Archive for the 'Articoli' Category

07
Set
09

La morte in video

“È buffo come i colori del mondo reale sembrino veri soltanto quando li guardi sullo schermo”, parola di Alexander De Large, sano giovanotto dedito all’ultraviolenza. Manco a dirlo, sta parlando di sangue, botte, stupri. E della morte.
È ancora Alex, nostro affezionatissimo, a usare tante volte il termine “snuff it” quando vuol dire “fallo, uccidi”. Snuff, letterale: spegnere di una candela. Snuff Movies: filmare lo spegnersi di una vita, per venderlo ad occhi ricchi e malati.

Se ne sono raccontate, sul mercato dello snuff. Leggende metropolitane o atroce realtà? Partiamo dalle leggende: molti film, talvolta con nomi che contano: Paul Schrader nel 1979 in Hardcore spedisce un disperato George Scott a caccia della figlia perduta nei labirinti mostruosi della morte in diretta. Joel Schumacher ha mandato Nicolas Cage a cercare giustizia nell’orrore delle torture fino alla morte in 8MM. Fin qui è descrivere un sottobosco verosimile di disperati e criminali. Ed ora arriva Vacancy, Kate Beckinsale in vacanza all’inferno in un motel pieno di telecamere in attesa di filmare la sua morte. Stesso gioco improbabile del mattatoio di My Little Eye. Adolescenti reclutati in internet per un grande fratello riservato ai ricconi che scommettono chi morirà per ultimo: appena più orrendo della versione ordinaria. Filosofia Snuff in Carpenter’s Cigarette Burns: nessun taglio nelle riprese, spiegano. Vedi tutto: teste mozzate in unica ripresa.

E qui passiamo alla realtà: giusto un paio di esempi. Dmitri Kuznetsov, ex meccanico russo dedicatosi agli snuff movies pedopornografici. Intercettato dalla polizia, con un nostro connazionale in linea: “che cosa vuoi vedere?” la risposta: “Voglio vederli morire”. Centinaia di video con bambini torturati a morte. Leonard Lake e Charles NG, serial killer, sotto un ranch in California filmavano sevizie fino alla morte delle loro vittime, per il mercato snuff. Due poliziotti han vomitato visionando quelle prove.
E c’è chi è disposto a pagare.

Abbastanza per ripensare alla pena di morte? Magari senza filmare l’esecuzione però: Saddam appeso: lo trovate nell’ultimo sequel di Faces of Death, è un mercato legale.
Giudicate voi.

Stefano Re per Vanity Fair, 2007

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04
Set
09

Equivoco di civiltà

Si sente parlare, in questi mesi difficili, di “scontro di civiltà”, o di “contrapposizione religiosa”, nei difficili rapporti che in questi anni intervengono tra quello che viene, impropriamente, definito “mondo occidentale” e quello che viene, altrettanto impropriamente, definito “mondo islamico”.
Ritengo occorra, per affrontare un problema, anzitutto comprenderlo appieno. E per comprendere questo problema, credo occorra anzitutto definire con maggiore precisione le parti in causa, e il loro modo di comunicare. Vediamo dunque quali sono gli attori del fenomeno.

Quello che viene definito “mondo occidentale” sembrerebbe, dalla definizione, esser legato ad una locazione geografica. Ma così non è, perché in esso si fanno rientrare molti paesi che ad occidente non si trovano come ad esempio l’Australia, o il Giappone. Ancora, lo si ritiene caratterizzato da modelli politici di tipo rappresentativo-democratico, ma anche questo distinguo non regge, poiché se così fosse in esso rientrerebbero anche paesi come l’Iraq, la Palestina o l’Iran, anch’essi dotati di sistema rappresentativo-democratico, ma di fatto militanti nella opposta fazione.

Dall’altro lato si parla genericamente di “mondo islamico”, suggerendo una distinzione di tipo religioso. Ma anche questa distinzione risulta inesatta, poiché non solo il cosiddetto mondo islamico è in realtà una galassia animata da posizioni, interpretazioni e applicazioni di quel credo assai lontane tra loro, ma di fatto comprende stati in cui l’Islam non è considerato religione di stato, benché sia esso presente in forma anche massiccia nelle loro popolazioni. Questa distinzione risulta inoltre assolutamente assurda quando si considera che l’altra parte, il cosiddetto “mondo occidentale”, non è assolutamente identificato (né, mi perdonino Pera, Casini e la Lega Nord, identificabile) con il cristianesimo. Nel “mondo occidentale” al contrario risultano presenti in varia misura molte religioni, ed i cittadini dei paesi che nel “mondo occidentale” si annoverano godono del diritto individuale di libertà di credo religioso e sono tutelati dalla legge in questa scelta da eventuali conseguenti discriminazioni sociali o lavorative.

Di fatto, tutti i paesi del “mondo occidentale” ospitano più o meno rilevanti percentuali di credenti islamici. Così, dall’altra parte, anche i paesi del cosiddetto “mondo islamico” ospitano percentuali variabili di credenti di altre religioni, che però non godono in questi paesi di altrettante tutele contro le discriminazioni. Questa differenza è ciò che viene spesso lamentato come “mancanza di reciprocità”.

