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04
Set
09

Equivoco di civiltà

Si sente parlare, in questi mesi difficili, di “scontro di civiltà”, o di “contrapposizione religiosa”, nei difficili rapporti che in questi anni intervengono tra quello che viene, impropriamente, definito “mondo occidentale” e quello che viene, altrettanto impropriamente, definito “mondo islamico”.
Ritengo occorra, per affrontare un problema, anzitutto comprenderlo appieno. E per comprendere questo problema, credo occorra anzitutto definire con maggiore precisione le parti in causa, e il loro modo di comunicare. Vediamo dunque quali sono gli attori del fenomeno.

Quello che viene definito “mondo occidentale” sembrerebbe, dalla definizione, esser legato ad una locazione geografica. Ma così non è, perché in esso si fanno rientrare molti paesi che ad occidente non si trovano come ad esempio l’Australia, o il Giappone. Ancora, lo si ritiene caratterizzato da modelli politici di tipo rappresentativo-democratico, ma anche questo distinguo non regge, poiché se così fosse in esso rientrerebbero anche paesi come l’Iraq, la Palestina o l’Iran, anch’essi dotati di sistema rappresentativo-democratico, ma di fatto militanti nella opposta fazione.

Dall’altro lato si parla genericamente di “mondo islamico”, suggerendo una distinzione di tipo religioso. Ma anche questa distinzione risulta inesatta, poiché non solo il cosiddetto mondo islamico è in realtà una galassia animata da posizioni, interpretazioni e applicazioni di quel credo assai lontane tra loro, ma di fatto comprende stati in cui l’Islam non è considerato religione di stato, benché sia esso presente in forma anche massiccia nelle loro popolazioni. Questa distinzione risulta inoltre assolutamente assurda quando si considera che l’altra parte, il cosiddetto “mondo occidentale”, non è assolutamente identificato (né, mi perdonino Pera, Casini e la Lega Nord, identificabile) con il cristianesimo. Nel “mondo occidentale” al contrario risultano presenti in varia misura molte religioni, ed i cittadini dei paesi che nel “mondo occidentale” si annoverano godono del diritto individuale di libertà di credo religioso e sono tutelati dalla legge in questa scelta da eventuali conseguenti discriminazioni sociali o lavorative.

Di fatto, tutti i paesi del “mondo occidentale” ospitano più o meno rilevanti percentuali di credenti islamici. Così, dall’altra parte, anche i paesi del cosiddetto “mondo islamico” ospitano percentuali variabili di credenti di altre religioni, che però non godono in questi paesi di altrettante tutele contro le discriminazioni. Questa differenza è ciò che viene spesso lamentato come “mancanza di reciprocità”.

Se poniamo la riflessione relativamente al passato, scopriamo interessanti analogie con altri periodi storici. Ad esempio li troviamo nel rapporto tra religione e vita, sociale e personale, che caratterizza il medioevo europeo. In quell’epoca storica il cristianesimo veniva percepito come elemento di definizione della vita quotidiana, a cui non veniva concepita alternativa e le cui digressioni erano sanzionate, tanto a livello mentale quanto fisico, come “peccati di infedeltà”. È il periodo in cui per maggior gloria della fede cristiana si mandavano i propri figli in guerra santa contro gli infedeli. Il periodo in cui le donne che mettevano in discussione leggi e regole finivano sul rogo come streghe. Il periodo in cui per la religione si uccideva e si veniva uccisi. Indubbiamente anche nel medioevo esistevano cristiani “estremisti” e cristiani “moderati”, e indubbiamente era fatto raro che i cristiani più “moderati” raggiungessero alte cariche di potere. Ancora, è nel medioevo che la religione cristiana trova centinaia di forme espressive parallele e concorrenti con infinite scissioni, eresie, correnti e divisioni. Ci sono voluti un illuminismo, delle sanguinose rivoluzioni, due guerre mondiali e molti anni di guerra fredda prima che gli stati del “mondo occidentale” superassero questa percezione della realtà e iniziassero a mostrare i segni di una differente forma percettiva.

Ritengo che questo paragone storico risulti utile sotto diversi profili. Anzitutto dimostra che non abbiamo, oggi, un problema di contenuti specifici di un credo (l’Islam) perché qualsiasi credo può essere, in uno specifico contesto percettivo, terra di coltura e strumento di fanatismi e violenze generalizzate. Così è stato il cristianesimo in Europa per centinaia di anni. Inoltre offre i notevoli paralleli che ho evidenziato, e che a mio parere offrono le basi per giungere finalmente ad identificare gli attori di questo “scontro” di cui vorremmo capire di più.

Ora, mi sembra evidente che gli attori non siano correttamente identificati da queste definizioni di “mondo islamico” e “mondo occidentale”: definizioni inesatte, imprecise, asimmetriche. E soprattutto fuorvianti.

