Archive for the 'Tre settimane fa mi sono suicidato' Category

14
Lug
16

Take Shelter

2011_take_shelter_002

Siamo nel 2012, e tira un vento di tempesta.

Nel film questa tempesta vive nei sogni, o negli incubi, di un americano di provincia, un uomo medio e tranquillo, che tutto vorrebbe tranne che diventare “speciale”. Ma agli incubi non si comanda, e quando diventano ossessivi, la linea tra realtà, sogno e preveggenza non sembra più distinguibile.

Un film questo in cui molte linee sembrano venir messe in discussione. Il confine tra ragionevole preoccupazione e schizofrenia, ad esempio, ma anche quello tra fiducia e discriminazione. O tra chi sente e ripete un dato di realtà acquisito e condiviso e chi ne sente e vede un altro, apparentemente folle, eppure più vivido di ogni altra cosa. Ancora, e forse più a fondo di ogni altro, il limite tra chi è “normale” nei suoi sogni, nelle sue paure e nei suoi comportamenti, e chi normale non riesce più ad esserlo, e si trova a dover decidere tra ciò che *sente* essere un pericolo incombente ma al tempo stesso appare completamente irreale – e ciò che per tutti gli altri è consuetudine, è affidabilità, è sanità mentale.

Se un individuo inizia ad avere delle motivazioni non “socialmente accettate” per temere qualcosa, e agisce di conseguenza, viene preso per matto dalla comunità che lo circonda. Il processo in sé è palese e anche condivisibile, ma allora, il fatto che la tempesta poi arrivi O non arrivi è quel che decide se era matto o no?

E ancora, se poi la tempesta arriva, e lui matto non è ma un “profeta”, d’improvviso sono matti tutti gli altri, che invece di costruirsi rifugi lavoravano, facevano shopping con o senza carte di credito e si riunivano a cene del Lion’s per “fare qualcosa di normale”?

In questi termini l’angoscia del disastro globale che monta di questi tempi, aldilà dei Maya e di varie profezie occasionali, si legge anche come una crescente e sempre più diffusa sensazione che il sistema di vita in cui abbiamo finora giocato “secondo le regole” sta andando in frantumi, politicamente ed economicamente, e che sempre più persone ne annunciano il tonfo come una vera e propria catastrofe di proporzioni bibliche – con o senza tsunami. E quindi forse il senso del film filtra anche metaforicamente su questo livello, in cui ci si può domandare se siano tutti “paranoici” quelli che avvertono che il danaro stampato dalle banche è solo un sistema di debito, e che questo sistema sta collassando con tutti gli stati che ne sono diventati schiavi, e che forse il botto sarà pesante.

Ed ecco che Curtis si trova fiondato in questa terra di nessuno, a cavallo tra visioni terrificanti e scelte quotidiane, tra la possibilità di salvare chi ama da una catastrofe e quella di essere, semplicemente, malato di mente.

Su questa linea sottile muove i suoi passi per tutta la vicenda, senza davvero decidere da che parte stare. Chiede aiuto a dottori e psichiatri, ma investe ogni suo risparmio per costruire un rifugio, mettendo in gioco la sua dignità, il suo lavoro, ogni cosa.

Nel sostegno di sua moglie egli giocherà le sue ultime carte, un sostegno senza cui null’altro avrebbe senso per lui. E che sia per decidere come curarsi o se ciò che vede è reale, fino alla fine, solo l’ok di Samantha conta davvero.

Annunci
06
Ago
09

Tre settimane fa mi sono suicidato

(–> parte I.)

II.

Perché avevo quelle pillole è un po’ imbarazzante da spiegare, comunque ce le avevo. Frugando nell’armadietto dei medicinali ne ho scovate tre scatole che potevano andar bene per la cosa: due di un sedativo molto forte il cui nome davvero mi son dimenticato e una di Xanax. Bel nome, Xanax, mi fa venire in mente qualche pianeta di qualche serie di fantascienza anni ’70. Comandante Koenig, qui Aquila 7, siamo atterrati su Xanax; Kirk a Enterprise: Sulu, controlli nel database la posizione di Xanax e riferisca subito, la navicella del Dr. Spock non potrà resistere a lungo al raggio traente! Xanax, insomma. Il nome dell’altro medicinale non me lo ricordo proprio, dovrete accontentarvi.