Se poniamo la riflessione relativamente al passato, scopriamo interessanti analogie con altri periodi storici. Ad esempio li troviamo nel rapporto tra religione e vita, sociale e personale, che caratterizza il medioevo europeo. In quell’epoca storica il cristianesimo veniva percepito come elemento di definizione della vita quotidiana, a cui non veniva concepita alternativa e le cui digressioni erano sanzionate, tanto a livello mentale quanto fisico, come “peccati di infedeltà”. È il periodo in cui per maggior gloria della fede cristiana si mandavano i propri figli in guerra santa contro gli infedeli. Il periodo in cui le donne che mettevano in discussione leggi e regole finivano sul rogo come streghe. Il periodo in cui per la religione si uccideva e si veniva uccisi. Indubbiamente anche nel medioevo esistevano cristiani “estremisti” e cristiani “moderati”, e indubbiamente era fatto raro che i cristiani più “moderati” raggiungessero alte cariche di potere. Ancora, è nel medioevo che la religione cristiana trova centinaia di forme espressive parallele e concorrenti con infinite scissioni, eresie, correnti e divisioni. Ci sono voluti un illuminismo, delle sanguinose rivoluzioni, due guerre mondiali e molti anni di guerra fredda prima che gli stati del “mondo occidentale” superassero questa percezione della realtà e iniziassero a mostrare i segni di una differente forma percettiva.

Ritengo che questo paragone storico risulti utile sotto diversi profili. Anzitutto dimostra che non abbiamo, oggi, un problema di contenuti specifici di un credo (l’Islam) perché qualsiasi credo può essere, in uno specifico contesto percettivo, terra di coltura e strumento di fanatismi e violenze generalizzate. Così è stato il cristianesimo in Europa per centinaia di anni. Inoltre offre i notevoli paralleli che ho evidenziato, e che a mio parere offrono le basi per giungere finalmente ad identificare gli attori di questo “scontro” di cui vorremmo capire di più.

Ora, mi sembra evidente che gli attori non siano correttamente identificati da queste definizioni di “mondo islamico” e “mondo occidentale”: definizioni inesatte, imprecise, asimmetriche. E soprattutto fuorvianti.

Nel cercare nuove definizioni degli attori in causa però occorre anzitutto scartare la proposta avanzata da Marcello Pera di identificare l’“occidente” con la sue radici cristiane. Il messaggio di Pera è assai chiaro e apprezzabile: senza una identità non è possibile aprire un dialogo. Finché uno degli attori non sa chi egli stesso sia, non può gestire in modo costruttivo la comunicazione con l’altro. Ma l’identità cristiana non è adeguata poiché essa non è il carattere distintivo identitario dell’attore che continuiamo a chiamare “mondo occidentale”. Al contrario, un elemento realmente distintivo di questo attore è la sua “multireligiosità”, o in modo più preciso la capacità di mettere in discussione a tutti i livelli ogni forma di “credo”: sia esso politico, culturale e persino religioso. Dico “persino religioso” perché il dogma religioso è, per definizione, qualcosa di indimostrabile, e come tale indiscutibile. O ci si crede, o non ci si crede. E inevitabilmente conduce chi crede e chi non crede su opposte e inconciliabili posizioni. Eppure nel nostro mondo occidentale siamo giunti al punto in cui discutiamo persino su ciò che è “indiscutibile” per definizione. Questo elemento è ciò che distingue i due attori in conflitto oggi:

La distinzione non riguarda difatti né aspetti essenzialmente religiosi né aspetti essenzialmente legati alla struttura geografica. E tantomeno distinzioni essenzialmente politico-istituzionali. La distinzione, che appare poco identificabile, riguarda invece scelte di vita, costumi sociali, reazioni di massa ed individuali alle sollecitazioni, un diverso modo di “vivere” le fedi e la loro importanza nella propria vita, un diverso modo di considerare la vita e la sicurezza propria e altrui, un diverso modo di valutare ed interpretare gesti, atteggiamenti, situazioni.

Nel loro insieme, questa differenza si riassume in una diversa percezione della realtà e dell’identità.