Nel cercare nuove definizioni degli attori in causa però occorre anzitutto scartare la proposta avanzata da Marcello Pera di identificare l’“occidente” con la sue radici cristiane. Il messaggio di Pera è assai chiaro e apprezzabile: senza una identità non è possibile aprire un dialogo. Finché uno degli attori non sa chi egli stesso sia, non può gestire in modo costruttivo la comunicazione con l’altro. Ma l’identità cristiana non è adeguata poiché essa non è il carattere distintivo identitario dell’attore che continuiamo a chiamare “mondo occidentale”. Al contrario, un elemento realmente distintivo di questo attore è la sua “multireligiosità”, o in modo più preciso la capacità di mettere in discussione a tutti i livelli ogni forma di “credo”: sia esso politico, culturale e persino religioso. Dico “persino religioso” perché il dogma religioso è, per definizione, qualcosa di indimostrabile, e come tale indiscutibile. O ci si crede, o non ci si crede. E inevitabilmente conduce chi crede e chi non crede su opposte e inconciliabili posizioni. Eppure nel nostro mondo occidentale siamo giunti al punto in cui discutiamo persino su ciò che è “indiscutibile” per definizione. Questo elemento è ciò che distingue i due attori in conflitto oggi:

La distinzione non riguarda difatti né aspetti essenzialmente religiosi né aspetti essenzialmente legati alla struttura geografica. E tantomeno distinzioni essenzialmente politico-istituzionali. La distinzione, che appare poco identificabile, riguarda invece scelte di vita, costumi sociali, reazioni di massa ed individuali alle sollecitazioni, un diverso modo di “vivere” le fedi e la loro importanza nella propria vita, un diverso modo di considerare la vita e la sicurezza propria e altrui, un diverso modo di valutare ed interpretare gesti, atteggiamenti, situazioni.

Nel loro insieme, questa differenza si riassume in una diversa percezione della realtà e dell’identità.

Quello che definiamo “mondo occidentale” mostra i segni di un mutamento assai intenso, in atto ormai da un centinaio di anni, che vede l’emergere di valori quali il dialogo, l’empatia, la concertazione, il compromesso, la tutela delle minoranze, il riconoscimento dell’altro e del diverso – elementi che ho definito portato del Drive Femminile. Al tempo stesso si squalificano valori come l’uso della forza, la rigidità, l’onore, la violenza – elementi propri di quello che definisco Drive Maschile. Al contrario il cosiddetto “mondo islamico” mostra poca considerazione per i primi e molta per i secondi. In queste condizioni il dialogo risulta, evidentemente, assai complicato. Ciò che è inteso come “disponibilità” da una parte viene percepito come “debolezza” dall’altro; il gesto che vorrebbe dire “non voglio combattere” viene recepito come “ho paura di combattere”; quella che viene definita “integrazione” da un lato è percepita come “colonizzazione” dall’altra.
Nel cosiddetto “mondo occidentale” ormai tutto è discutibile e discusso: la ragione non è più un elemento assoluto ma sempre relativo, la ricerca di un punto di incontro è una missione. Al contrario, nel cosiddetto “mondo islamico” ben poco è discutibile e discusso: non per costrizione politica, semplicemente per modus percettivo. Non si tratta, sia chiaro, di una definizione “buoni” versus “cattivi”: si tratta di un differente modello percettivo. Che porta a differenti condizioni geopolitiche e sociali. Se difatti nel “mondo occidentale” le espressioni di estremismo e fanatismo sono considerate esagerazioni e aberrazioni e come tali posseggono un ridotto appeal sulla popolazione e ben poco potere politico, al contrario nel “mondo islamico” sono proprio i fanatismi e le estremizzazioni a raccogliere consenso e ammirazione e ad ottenere un potere politico decisivo.

Per questo i “moderati” del “mondo islamico” hanno poco potere e poco controllo sui loro paesi, per questo i “moderati” ne hanno invece sulle scelte dei paesi del “mondo occidentale”. Per questo delle vignette satiriche comportano nel “mondo islamico” reazioni di folla che neppure stragi terroristiche come quella delle torri gemelle comportano nel “mondo occidentale”.

Da questa differente percezione del dato di realtà e conseguentemente del dato di identità (personale e di massa) sorgono i problemi – spesso tragici – che stiamo affrontando in questi anni.

Non si tratta quindi di parlare due lingue differenti, bensì di muovere da differenti punti di riferimento che danno senso alle parole usate nel linguaggio. Due attori dunque, caratterizzati da una differente percezione della realtà. Ma come è possibile la comunicazione in queste condizioni? Anzitutto chiarendo le troppe ambiguità sull’identità degli attori. Anzitutto comprendendo quale sia la effettiva differenza e quali siano le sue conseguenze sulla comunicazione. Di qui, e solo di qui, si può muovere per trovare le forme di un dialogo difficile, forse persino impossibile. Un dialogo altrimenti certamente impossibile, inutile se non persino controproducente.

1 marzo 2006

31
Ago
09

Syriana

Molti hanno accolto questo film come l’ennesimo lungometraggio antibush. Moltissimi poi, come l’ennesimo lungometraggio antiamericano. Tutti infine, come l’ennesimo lungometraggio che critica l’operato della CIA.
Personalmente ritengo che nessuna di queste tre attribuzioni renda giustizia a Syriana.

