Archivio per ottobre 2009

26
Ott
09

a Klara

Klara Murnau

Non c’è meraviglia che tu sia sola: è scritto nella tua storia, nei passaggi che prendi dalla vita e fai tuoi, nelle stelle sotto cui sei nata. Cerchi i fili della vita, li annodi con pazienza, li conti e riconti passandoli tra le dita smaltate. Sei il respiro delle città, il profumo delle stagioni che incessanti passano, il suono di un pianoforte nel pomeriggio assolato. Sei la guida dei mille sorrisi, le molte parole che curano l’esistenza da se stessa, il setaccio che passa i minuti della vita cercando pietre preziose. Sei la guardia alla ridotta che dà sul nulla, il faro al limite dell’oceano, il cartello che recita fine del territorio esplorato.
Tu sei ciò che rimane.

Stefano Re © Ottobre 2009

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09
Ott
09

Negli occhi, nelle mani

Mi cerchi nei tuoi occhi, mi cerchi nelle tue mani, nell’odore che resta sulla tua pelle. Baci umidi che bruciano la mente e ritornano, ritornano e ritornano, ritornano sempre. E sono caldi e umidi, e caldi e umidi. La vita che corre e passa ti porta dove vuoi, ti porta vicino a me, ti porta lontana da me, è sempre la vita che corre e scorre e che scegli, la vita che scegli.

Siamo anime nella nebbia, possiamo solo trovarci o perderci senza sapere davvero dove arriveremo, quando arriveremo, come arriveremo. Se saremo pronti o no, se saremo capaci o no, di essere felici.
La mia voglia di te è una pioggia che mi lava il cuore senza posa.
Sei nei miei occhi, nelle mie mani.

Stefano Re © ottobre 2009

06
Ott
09

Vino inatteso

Spezie segrete nel cuore di un’ostrica, vino rosso a macchiare le labbra, i segreti di Marte che si svelano sulle braci di Venere – la superficialità che si illumina attorno a un tavolo, tra aspiranti vampiri e semplici anime disperate, la bellezza fiorisce incontrastata.
Quel che non ti aspetti, dove non lo aspetti, arriva a catturare i tuoi occhi, li porta con sé, se li porta via, li tiene stretti a sé, via via li porta via – e riscopri il ritmo della vita, il ciclo che chiama alla gioia, che tu sia pronto o meno, un tribunale severo attende nell’ombra destra del cervello.
Assolvimi, condannami, non ha importanza: nessuna cella mi può contenere.
I primi e gli ultimi giorni in cui nasce un cuore a vita, il respiro che si abbassa e risale come un’onda e dice si, si, sei vivo e lo sai, e risuona nel battito che non era il tuo, nel ritmo della vita che si scioglie, dolcissimo, sulle sue labbra.

Stefano Re © ottobre 2009

02
Ott
09

Un fiore di spazzatura

Un’alba dietro l’altra, tutte identiche nella loro inutilità, tutte diverse nelle sfumature dei loro colori, dalla gioia alla caduta, dalla disperazione alla rinascita.
– dimmi, dimmelo: cos’altro vuoi da me?
– niente, non voglio niente.
Davanti alla porta, come se l’avessero lasciato lì, un fiore fatto di spazzatura.
– perché non svanisci al sole? Perché non mi abbandoni al mio destino?
– perché sono parte di te.
Quel che si aspetta, quel che si regala. Un sogno di cristallo, trasparente e fragile, prezioso e inutile – cos’altro se non inutile?
– non hai mai capito nulla, non hai mai capito.
– e cosa c’è da capire? Siamo ciò che siamo, nient’altro.
– siamo ciò che vogliamo.
– che la colpa sia con noi.
La felicità che ci rincorre beffarda, sulle ali dei ricordi. Siamo esseri sbagliati, ad immagine e somiglianza di una bugia. Può il dolore diventare noioso?
– hai fatto la scelta sbagliata, lo sai vero?
– si, lo so. Ma non lo dirò mai. Non posso, lo capisci?
Parole e parole a rincorrersi, tra sogni e incubi, sul fondo di un fiume di miraggi.
– quanto tempo è passato ormai? Sembrano secoli.
– lo sono.
– questo mondo si è fermato ad aspettarci, e finché non avremo chiuso il cerchio non ripartirà.
– e se il cerchio non si chiudesse mai? Se non ne avremo la forza?
– allora il tempo sarà sempre al presente, vivrà sempre al passato, perderà ogni futuro.
Quando sembra superato, quando sembra dimenticato, è ritrovato. Quando appare presente e vivo, è perduto.
– non finirà mai vero?
– no, non finirà mai.
– promettilo.