Quello che definiamo “mondo occidentale” mostra i segni di un mutamento assai intenso, in atto ormai da un centinaio di anni, che vede l’emergere di valori quali il dialogo, l’empatia, la concertazione, il compromesso, la tutela delle minoranze, il riconoscimento dell’altro e del diverso – elementi che ho definito portato del Drive Femminile. Al tempo stesso si squalificano valori come l’uso della forza, la rigidità, l’onore, la violenza – elementi propri di quello che definisco Drive Maschile. Al contrario il cosiddetto “mondo islamico” mostra poca considerazione per i primi e molta per i secondi. In queste condizioni il dialogo risulta, evidentemente, assai complicato. Ciò che è inteso come “disponibilità” da una parte viene percepito come “debolezza” dall’altro; il gesto che vorrebbe dire “non voglio combattere” viene recepito come “ho paura di combattere”; quella che viene definita “integrazione” da un lato è percepita come “colonizzazione” dall’altra.
Nel cosiddetto “mondo occidentale” ormai tutto è discutibile e discusso: la ragione non è più un elemento assoluto ma sempre relativo, la ricerca di un punto di incontro è una missione. Al contrario, nel cosiddetto “mondo islamico” ben poco è discutibile e discusso: non per costrizione politica, semplicemente per modus percettivo. Non si tratta, sia chiaro, di una definizione “buoni” versus “cattivi”: si tratta di un differente modello percettivo. Che porta a differenti condizioni geopolitiche e sociali. Se difatti nel “mondo occidentale” le espressioni di estremismo e fanatismo sono considerate esagerazioni e aberrazioni e come tali posseggono un ridotto appeal sulla popolazione e ben poco potere politico, al contrario nel “mondo islamico” sono proprio i fanatismi e le estremizzazioni a raccogliere consenso e ammirazione e ad ottenere un potere politico decisivo.

Per questo i “moderati” del “mondo islamico” hanno poco potere e poco controllo sui loro paesi, per questo i “moderati” ne hanno invece sulle scelte dei paesi del “mondo occidentale”. Per questo delle vignette satiriche comportano nel “mondo islamico” reazioni di folla che neppure stragi terroristiche come quella delle torri gemelle comportano nel “mondo occidentale”.

Da questa differente percezione del dato di realtà e conseguentemente del dato di identità (personale e di massa) sorgono i problemi – spesso tragici – che stiamo affrontando in questi anni.

Non si tratta quindi di parlare due lingue differenti, bensì di muovere da differenti punti di riferimento che danno senso alle parole usate nel linguaggio. Due attori dunque, caratterizzati da una differente percezione della realtà. Ma come è possibile la comunicazione in queste condizioni? Anzitutto chiarendo le troppe ambiguità sull’identità degli attori. Anzitutto comprendendo quale sia la effettiva differenza e quali siano le sue conseguenze sulla comunicazione. Di qui, e solo di qui, si può muovere per trovare le forme di un dialogo difficile, forse persino impossibile. Un dialogo altrimenti certamente impossibile, inutile se non persino controproducente.

1 marzo 2006

09
Ago
09

BDSM, a domanda rispondo

– il bdsm è un gioco di potere?

Che cosa non lo è? Ho definito spesso  il BDSM come “la realtà nuda dei rapporti umani”. In ogni relazione, professionale o personale che sia, tutti quanti viviamo dei “giochi di potere”. Ai genitori si “obbedisce” o di “disobbedisce”; a scuola c’è chi sta in cattedra e chi sta al banco; il capoufficio dopotutto “comanda” ai suoi dipendenti, non meno di quanto “comandino” e “obbediscano” tutti nelle relazioni di amicizia e di amore. Il ciclo fantozziano è stato coraggioso in merito: non a caso Paolo Villaggio è stato accusato (che bello usare a proposito questa parola una volta tanto) di “masochismo” per i ruoli che ha interpretato. In ogni rapporto umano vi sono ruoli di comando e di sottomissione, semplicemente noi li ricopriamo di motivazioni accessorie: ci sottomettiamo per poter ricevere uno stipendio oppure per evitare un litigio, per ottenere un aumento o per fare carriera, perché abbiamo paura o semplicemente perché è funzionale. Nel BDSM, catarticamente, ci sottomettiamo oppure comandiamo per il puro e semplice piacere di farlo, senza scuse accessorie in mezzo. Ed ecco che ogni situazione, ogni vissuto quotidiano di dominio o umiliazione diventano fonti di piacere. Molti si stupirebbero di scoprire quanta eccitazione erotica viene vissuta da chi sceglie di subire o imporre al partner, in un clima di consenso erotico, le stesse identiche situazioni umilianti che nella vita quotidiana troviamo così insopportabili. Il BDSM è la nudità dei rapporti umani: la celebrazione delle nostre contraddizioni, e dunque il loro scioglimento.

– chi lo sceglie e perchè?

Lo sceglie chi ha la fortuna o la sfortuna di superare certe inibizioni. Lo sceglie chi trova un partner o una situazione che lo faccia scivolare dentro i propri desideri. Lo sceglie chi ha il coraggio di esplorarsi e di comunicare su ciò che scopre. Un aspetto assai poco noto del BDSM è la profondità di comunicazione che implica: le situazioni cieche, in cui chi pratica “sadomaso” viene rappresentato come uno squilibrato che cerca emozioni parossistiche per coprire una angoscia profonda sono altrettante mistificazioni del BDSM. Il BDSM è comunicazione, profonda e intima, con se stessi e con il partner. Senza di essa, diventa sterile ritualità, amplificazione dei fantasmi e in definitiva, perversione. Ma ovviamente i media sono assai più interessati a questi aspetti che al BDSM sano: i freak che vengono invitati a fare audience con le loro misere mascherine in latex a coprire il volto fanno il paio con i serial killer che torturano a morte le loro vittime: vendono un prodotto avariato, con buona pace del BDSM.