Prima di addentrarmi nei contenuti, vorrei fare una menzione a mio parere doverosa sul lato tecnico. Un montaggio magistrale, che sfuma senza pietà le storie una dentro l’altra approfittando di una sceneggiatura eccezionale, in cui ogni dialogo avviene dopo o prima di un punto essenziale dell’intreccio che non viene però mostrato in modo esplicito, e lo spettatore resta a dover comprendere che cosa sia appena successo o che cosa stia per accadere senza che gli venga servito su un piatto d’argento ma soltanto suggerito, come nella realtà spesso avviene quando un sospetto diventa poi un pensiero e poi una preoccupazione e infine quasi una certezza tanto che al momento in cui cala la scure sai già, già sapevi.
E poi una musica che non concede sconti né requie e sottolinea ogni passaggio senza anticipare troppo, senza dimenticare nessuna sfumatura emotiva.
Un cast veramente d’eccezione, con l’abusato Matt Damon che però regge, regge alla perfezione, un occasionale William Hurt da brividi, l’inquietante anima nera del potere Christopher Plummer e poi una lunga, lunghissima galleria di personaggi intensi e centrati tra cui non posso non citare Alexander Siddig, perfetto nel suo ruolo di primogenito scomodo dell’Emiro. E ad ultimo il tormentato e scrupoloso agente della CIA che è valso un Oscar meritato a George Clooney.

E ora, finalmente, i contenuti.
Il film racconta le storie intrecciate ed intricate di quattro personaggi: un agente della CIA, un giovane avvocato di colore, un consulente finanziario d’alto livello e un giovane immigrato pakistano nel golfo persico. Le loro vite concorrono a tracciare un disegno, anche se nessuno tra essi ha mai occasione di conoscere gli altri. Ciascuno di loro ci porta a osservare un aspetto, un lato di una situazione complessa quale è oggi il mondo in cui viviamo, ovviamente da punti di vista profondamente diversi e distanti e parziali. Ma tutti questi sguardi lasciano allo spettatore un quadro coerente, connesso, globale – in cui nulla inizia e finisce in solo angolo del mondo. Tutto riguarda tutti e cercare di controllare la situazione è una follia, una illusione. Persino per chi sembra farlo, persino per chi sembra comandare tirando le leve del potere ogni esito è fortunoso, casuale, incidentale. E tutti sono colpevoli, nessuno è salvo. Non importa se si hanno tante o poche scelte, se si è ricchi o poveri, se le intenzioni erano nobili o spregevoli: il sistema ciecamente procede nella somma di ogni fattore, di ogni spinta e alla fine nulla è cambiato – e nulla è uguale a prima.

La CIA non è il grande cattivo. Al massimo è la stupidità, la banalità del potere esecutivo al servizio di chi paga. Ma neppure l’avvocato ombra dei petrolieri è veramente il grande cattivo: è soltanto un vecchio sopravvissuto, che si pasce dei cadaveri di ideali, che segue schemi rodati, e che si spaventa e fa marcia indietro quando bussano direttamente alle sue finestre. L’agente in rivolta non sceglie un’etica, ci viene forzato coltello alla gola. Ha ucciso e fatto uccidere senza domande fino a poco prima, professionista e letale nel suo ruolo, e cade ingenuo e imbranato nel cercar di disfare quel che ha fino ad allora compiuto, finendo solo con l’aiutare chi voleva ostacolare. L’avvocato che sembrava pecora timorata si rivela leone feroce, capace di sacrificare la vita degli altri senza scrupoli, e anche lui non ha mai scelta, solo quella di farsi tagliare la testa o di impugnare a sua volta la scure. Il giovane consulente poi vive il dramma più intenso e meno profondo: creare virtuosità dal marciume, arricchirsi consigliando ciò che è giusto fare, in posizione privilegiata. Ma dover ringraziare il lutto più grande per tutto questo. Doverci perdere il nido, inseguendo un sogno che non può e non deve diventare reale, perché prima che la corona sia data c’è il fuoco a bruciare ogni cosa e lasciarlo attonito e stordito a barcollare in cerca di ciò che resta del suo passato. E forse il peggiore dei drammi raccontati, quello di chi ha già perso tutto ciò che poteva perdere, cacciato sul fondo del pozzo della sua anima a calci e senza pietà, per poi esser curato con miele e odio e imboccato pian piano ad affetto e veleno finché non è pronto a sacrificare l’unica cosa che resta di lui: una immagine in tv, che spiega cosa desidera accada al suo funerale.

Non c’è un grande cattivo. Non c’è qualcun altro cui dare la colpa, anche se tutti ne vorrebbero uno.
Tutti, siamo cattivi.
Il mondo è ciò che siamo, tutti quanti.

SCHEDA
Syriana
regia di Stephen Gaghan, anno 2005.
Personaggi e interpreti:
George Clooney – Bob Barnes
Christopher Plummer – Dean Whiting
Jeffrey Wright – Bennett Holiday
Matt Damon – Bryan Woodman
Alexander Siddig – Nasir Al-Subaai
Kayvan Novak – Arash

Syriana su IMDB [ing]




Stefano Re

Questo Blog raccoglie racconti, riflessioni, illazioni, delazioni e deliri di Stefano Re.

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