Mi sono letto con calma i foglietti delle istruzioni. La voce che più mi interessava era ovviamente dose eccessiva. Una bella lista di cosette molto invitanti, e alla fine ovviamente anche la famosa doppia coppia: coma, morte. Ho letto ben bene che c’era scritto riguardo alla posologia. Insomma, non mi interessava mica ingollare un treno di pillole che non mi facesse un bel niente, vi pare? Tutto tornava: il contenuto di quelle tre scatole sommato dava un triplo coma e almeno un paio di morti. Quindi insomma, le basi c’erano tutte.

In camera ho una ventola, sul soffitto, e lenzuola rosso fuoco. Ho anche lenzuola nere, ma stanno nel cassetto. Il rosso e il nero son colori che mi piacciono, specie dove raramente li si vede, tipo sulle lenzuola di un letto. La ventola sta proprio sopra il letto. Una volta ho letto chissà dove di due che si erano appesi alla ventola per scopare vorticando, ma che vado a pensare insomma. È che faceva un bel caldo questo luglio a Milano, e la ventola non era affatto un dettaglio. Ora la ventola girava pigramente a tre punti su cinque di velocità: abbastanza da farmi sentire fresco, tutto nudo sdraiato sulle mie lenzuola rosso fuoco. Stavo bene, fresco e tranquillo, completamente nudo. Io dormo sempre nudo. È che i boxer mi danno noia al pisello. Non so, non mi piace sentirmelo tutto intrappolato. E dire che ho portato una cintura di castità più di una volta. E sì, ci ho dormito, per quel che dormire si poteva. Ma qui non c’entra, qui non si parla di giochi erotici, si parla di come dormo quando dormo e basta, e dormo nudo. Mi piace sentire le lenzuola sulla pelle, su tutta la pelle. Ed eccomi lì, sdraiato tutto nudo sulle mie lenzuola rosso fuoco, con la bottiglia di Jack Daniels sul comodino e tre scatole di roba pronta ad ammazzarmi posate in grembo.

Mi sono preso il mio tempo, non c’era nessuna fretta. Volevo farle bene, le cose. Son rimasto lì nudo e disteso, a guardare le scatole e dirmi con calma: ragazzo, ti stai per ammazzare. Siamo sicuri di voler partire? E mi sono risposto, sì ragazzo, siamo sicuri. Così mi son messo a snocciolare pilloline bianche (tutte bianche, non è strano che le cose bianche uccidano? A me pare strano) fuori dalle loro custodie metallizzate. Ploc ploc una via l’altra, me le facevo cascare nel palmo della destra una per volta, una per volta. E pensavo siamo sicuri sicuri, ragazzo? E mi dicevo sì, siamo sicuri sicuri, ragazzo. Alla fine avevo un bel monticello di pilloline bianche. Ovetti di pasqua minuscoli e bianchi, tutti assieme. Sono stato a guardarli un bel po’, nessuna fretta. La ventola girava che era un amore, l’aria era persino fresca, nonostante la temperatura tropicale. Ho messo le scatole vuote sul comodino, poi ho pensato, metti che. Metti che per qualche cavolo di sfiga arrivano e mi trovano qui e vedono le scatolette vuote sul comodino? 118 presto aiuto lavanda gastrica e mi risveglio in un istituto dove tutto mi faranno vedere e toccare tranne cose taglienti o velenose per tutto il resto della vita. M’è venuto in mente ONE, il film o la canzone dei Metallica, fa lo stesso. Certo io non ero una testa su un tronco senza faccia né niente, ma cazzo. Insomma ho preso le scatolette e le ho risposte per bene nel cassetto del comodino. Così se per caso, ecco sta dormendo, lasciamolo in pace. In pace, esatto. Che mi lasciassero. In pace.

Altre cose pratiche: la porta di casa l’ho lasciata aperta. Cioè, chiusa, ma senza giri di chiavi. Non per altro, ma ho due gatti io. Devo pensare al loro futuro. All’immediato avevo pensato già da prima: un pacco intero di crocchette ammucchiate nelle loro ciotole e anche oltre, la vaschetta dell’acqua piena all’orlo. Gli ho persino pulito la sabbietta, che cacassero tranquilli anche dopo di me. insomma una autonomia di almeno una settimana gliela avevo data: entro una settimana pensavo mi avrebbero trovato, dopotutto.