– c’è un profilo tipo?

Assolutamente no. Il BDSM è praticato da ricchi e poveri, persone di altissimo livello culturale e gente di assoluta semplicità. Se si osservano i bambini mentre giocano tra loro, si troveranno decine e decine di situazioni esplicitamente BDSM in ciò che recitano. Il piacere di dominare ed essere dominati è un appetito primitivo, archetipo e profondamente umano. La capacità di viverne i piaceri in modo adulto ed equilibrato, di imparare a comunicare su di essi e apprezzarne i significati evolutivi, ovviamente, resta una scelta di pochi.

– differenze tra Italia e resto d’Europa-mondo

Ogni società gestisce in modo proprio questi vissuti, sia nel modo in cui forma la psicologia degli individui sia nel modo in cui diffonde e rappresenta il BDSM a livello sociale. In Germania, in Francia e in Austria ad esempio il BDSM è molto diffuso, ed è strettamente legato al sesso nelle sue forme espressive. In Olanda vi sono molti club più o meno commerciali che ne diffondono le pratiche. In Inghilterra è molto più legato al fetish, al glamour o alla dominazione pura e semplice. Negli Stati Uniti e in Australia si è sviluppata tutta una cultura BDSM che approfondisce moltissimo gli aspetti tecnici delle pratiche, il modo di viverli limitando al massimo i rischi: una sorta di accademia del BDSM legata molto agli aspetti pratici. In molti paesi dell’est europeo il BDSM è quasi totalmente appannaggio del mondo della prostituzione o del prodomming, insomma un fatto commerciale. In Giappone è un vulcano in piena eruzione, tanto nei suoi aspetti più commerciali e consumistici quanto nel suo significato sociale. Meno si sa della Cina o dell’India e ancor meno dei paesi in via di sviluppo come stati dell’Africa o del Sudamerica, ma moltissimi sono i cittadini di questi paesi che partecipano alle numerose e variegate comunità online che trattano dell’argomento. In Italia si registra un interesse molto diffuso e una grande varietà di approcci, da quello più direttamente ludico-godereccio a ricerche estetiche e persino culturali o artistiche.

Ma queste sono ovviamente generalizzazioni: in ogni paese vi sono e sempre vi saranno persone di ogni età che, nel segreto della loro vita di coppia, esplorano vissuti BDSM con tanta o poca consapevolezza, con tanta o poca soddisfazione.

– numeri: esistono studi e statistiche sul tema?

Il problema coi numeri riguardo al BDSM è legato al modo in cui esso viene percepito. Molti ad esempio non considerano BDSM farsi legare al letto, o bendare il partner, mentre lo è a tutti gli effetti: il bondage è una delle quattro aree del BDSM.

A partire dal rapporto Kinsey il BDSM ha iniziato ad emergere come vissuto sociale uscendo dalla gabbia delle patologie, e moltissimi studi successivi hanno mostrato una forte presenza di desideri e vissuti BDSM nella vita sessuale di persone in tutto il mondo. Ritorna con una certa insistenza la stima di un 35% di individui che mostrino queste esplicite tendenze, e ad alcuni sembra una percentuale ridicolmente elevata come ad altri ridicolmente bassa. Certo è che vi sono approcci molto differenti a queste fantasie erotiche e ai correlati vissuti, come vi sono modi assai differenti nel catalogarle e rappresentarle. Per questo non credo sia possibile citare stime statistiche degne di credito.

– a chi lo consiglieresti e a chi no

Lo consiglierei a chiunque abbia un minimo di coraggio verso se stesso, e naturalmente abbia voglia di vivere questi desideri. Non lo consiglierei a chiunque non sappia comunicare con gli altri, a chi non sappia guardarsi allo specchio e ridere di se stesso. Non lo consiglierei a chi non sa rispettare le altre persone: il BDSM è sano e innocuo all’interno di una consapevolezza, di un equilibrio interiore e di una scelta di fiducia. Fare BDSM senza queste premesse è come fare sesso senza affetto, amore né comunicazione: può essere semplicemente squallido, o diventare qualcosa di pericoloso, per sé e per gli altri.

intervista di Monica Maggi per Linus – 2008

07
Ago
09

La musica di South Beach

Voci e ricordi di Miami a 10 anni dalla morte di Versace
di Stefano Re

Quante probabilità ci sono che un proiettile attraversi la testa di una persona e colpisca in volo un piccione? Fa un caldo soffocante a Miami. Il vento è lieve ma costante, porta odori di un oceano che non conosco affatto. Mi domando se sta arrivando un qualche cugino di Katrina.

Miami mi circonda sonnolenta e inquieta. Ho tante domande da fare, ma ci siamo appena conosciuti, sarebbe un errore forzare i tempi: aspetto immobile la sua confidenza. Dovrò osservare, e ascoltare: avrò bisogno di testimoni.  Sono qui per raccontare una storia.

