa tempesta vive nei sogni, o negli incubi, di un americano di provincia, un uomo medio e tranquillo, che tutto vorrebbe tranne che diventare “speciale”. Ma agli incubi non si comanda, e quando diventano ossessivi, la linea tra realtà, sogno e preveggenza non sembra più distinguibile.

Un film questo in cui molte linee sembrano venir messe in discussione. Il confine tra ragionevole preoccupazione e schizofrenia, ad esempio, ma anche quello tra fiducia e discriminazione. O tra chi sente e ripete un dato di realtà acquisito e condiviso e chi ne sente e vede un altro, apparentemente folle, eppure più vivido di ogni altra cosa. Ancora, e forse più a fondo di ogni altro, il limite tra chi è “normale” nei suoi sogni, nelle sue paure e nei suoi comportamenti, e chi normale non riesce più ad esserlo, e si trova a dover decidere tra ciò che *sente* essere un pericolo incombente ma al tempo stesso appare completamente irreale – e ciò che per tutti gli altri è consuetudine, è affidabilità, è sanità mentale.

Se un individuo inizia ad avere delle motivazioni non “socialmente accettate” per temere qualcosa, e agisce di conseguenza, viene preso per matto dalla comunità che lo circonda. Il processo in sé è palese e anche condivisibile, ma allora, il fatto che la tempesta poi arrivi O non arrivi è quel che decide se era matto o no?

E ancora, se poi la tempesta arriva, e lui matto non è ma un “profeta”, d’improvviso sono matti tutti gli altri, che invece di costruirsi rifugi lavoravano, facevano shopping con o senza carte di credito e si riunivano a cene del Lion’s per “fare qualcosa di normale”?

In questi termini l’angoscia del disastro globale che monta di questi tempi, aldilà dei Maya e di varie profezie occasionali, si legge anche come una crescente e sempre più diffusa sensazione che il sistema di vita in cui abbiamo finora giocato “secondo le regole” sta andando in frantumi, politicamente ed economicamente, e che sempre più persone ne annunciano il tonfo come una vera e propria catastrofe di proporzioni bibliche – con o senza tsunami. E quindi forse il senso del film filtra anche metaforicamente su questo livello, in cui ci si può domandare se siano tutti “paranoici” quelli che avvertono che il danaro stampato dalle banche è solo un sistema di debito, e che questo sistema sta collassando con tutti gli stati che ne sono diventati schiavi, e che forse il botto sarà pesante.

Ed ecco che Curtis si trova fiondato in questa terra di nessuno, a cavallo tra visioni terrificanti e scelte quotidiane, tra la possibilità di salvare chi ama da una catastrofe e quella di essere, semplicemente, malato di mente.

Su questa linea sottile muove i suoi passi per tutta la vicenda, senza davvero decidere da che parte stare. Chiede aiuto a dottori e psichiatri, ma investe ogni suo risparmio per costruire un rifugio, mettendo in gioco la sua dignità, il suo lavoro, ogni cosa.

Nel sostegno di sua moglie egli giocherà le sue ultime carte, un sostegno senza cui null’altro avrebbe senso per lui. E che sia per decidere come curarsi o se ciò che vede è reale, fino alla fine, solo l’ok di Samantha conta davvero.

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1 Response to “Take Shelter”


  1. 1 Red Morgan
    17 luglio 2016 alle 14:48

    A volte non potevo permettermi di sacrificare a nessun lavoro, sia mentale che materiale, il fiore del momento presente. Amo che ci sia un largo margine di respiro, nella mia vita. Talvolta, qualche mattina d’estate, dopo aver fatto il solito bagno, sedevo sulla soglia della capanna, dall’alba al tramonto, rapito in fantasticherie, tra i pini e i noci americani e i sommacchi, in solitudine e silenzio indisturbati, mentre gli uccelli cantavano attorno o svolazzavano quieti per la casa, finché, o il sole che penetrava attraverso la mia finestra a occidente, o il rumore del carro di qualche viaggiatore, lontano, sulla strada maestra, mi facevano ricordare lo scorrere del tempo. In quelle stagioni io crebbi come il grano di notte – ed esse erano molto meglio di qualsiasi lavoro manuale. Quel tempo non fu sottratto alla mia vita, ma mi veniva concesso in sovrappiù, oltre a quello che usualmente mi è elargito. Capii cosa gli Orientali intendano per contemplazione e abbandono del lavoro. Per la maggior parte, non mi curavo che le ore passassero. Il giorno avanzava come per illuminare qualche mio lavoro; era mattina e guarda! adesso è sera, e io non ho fatto nulla degno di nota. Invece di cantare come gli uccelli io sorridevo alla mia fortuna. Come il passero emetteva i suoi trilli, sopra il noce, davanti alla mia porta, così, dal mio nido, io lanciavo i miei gridi o i miei canti sommessi, che egli poteva udire.
    […]
    Agli occhi dei miei concittadini, questo mio modo di vivere appariva, senza dubbio, estremamente ozioso; ma se, invece, i fiori e gli uccelli avessero pensato di giudicarmi in base alla loro maniera di vivere, certamente non sarei stato trovato in difetto. L’uomo deve trovare in se stesso le occasioni di elevarsi, è vero; il giorno naturale è molto calmo, e difficilmente gli rimprovererà questa indolenza. Rispetto a quelli che erano obbligati ad andare in società o a teatro per divertirsi, io, nella mia maniera di vivere, avevo per lo meno il vantaggio che la mia vita stessa era diventata il mio divertimento, e che non cessava mai d’essere nuova.
    (Tratto da: Henry David Thoreau, Walden o Vita nei boschi)

    E non serve aggiungere altro.


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Stefano Re

Questo Blog raccoglie racconti, riflessioni, illazioni, delazioni e deliri di Stefano Re.

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