E così fissavo il mucchietto di ovetti di pasqua che mi riposava nel palmo, dandomi tutto il tempo di ripensare, di ripensarci. Di pensare a tutto, senza fretta. Il computer ha una password, è vero, ma i dischi sono partizionati, insomma la roba che c’è dentro si può trovare anche senza password. Certo, chi non ci capisce non ce la farebbe. Ma che mi frega che chi non capisce un tubo ritrovi quel che lascio? Bisogna ben meritarsele le cose. Mi sono fumato una sigaretta, la trecentesima della giornata più o meno. Adesso, ok, questa era una iperbole, ma fumo tra i tre e i cinque pacchetti di sigarette ogni 24 ore circa, per cui non è che fosse così tanto una iperbole. Aldilà di questo, non mi veniva in mente niente per cui valesse la pena di rimandare, e così mi son detto, beh, fanculo, e mi son buttato in bocca il monte bianco.

Badate bene: me lo sono proprio buttato in bocca. Prenderle una alla volta no, cazzo, a parte la lunghezza dell’operazione, vuoi mettere se mi veniva che so un attacco di panico? Nel senso, lo mettevo in conto. Perché una cosa è dire va bene, ora lo faccio, un’altra è farlo. M’ero dato sì tutto il tempo per decidere con calma, ma era pur sempre il prima, non il durante. Per il dopo, beh non vedevo grosse preoccupazioni. Ma il durante, ecco, quello sì mi impensieriva. Non mi preoccupava, ma impensieriva sì. E così me le sono gettate in bocca tutte quante insieme e poi ho preso il whiskey e ho dato una bella sorsata e glu glu giù tutto. Signori, si parte.

Nessun panico. Ero lì ad aspettare per vedere se mi sarei preso la fifa blu. Che ne so, insomma, si chiama istinto di autoconservazione no? Dovrei averne ancora in funzione un po’ da qualche parte credo. Persino Martin Eden tenta di tornare a galla, e deve forzarsi mica poco per restare sotto e respirare acqua di mare, acqua salata che ti saluta, tutti vi saluta. Eppure niente. Niente panico. Ero tranquillo come un guru indiano sulla vetta di qualche montagna intento a meditare sulle formiche. Io però non pensavo alle formiche. Pensavo a me stesso e mi dicevo: se vuoi, c’è un telefono lì. È attaccato e funzionante, se vuoi, puoi chiamare e dire aiuto, ho cambiato idea, lavanda gastrica presto. E guardavo il telefono e mi dicevo: no, nessun ripensamento. Calmo come una vacca indù (ciao Tyler).

Poi ho pensato: magari vuoi salutare qualcuno? Magari vuoi dire qualcosa di carino o di poco carino a qualcuno? No, neanche per sogno. Non che non avessi cose non dette, caspita, ne avevo una mezza vita almeno. Solo che non era quello il caso. Insomma, stavo partendo io, era un momento mio, perché confonderlo con qualcun altro? Avrebbero avuto tempo di pensarci gli altri, se proprio gli importava, alle cose che non avevo detto loro. Avrebbero avuto i loro conti ciascuno da saldare, e se non lo avevano fatto con me, beh affari loro. Io i miei li avevo saldati.

Mi sono sdraiato per bene. Mi sono messo comodo comodo. Ho abbracciato il cuscino con la federa rosso fuoco come le lenzuola, che mi coprivano una mezza gamba e il pacco. Il pacco sì, dài. Non mi piaceva che mi trovassero nudo e col pacco di fuori. Vabbé che più di una fanciulla mi ha detto che ce l’ho bello, ma sarebbe stato volgare. Facciamole bene le cose: lenzuola rosso fuoco e una gamba sola fuori, sotto la ventola.

E ho iniziato a ricordare. A ricordare cose dolci e belle della mia vita. Ho pensato alle persone che ho amato, tanto o poco. Ho pensato a quando da bimbo son caduto e mi sono sbucciato un ginocchio e qualcuno mi ha raccolto e asciugato le lacrime. Ho pensato a quando ho fatto a botte la prima volta. Ho pensato al sorriso di chi ho amato, ai baci, alle carezze. Ho pensato poco al sesso, non ne avevo molta voglia: per quello m’era bastato viverlo. Ho pensato però a dopo aver fatto l’amore, proprio su questo letto, anche se le lenzuola erano nere. Ho pensato a chi mi ha detto ti amo per la prima volta proprio lì e ho sorriso al cuscino. Mi sono ripetuto le frasi più belle, i momenti più dolci, quasi tutti d’amore. E mentre pensavo a queste cose così belle, mentre le riassaporavo in bocca, mi sentivo così felice, così libero. Non facevano più male, quel male che, forte o leggero che sia, c’è sempre nelle cose belle della vita, nei momenti più dolci. Niente più spine addosso, niente più ferite dentro. Ho ricordato anche quel che non è mai successo: pomeriggi noiosi con chi avrei potuto amare. Un bambino che mi corresse incontro quando tornavo da qualche viaggio e sorridesse per farsi abbracciare. Un bambino che mi chiamasse papà. E stavo bene, stavo bene. Ero felice come mai mi sono sentito. Mai, per davvero. Pensavo anche che stavo morendo, che stavo per addormentarmi e che avrei chiuso gli occhi e non li avrei aperti più, mai più. Ed ero felice. Felice. Felice. Sapendo e pensando con totale e placida calma consapevole che stavo morendo.