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Versace era un uomo, ma non era solo un uomo. Lorenzo De Versace, o anche il Medici degli anni ’90. Il guru del Glamour, il primo stilista di moda post-freudiano. Tutti immaginano, a ragione, che diventare un mito sia un’esperienza inebriante. Pochi sanno quanto spesso diventi un’esperienza annichilente. La fama snatura le persone più deboli, le rende patetici burattini tenuti insieme dal fil di ferro delle parole scritte o dette su di loro, dagli intrighi di chi sfrutta la loro visibilità o vendibilità. Ma non si tratta solo di esteriorità: il mito divora l’uomo, l’immagine negli occhi affamati di chi guarda – e invidia persino mentre ammira, consuma l’anima dell’attore e lo plasma, lo trasforma in un’ombra di se stesso. Guardando il mare di Miami mi domando: è accaduto anche a lui?

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Di Versace so quel che sappiamo tutti: un uomo brillante, determinato, capace di sfidare il confine tra ciò che è accettato e ciò che non lo è. Tra il sacro e il profano, tra l’antico e il moderno. Lo ha fatto negli anni ‘80, con sadomaso girl, una collezione che aggrediva il tabù dell’immagine proibita, trasfigurava quegli stivali e quei frustini consacrati all’inconscio collettivo dalle pagine di Sacher Masoch e del Divin Marchese, trascinandoli a forza fuori dalle mura scrostate e umide di un bordello e dei sogni proibiti dell’uomo medio, per esporli in passerella trasfigurati, rinnovati e resi dolci allo sguardo. Lo ha fatto fondendo eleganza e sportività nel vestire, giocando sul femminile nel maschile e sul maschile nel femminile. Lo ha fatto vivendo in case rinascimentali affollate di quadri di Picasso e spostandosi in Concorde, scivolando nel tempo che arredava attorno alla sua vita con la stessa scioltezza con cui scivolava sui tessuti in cerca della piega corretta, della cucitura perfetta. Lo ha fatto riassumendo in sé le contraddizioni di un’era.

Non sono parole mie, lo ha detto proprio lui: “Sono la sintesi della mia epoca.”

Insomma, un mito. Il mito tutto italiano dello stilista di moda, trasgressivo e audace, raffinato e provocatorio. Un mito che è uscito dai suoi confini per diventare globale, tanto simbolicamente quanto concretamente. Da Reggio Calabria, lasciando gli studi e sfidando l’ira paterna arriva a Milano, e di lì Parigi, Mosca, Bruxelles. E naturalmente, America. Il sogno italiano attraversa il pianeta, e lo colora di sé.

Ma tutto questo lo sapevate già. Io ora devo conoscerlo. Per raccontare la sua morte, devo conoscere la sua vita. Sono stufo di leggere cosa altri hanno detto di lui, vado a incontrarlo faccia a faccia. Guardo a lungo le foto. L’obbiettivo di Avedon lo ha ritratto come un dio greco. Osservo i filmati, voglio vedere come si muove. Sul monitor a cristalli esce dalle quinte, è sulla passerella. Ecco, passa un braccio attorno alle spalle di una modella. Cerco il movimento studiato, l’ebbrezza e il nudo compiacimento, ma non li trovo nei suoi gesti o nei suoi occhi. Si muove cauto, mantiene stabile il suo centro mentre calca la scena. Non c’è fil di ferro a tenerlo in piedi: è rimasto un uomo. Il fermo immagine non lo coglie, ma il movimento sì: nello sguardo il lampo di forza di chi vede oltre, e quel sorriso insieme compiaciuto e mesto di chi si è realizzato e sa quanto costa, quanto peso porta con sé. Non è modesto, il suo sguardo, ma non è arrogante: è diretto e pacato insieme. Mostra la forza di una vita in prima linea, senza troppi sconti, e delle cicatrici che comporta. Il braccio sulle spalle della modella, guarda oltre la gente, oltre i flash. Guarda se stesso, per questo sorride. Lo osservo e capisco: quest’uomo raccontava, perché aveva sé stesso da raccontare. Non stava sotto i riflettori per farsi raccontare dagli altri. Nessun fil di ferro a tirargli il sorriso: Versace stava in piedi da solo, nonostante la fama, nonostante l’appetito del mondo.

Spengo il monitor, guardo giù dalla finestra. Sulla strada dei bambini giocano con pistole finte. Bang bang, sei morto. Gli occhi voraci del mondo dovranno accontentarsi di divorare cibo a buon mercato.

Dovranno accontentarsi di Cunanan.