Stefano Re © ottobre 2009

01
Ott
09

Questioni di fede

– a volte non è facile distinguere tra ciò che è bene e ciò che è male – ebbe a dire il reverendo Thomas. Renard pensò che senza una fede non era possibile nemmeno parlare di bene o di male, ma non disse niente. Era troppo stanco per sprecare fiato in diatribe prive di ogni possibile conclusione.  Era stato curioso parlare amichevolmente col reverendo Thomas, sapendo che entro venti ore avrebbe officiato la sua condanna a morte. Eresia, stando alle carte, anche se non si trattava di un giudizio corretto. Essere ateo non era la stessa cosa che essere eretico, ma pare che alla tri-TV piacesse molto di più il termine “eretico”, alzava gli ascolti per la diretta del suo auto-da-fè.

Nella cattedrale diroccata il rito volgeva al termine. La gente era ammucchiata sulle gradinate senza un ordine preciso, le panche erano state sgombrate dalla galleria prima della cerimonia, ammucchiate sulle rovine di lato a testa in giù, per fare spazio ai fedeli. Adesso le gambe biforcute delle panche, così scure da sembrare nere, fissavano stolidamente le travi incrociate a volta sedici metri sopra le teste dei fedeli. Renard si trovò ad alzare gli occhi involontariamente lungo le colonne di pietra sbrecciate, fino agli affreschi dipinti sugli immensi pannelli di legno appesi alla volta fatiscente. Erano tre immensi pannelli di legno, affrescati con immagini di sacra ispirazione. Da un lato della navata Gesù predicava dal tetto della fabbrica di occhiali del signor Formenton. Il paesaggio montuoso del Veneto faceva da sfondo. Gesù portava una tonaca di Dolce & Gabbana e ovviamente moltiplicava occhiali da vista, perché tutti i fedeli vedessero la via sacra alla fede. Nel pannello centrale campeggiava Dio in persona, con barba e tutto, ritto in piedi tra due coni gelato alti come le montagne che li affiancavano. Un gelato era alla menta, verde vivido e brillante, l’altro marrone chiaro, probabilmente alla nocciola. L’etichetta blu sui due coni di biscotto recitava GELUS DEI a grandi lettere dorate. Una folla di fedeli e santi pregava leccando ciascuno il proprio piccolo cono gelato, a immagine e somiglianza dei due immensi compagni del proprio Dio. Il terzo pannello, sulla destra, raffigurava lo Spirito Santo. Era disegnato come un immenso triangolo color arancione con in mezzo un grosso occhio azzurro con l’aureola d’oro massiccio. Per nulla diafana come quelle delle iconografie classiche, l’aureola dorata recava visibile un bel 24 karati impresso al suo interno. Sotto il triangolo c’era la marca della Fabbrica Orafa Dellington – Milano, C.so Vittorio Emanuele 32, con tanto di telefono, fax e e-mail.

Renard soffocò un sbadiglio, mentre il Vescovo sul palco illuminato dai riflettori officiava i saluti. Ancora una ventina di minuti per gli spot degli sponsor e poi la cerimonia domenicale sarebbe finita. Renard stava riflettendo su quanto ci avrebbe messo a morire soffocato dal fumo, se sarebbe stato molto doloroso, quando gli parve urgente, necessario anzi, alzare gli occhi al cielo di nuovo. C’era qualcosa che non andava. Alzò lo sguardo e osservò il pannello di destra, quello con lo spirito santo ingioiellato, e lo vide ondeggiare pericolosamente. Lo guardò andare a cozzare contro quello centrale, mentre i cavi tiranti cedevano uno alla volta cascando penzoloni come lunghe serpi nerastre. Subito anche Dio si mise a ballare avanti e indietro lassù assieme ai due immensi coni gelato, finendo a sbattere contro il terzo pannello con Gesù e la fabbrica di occhiali. Renard era impietrito dalla meraviglia. Ora tutti e tre i pannelli ondeggiavano e i cavi uno ad uno saltavano serpeggiando nell’aria, mentre lo Spirito Santo si inclinava paurosamente da un lato. Allora aprì la bocca per gridare, e insieme a lui la aprirono i seicento fedeli stipati come sardine nella navata centrale della cattedrale in rovina: tutti insieme sulle note di una chitarra e di un tamburo cantavano a squarciagola: PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI.

Renard gridava – Attenti, attenti, i pannelli cadono! – Ma le sue urla si persero nella potenza sonora della fede cumulata in quel luogo santo. Forse una guardia lo sentì, girò lo sguardo verso di lui con rancore, convinto che stesse solo cercando di disturbare la cerimonia e non si degnò neppure di alzare lo sguardo. Le pianole elettriche ora accompagnavano il canto sacro nella riff dei Crazy Totems of Love, che il vescovo in persona annunciò dal palco essere giunti primi in classifica quello stesso giorno. Renard guardò di nuovo verso l’alto, attraverso i giunchi della sua gabbia, e scoppiò a ridere mentre la santissima trinità perdeva contatto con i cavi di sicurezza e iniziava la sua rapida discesa verso i propri fedeli.

Stefano Re © 1992




Stefano Re

Questo Blog raccoglie racconti, riflessioni, illazioni, delazioni e deliri di Stefano Re.

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