Felice. Ho mormorato al cuscino: vi saluto, saluto tutti.

Così mi sono addormentato.

(to be continued)

05
Ago
09

Tre settimane fa mi sono suicidato

I.

E’ andata così, è così che è andata.

La prima cosa da dire è che no, non ero disperato. Sapete tutte quelle storie sul dolore oh il dolore di vivere e la donna che amo m’ha piantato per mettersi con un gorilla analfabeta o dio non capisco più questo mondo infame? Ecco, non c’entrano un bel niente. Mi sono suicidato perché… beh cazzo dovrei scrivere un racconto solo sul perché, ma questa è solo una introduzione per cui sarò breve e ovviamente incomprensibile: mi sono suicidato perché era anche ora.

Comunque, è andata così, è così che è andata.

Me ne stavo lì in piedi a guardarmi allo specchio, e sì, sì lo so, sono un narciso del cazzo, difatti mi piaceva quel che vedevo. Tranne forse un po’ lo sguardo, tra lo spento e il tristarello – e qui sì, qui c’entrano tutte quelle scemenze dell’introduzione, ma solo per via dello sguardo.

Erano un paio di giorni che vivevo di Adelscott. Fredde ghiacciate, anche perché è l’unico modo in cui siano bevibili. Fredde ghiacciate le Adelscott sono ottime, dico davvero. Ma appena fredde o dio ci scampi meno che fredde, no, non c’è più modo di bersele in santa pace. È che sono dolci, dolci davvero. Dev’essere il malto di whiskey, o forse è solo che sono dolci e questo è un fatto della vita su cui è inutile discutere. Come che fosse, era qualche giorno che vivevo di Adelscott ghiacciate. Avevo praticamente saccheggiato il supermarket, una decina buona di pacchi da tre di bottiglie. Fame zero, sempre nausea, sempre nausea. Avevo anche provato a mangiare qualcosa, tipo tre giorni prima, ma non c’era stato verso di tenerla giù. Nausea, sempre nausea. Mi svegliavo al mattino con la nausea, gironzolavo per il mondo con la nausea, parlavo con gli amici tutto pieno di nausea – sì lo so, io non ho amici, ma in qualche modo dovrò ben chiamare quelli con cui parlo no? – facevo lunghe e inutili telefonate di lavoro con la nausea, sentivo i miei familiari con la nausea, guardavo film che conoscevo a memoria – e dio che belli, che belli sempre che sono stati e sempre saranno, nausea o non nausea – ascoltavo canzoni stupende – sì, stupende, ma sempre con la nausea addosso. E alla fine andavo a letto, con la nausea.

Con la birra, un po’ la nausea si attenuava. Dev’essere che erano dolci, o forse non c’entra niente, ma si attenuava, ed erano tre giorni almeno che vivevo di birre e di nausea. Ma la nausea ce l’avevo da circa quindici anni, le birre ghiacciate da molto meno.

E naturalmente il Jack Daniels. Ho iniziato a bere Jack Daniels… oddio manco lo ricordo, comunque ero molto giovincello, tipo prima dei vent’anni. Non ne ho mai bevuti molti di superalcolici in vita mia, tranne vabbé qualche sera o festa da cazzone studentello con gli amici e tutto il resto. Ma non è che avevo l’abitudine, se ci capiamo. È che i superalcolici non mi hanno mai sbronzato davvero. Cioè quelli veri dico, tipo whiskey. Neppure la birra, ovviamente, a meno che superassi il terzo litro o che fosse, che so, Du Demon o quella merda della Tennents. Io la Tennents proprio non la sopporto.  Metallo fuso in bocca al terzo bicchiere e un trapano alle meningi il giorno dopo. No ragazzi, proprio la Tennents non fa per me. il Jack Daniels invece m’è sempre piaciuto. Ha quel gusto (sì, gusto, non retrogusto come dicono i forbiti) quel gusto un po’ di mandorla senza strafare. Ma forse lo ho sempre bevuto solo perché lo beve anche il buon vecchio Mr. Torrance – Io però vorrei saperlo, chi me lo offre questo drink, Llloyd.