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Cunanan. Serial killer, o Spree Killer per i tecnici. Un individuo vuoto come un buco nero, che cercava il riflettore per riempirsi e sentirsi vivo. È l’associazione mentale a portarmi a capire: il cibo andato a male fa fare brutti sogni: Cunanan è il prototipo del sogno americano gone berserk, della rincorsa al successo come risposta esistenziale compulsiva. L’affermazione a tutti i costi che diventa patologia, disperazione e infine violenza. Il sogno si corrompe, diventa incubo. È l’incubo americano a uccidere il sogno italiano. È un buco nero senza fondo, un panino di McDonald andato a male nella sua carta oleosa a puntare la pistola contro l’uomo talmente pieno di vita ed energia da restare fedele a se stesso persino all’apice della fama. Miami ha visto la tragedia di questo incontro, quindi Miami ne deve portare il ricordo nel suo ventre. Ascolto ancora il vento, mi sforzo di farmi sottile per sentire cos’ha da raccontarmi. Ma non sono uno sciamano: se voglio sentire qualcosa, devo uscire da questo albergo, in caccia di testimoni.

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Miami ha le sue zone. North Miami costa meno. In centro, a  Downtown c’erano gli homeless, i barboni. Li hanno cancellati per decreto, ora ci sono uffici e banche, grattacieli e alberghi per manager. Le Islands: Star, Ibiscus e Palm, è dove comprano casa i divi. Cinema, sport, televisione, lo star system costruisce ville barricate contro i paparazzi. Poi ci sono le spiagge. Versace aveva casa a South Beach, sulla Ocean Drive, il lungomare dove tutti, importanti e sconosciuti, passeggiano sperando nel vento oceanico per alleviare il caldo soffocante. Ancora una contraddizione: Versace voleva stare tranquillo, ma prende casa nel punto piu’ vivo di Miami. Ed è lì che muore.

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Quando si è sparsa la notizia, la città tutto attorno è rimasta attonita a guardare. La televisione ci racconta il suo cambiamento, disegna lo spartiacque. Negli anni ‘80 Miami Vice mostrava volonterosi poliziotti in maniche corte capaci di fermare i narcotrafficanti più con la buona volontà che con le pistole. L’omicidio di Versace ha concluso quell’epoca: oggi impazza CSI Miami: la celebrazione della tecnologia per sfuggire all’insicurezza, alla sfida di un crimine incomprensibile, incontrollabile, al veleno delle zanne del sogno americano che diventa l’incubo americano. Sparando a Versace, Cunanan ha mostrato che nessuno è salvo, che non serve alcun motivo per uccidere, che nessun sogno è al sicuro. Ipotesi: l’omicidio di Versace è stato l’11 settembre di Miami?

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È stato una bomba, nella città. Erano tutti scioccati, dice il tassista. Sembra appassionato, azzardo qualche domanda in più: e’ cambiato qualcosa, dopo? “Beh, certo. Molta più sicurezza”. La gente aveva paura? “E di che cosa? Quel tipo, Cunanan, lo hanno arrestato no? Sono sicuro che e’ ancora in prigione”. Forse dovrei ricordargli che Cunanan è morto. Meglio lasciar perdere.

Ocean Drive: il caldo è un abito attillato. Palme nella striscia di parco tra la strada e le spiagge. Non si vede il mare dalla strada: collinette di sabbia di quattro metri fanno barricata. L’oceano non è addomesticato come il Mediterraneo, va tenuto a bada. Molta gente lungo la camminata, bar, ristoranti, una musica nota. La polizia sconsiglia di andare sulle spiagge la notte. Brandon, 37 anni, l’ha fatto ed è stato pestato e rapinato da quattro ispanici. Gli hanno rotto le gambe per 40 dollari. Del resto, se hanno sparato a Versace.

Barbara arredava interni. È arrivata a Miami diversi anni fa, ha chiesto consiglio ad un avvocato per il suo visto in scadenza e non ha più lasciato la città. Mi racconta di una visita a Casuarina, dopo Cunanan, prima della vendita e riconversione. Mi parla di un sapore di acienda, contrasti ricondotti alla linea con grazia. Immensi mosaici a colorare le pareti dei bagni, saune romane per novelli imperatori. Una casa fuori del tempo di Miami, mi dice. In che tempo esisterebbe, secondo te? Ci deve riflettere qualche secondo sopra: “Non puoi dargli un’epoca. Ha uno stile troppo eclettico”. Ma un trait d’union tra i diversi stili di quella casa? Lui, Versace. La sua vita. “C’era un maggiordomo a farmi visitare la casa. Mi raccontò di Gianni che restava alla finestra, per ore, a guardare le persone che caminavano lungo la passegiata a mare, fuori dai vetri”. Così esposto, così riservato. Lui era il trait d’union del caos di epoche della sua casa.

Sto inseguendo un fantasma. Mi siedo sui gradini, passo le dita sulla pietra ancora tiepida di sole. L’occhio da criminologo cerca un’ombra delle macchie, segue le fessure per un frammento di sangue secco. Neppure il DNA sarebbe riconoscibile dopo dieci anni, e a trovarlo, non ci direbbe niente di più di quanto già sappiamo. Non c’è niente qui, la pista è fredda. Su questi gradini Versace è stato ucciso, ma non c’è traccia di lui: le sue orme le ha lasciate altrove, e io sono qui per trovarle. Gli uomini più piccoli lasciano le loro tracce nell’asfalto o nella sabbia, gli uomini più grandi le affidano agli occhi, al cuore e all’animo degli altri uomini. Abbandono la scena del crimine, la morte non ha niente da raccontarmi su Versace. Devo cercare la vita.

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Al Palace Bar, Randy mi racconta che Miami è cambiata. Tutto è cambiato. Era necessario, succede dovunque: all’inizio è un posto dove si crea una atmosfera speciale, poi tutto diventa commercio, tutto vuoto, senz’anima. Ha conosciuto Versace, di vista. Tutti potevano conoscere tutti allora: ok, lui era Versace, ma non lo faceva pesare a nessuno, e nessuno lo trattava in modo diverso. “Un pomeriggio abbiamo giocato insieme a volley in spiaggia. Credo stesse bene qui per questo, poteva essere una persona qualsiasi. Dopo che è stato ucciso, tutto è andato in malora molto velocemente. Folle di turisti morbosi, giornalisti in cerca di scoop, e poi un commercio sempre piu’ spietato, stereotipato”. L’anima di South Beach è svanita con Versace.

Parlo con Thymoty e Richard. “Versace ha fatto molto per Miami, e per South Beach. Promuoveva la moda, gli eventi, finanziava fondazioni e associazioni. Poi era una fonte di ispirazione, di stile. Una persona regolare, tranquilla. Era molto generoso, e non ostentava per niente la sua ricchezza. Quando la notizia si è diffusa, ho visto persone scoppiare a piangere per la strada. Gli volevamo bene, lo sentivamo uno di noi, e in un certo senso ci faceva sentire uniti. La cosa assurda è che dovunque andasse nel mondo era sempre accompagnato da guardie del corpo. Solo qui non teneva nessuno a distanza: voleva sentirsi normale, e lo era. Per questo quel matto ha potuto avvicinarsi così tanto”. E dopo? Che cosa e’ cambiato, dopo? I turisti: fanno la fila, per fotografarsi davanti alle scale di casa sua.

Qui, e’ successo qui.

Li ho visti anche io. Due gruppetti, niente fila, erano le nove di sera. Foto sugli scalini, davanti alle inferriate. Il cancello doveva essere aperto. Uno dei ragazzi è entrato, sporgeva la testa tra i battenti, faceva le boccacce alla telecamera.

Una infamia. Hanno reso la sua morte uno show. Turisti in fila, c’era chi veniva qui solo per farsi vedere dai fotografi. Il barista del Palace scuote la testa: “Era diventato un circo insopportabile. Mi ero messo un cartello al collo, con su scritto no comment”. E di Versace, che cosa ricorda? “Un uomo gentile, passava ogni tanto a prendere un drink. Non si faceva notare”.

Non e’ stato il proiettile, mi spiega Thimoty. Il piccione, non lo ha ucciso il proiettile. Sono state le schegge dei gradini. Il proiettile ha colpito i gradini, e le schegge hanno ucciso quel piccione. Niente pallottole magiche per Versace, quelle son riservate a JFK. Neppure un proiettile originale, atipico. Soltanto le schegge dei gradini, e un piccione che ha scelto il giorno sbagliato per farsi un giro alla Casuarina. Il piccione c’è rimasto, la poesia è volata via.

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Tony Magaldi è il proprietario del News Cafè. Ogni mattina, Versace passava da lui a comprare quotidiani e riviste. Sorride stancamente alle mie domande: sono dieci anni che gliele fanno. “Era una persona tranquilla, sobria e riservata”. Ci metto un po’ a rompere il ghiaccio, alla fine si scioglie. “Non è una cosa carina da dire, lo so, ma Versace ha fatto di più con la sua morte che con la sua vita per South Beach”. Finché era vivo, c’erano feste e artisti, ma nessuno ne sapeva niente. Dopo la sua morte tutti i media del mondo sembrano essersi accorti di South Beach. Tutti ne hanno parlato, e tutti hanno voluto venire a vedere questa strada, questo pezzo di Miami. Gli alberghi sono sorti come funghi, e così i club, i ristoranti.

Rosario Corrao, Chef, da Napoli al Pelican, South Beach, Miami. Cucina bistecche, insalate e paste da favola, adora Miami e non ha mai conosciuto Versace. “Sono arrivato dopo. In America è così: succede un problema, bum, è storia. Certo, resta il ricordo, ma è storia. Qui guardano al futuro”. Emanuele mi racconta di una vecchia. Lei viveva sulle barche, dieci anni fa. Mentre aspettavano di venderle, le affittavano per una inezia. Oggi ti sveneresti per vivere alla Marina. Le parole della vecchia: “Ne ho visti salire di grattacieli. Qui c’erano tre ristoranti in tutto, due alberghi, il porto. South Beach era fatta di pescatori”.