Fatto sta che avevo finito le birre più o meno a colazione. Dico più o meno perché non dormendo quasi mai e non mangiando da un bel po’ non è che facessi davvero colazione o pranzo o cena ma coi tempi occorre ben regolarsi, vi pare? Una trentina di bottiglie in fila come soldatini del plotone d’esecuzione mi guardava senza un filo di colpevolezza dal ripiano del tavolo in cucina. Trasparenti, mi guardavano, alle sei del mattino. E quando il gioco si fa duro, eccetera eccetera. Insomma, eccomi al Jack Daniels a colazione.

Fatto sta che mangiare non se ne parlava. Ma cacare sì, me lo aveva detto un croato una notte che si caca anche se non si mangia. Era stato nel deserto e si chiamava Frank. Faceva il barista in un posto che chiamavo Il Circolino e si era innamorato di Pamela, che poi è finita a bucarsi ed è stato un peccato. Ma questa è tutta un’altra storia e ve la racconterò un’altra volta. È che Frank era stato nel deserto e ad un certo punto non aveva niente più da mangiare e così non aveva mangiato niente per un sacco di giorni di fila. Ma cacare cacava, così diceva: Si caca acqua ma si caca. Beh io non mangiavo soltanto da tre giorni, e ancora non cacavo acqua, cacavo e basta come fanno tutti.

Comunque sia è così che è andata. Guardandomi allo specchio mi sono detto: c’è un momento migliore di questo? Ho trentott’anni, ne dimostro venticinque, il cazzo mi tira ancora anche se solo con la donna sbagliata, sono sano come un pesce anche se fumo quattro pacchetti di sigarette al giorno da secoli – da secoli con una pausa di cinque anni, una bella pausa senza sigarette, ma anche questa è un’altra storia e prima o poi avrà il suo turno. Insomma mi dicevo sono sano e sto benone, sono un fico da paura e mi piace guardarmi allo specchio. Ho vissuto una vita che mi soddisfa in pieno: ho sperato, ho creduto, ho smesso di sperare e di credere. Ho rischiato, ho lottato, ho vinto e ho perso e poi ho iniziato a fottermene di vincere o di perdere. Ho letto, ho osservato, ho capito, ho persino creato, creato, se mi capite. E ho amato, ah sì ho amato. Ho amato fino a frantumarmi il cuore e vederlo scivolare giù per il tubo di scarico del mondo. Ho fatto mille lavori, alcuni anche molto bene, nessuno molto a lungo, che la vita corre veloce. Ho avuto dei gatti e li ho cresciuti e curati, ho insegnato – sì cazzo insegnato davvero. Ho lasciato le mie tracce e persino in vita ho visto chi s’è appassionato a seguirle e renderle sue. Non devo niente più a nessuno: ho sempre pagato tutti i miei debiti, tutti i miei prezzi, dal primo all’ultimo. Ho fatto del male, ho fatto del bene. Ho confuso le due cose e poi ho deciso che non mi serviva un bene e un male più di quanto mi servisse un dio lassù nel cielo, con o senza barba bianca. Da nessuna parte nessuno mi sta aspettando col cuore che batte nell’attesa, chi mi vuol bene ha già avuto da me tutto quello che potevo dargli – oppure non sa che potrei dargli di più il che è la stessa identica cosa. Non ho nessuno che dipenda da me. Io non dipendo da nessuno.

E così guardandomi allo specchio mi sono detto: c’è un momento migliore di questo?

(–>Parte II)




Stefano Re

Questo Blog raccoglie racconti, riflessioni, illazioni, delazioni e deliri di Stefano Re.

AVVISO SUL COPYRIGHT

Alcune immagini e testi presentati su questo blog sono coperti da Copyright. Ne sono consentite la visione e la registrazione a uso privato. NON ne è consentita la commercializzazione in alcuna forma. Chi desiderasse farne uso nel proprio sito web è pregato di informarne l'autore.
novembre: 2017
L M M G V S D
« Lug    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
27282930