Pescatori e celebrità in incognito, a quanto pare. Ma io voglio tornare su Versace: insomma, una impronta, un ricordo, non c’è? Nel mondo gay, secondo Emanuele. “Loro lo ricordano molto, rappresentava il loro gruppo”. Ma vestiva donne, Versace, gli ricordo. Donne mascoline, dice Emanuele. “Insomma, abiti per uomini che volessero sentirsi donne”. Il mondo gay. Strano, a me Versace appare eclettico, senza limiti, senza tribù.

Paolo ha un quadro molto chiaro di South Beach. “Nei ‘90 era in fermento: modelle e fotografi selvaggi, traffici di droga e rifugiati cubani, artisti e naturalmente Versace. La sua morte è stata la perdita dell’innocenza di questo eden in gestazione. Versace ha avviato un processo che era stile, moda, glam: avviando la sua Casuarina  sulla Ocean ha dato un’impronta unica a South Beach. È stata la sua vita a farlo, non la sua morte. Eppure ormai tutti ricordano la sua morte, nessuno la sua vita. Qui poteva essere Porto Cervo, ed è diventata Ibiza. Dopo la sua morte, e anche di più dopo l’11 settembre, il turismo europeo è diminuito. Per reggere, alberghi e club hanno abbassato molto il livello della loro clientela”.

George, barista, è sintentico: prima di Versace la moda era un colore, due colori. Lui ha portato un arcobaleno.

Khalil porta il taxi sulle rampe di Miami da 12 anni. “Versace ha portato la moda, la bella gente. Senza di lui, South Beach non esisteva proprio. Penso non si possa vivere a Miami e non ricordare chi era Versace, che cosa ha significato”. Mettiamo alla prova l’opinione di Emanuele: sei gay, Kahlil? “No no, io sono sposato, con una italiana. Ma non ricordo Versace come un gay, lo ricordo come un protagonista, un benefattore di questa città. Non c’erano case sulla Ocean Drive, lui ci ha messo quella sua, bellissima. Ha illuminato South Beach, ha portato stile e qualità. È stato un peccato che l’abbiano venduta, dopo la sua morte. Versace ha ancora oggi il suo peso, il suo valore. Verrà ricordato per sempre”.

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Lo ricordano i gay, per ragioni tribali. E lo ricordano coloro che lo hanno conosciuto, che hanno vissuto una Miami pescatora e sobria, stravagante ma dotata di una sua anima. La popolazione della Miami del nuovo millennio non sembra avere granché bisogno di Versace, o del suo ricordo. Giusto i turisti del macabro, le foto di cattivo gusto sulla scalinata dove e’ caduto.

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He’s still around, at times. Mi guardo attorno un po’ dubbioso. C’è gente che continua a vedere Elvis, dopotutto. Eppure, eppure. Se non ha potuto ucciderlo la fame negli occhi del mondo intero, può esserci davvero riuscito un proiettile?

Miami mi si è fatta appresso, mi ha sussurrato nell’orecchio la sua musica. Ed eccolo, infine, Versace. Cammina con me lungo la Ocean che ha amato, quieto, invisibile ai più come ha voluto esserlo qui da vivo.

Ora posso salutarlo, e tornarmene in Italia.

Imparo a salutare il mito.

Vanity Fair, 2007

07
Ago
09

A proposito di mucche pazze

1 caso su un milione
è l’incidenza di rischio stimata nel 1994 per il morbo denominato malattia di Creutzfeld-Jacob, più noto come “morbo della mucca pazza”. Nel 1994 negli Stati Uniti ci contavano 103 casi di epatite A su un milione (1). L’epatite C colpisce circa 200 milioni di persone nel mondo, di cui 4 milioni negli Usa e un milione e mezzo in Italia (3), provocando solo in Italia circa 10mila decessi all’anno (4). Eppure mentre la “mucca pazza” ha provocato polemiche internazionali e condotto milioni di persone a cambiare le proprie abitudini domestiche per un quinquennio, il rischio epatite non suscita alcuna pubblica ansietà. Una mucca che traballa come ubriaca è un messaggio visivo di grande impatto, che ha tenuto banco per mesi e mesi, offrendoci uno spauracchio da paventare ed una occasione di riconoscerci competenti nelle scelte di consumo. Il miraggio della sicurezza: sono i media a decidere di che cosa dobbiamo avere paura, in base alla appetibilità di un nome o alla disponibilità di immagini efficaci da mostrare in televisione. Oggi è il turno dell’aviaria, con buona pace dell’epatite. Vale anche per i virus: se non fai notizia, non esisti.

(1) Geriatrix Review Syllabus – a core curriculum in geriatric medicine, John C. Beck, Ed Masson, 1994
(2) Advisory Committee on Immunization Practices (ACIP). Protection against viral hepatitis. MMWR 1990;39:1-26.
(3) ANSA 14 MAR 2005
(4) Ivan Gardini, Presidente Associazione EpaC Onlus

Repubblica, settembre 2005




Stefano Re

Questo Blog raccoglie racconti, riflessioni, illazioni, delazioni e deliri di Stefano Re.

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