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01
Ott
09

Questioni di fede

– a volte non è facile distinguere tra ciò che è bene e ciò che è male – ebbe a dire il reverendo Thomas. Renard pensò che senza una fede non era possibile nemmeno parlare di bene o di male, ma non disse niente. Era troppo stanco per sprecare fiato in diatribe prive di ogni possibile conclusione.  Era stato curioso parlare amichevolmente col reverendo Thomas, sapendo che entro venti ore avrebbe officiato la sua condanna a morte. Eresia, stando alle carte, anche se non si trattava di un giudizio corretto. Essere ateo non era la stessa cosa che essere eretico, ma pare che alla tri-TV piacesse molto di più il termine “eretico”, alzava gli ascolti per la diretta del suo auto-da-fè.

Nella cattedrale diroccata il rito volgeva al termine. La gente era ammucchiata sulle gradinate senza un ordine preciso, le panche erano state sgombrate dalla galleria prima della cerimonia, ammucchiate sulle rovine di lato a testa in giù, per fare spazio ai fedeli. Adesso le gambe biforcute delle panche, così scure da sembrare nere, fissavano stolidamente le travi incrociate a volta sedici metri sopra le teste dei fedeli. Renard si trovò ad alzare gli occhi involontariamente lungo le colonne di pietra sbrecciate, fino agli affreschi dipinti sugli immensi pannelli di legno appesi alla volta fatiscente. Erano tre immensi pannelli di legno, affrescati con immagini di sacra ispirazione. Da un lato della navata Gesù predicava dal tetto della fabbrica di occhiali del signor Formenton. Il paesaggio montuoso del Veneto faceva da sfondo. Gesù portava una tonaca di Dolce & Gabbana e ovviamente moltiplicava occhiali da vista, perché tutti i fedeli vedessero la via sacra alla fede. Nel pannello centrale campeggiava Dio in persona, con barba e tutto, ritto in piedi tra due coni gelato alti come le montagne che li affiancavano. Un gelato era alla menta, verde vivido e brillante, l’altro marrone chiaro, probabilmente alla nocciola. L’etichetta blu sui due coni di biscotto recitava GELUS DEI a grandi lettere dorate. Una folla di fedeli e santi pregava leccando ciascuno il proprio piccolo cono gelato, a immagine e somiglianza dei due immensi compagni del proprio Dio. Il terzo pannello, sulla destra, raffigurava lo Spirito Santo. Era disegnato come un immenso triangolo color arancione con in mezzo un grosso occhio azzurro con l’aureola d’oro massiccio. Per nulla diafana come quelle delle iconografie classiche, l’aureola dorata recava visibile un bel 24 karati impresso al suo interno. Sotto il triangolo c’era la marca della Fabbrica Orafa Dellington – Milano, C.so Vittorio Emanuele 32, con tanto di telefono, fax e e-mail.

Renard soffocò un sbadiglio, mentre il Vescovo sul palco illuminato dai riflettori officiava i saluti. Ancora una ventina di minuti per gli spot degli sponsor e poi la cerimonia domenicale sarebbe finita. Renard stava riflettendo su quanto ci avrebbe messo a morire soffocato dal fumo, se sarebbe stato molto doloroso, quando gli parve urgente, necessario anzi, alzare gli occhi al cielo di nuovo. C’era qualcosa che non andava. Alzò lo sguardo e osservò il pannello di destra, quello con lo spirito santo ingioiellato, e lo vide ondeggiare pericolosamente. Lo guardò andare a cozzare contro quello centrale, mentre i cavi tiranti cedevano uno alla volta cascando penzoloni come lunghe serpi nerastre. Subito anche Dio si mise a ballare avanti e indietro lassù assieme ai due immensi coni gelato, finendo a sbattere contro il terzo pannello con Gesù e la fabbrica di occhiali. Renard era impietrito dalla meraviglia. Ora tutti e tre i pannelli ondeggiavano e i cavi uno ad uno saltavano serpeggiando nell’aria, mentre lo Spirito Santo si inclinava paurosamente da un lato. Allora aprì la bocca per gridare, e insieme a lui la aprirono i seicento fedeli stipati come sardine nella navata centrale della cattedrale in rovina: tutti insieme sulle note di una chitarra e di un tamburo cantavano a squarciagola: PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI.

Renard gridava – Attenti, attenti, i pannelli cadono! – Ma le sue urla si persero nella potenza sonora della fede cumulata in quel luogo santo. Forse una guardia lo sentì, girò lo sguardo verso di lui con rancore, convinto che stesse solo cercando di disturbare la cerimonia e non si degnò neppure di alzare lo sguardo. Le pianole elettriche ora accompagnavano il canto sacro nella riff dei Crazy Totems of Love, che il vescovo in persona annunciò dal palco essere giunti primi in classifica quello stesso giorno. Renard guardò di nuovo verso l’alto, attraverso i giunchi della sua gabbia, e scoppiò a ridere mentre la santissima trinità perdeva contatto con i cavi di sicurezza e iniziava la sua rapida discesa verso i propri fedeli.

Stefano Re © 1992

28
Set
09

Dente del giudizio

Mi sveglio, ho la febbre, la gola che brucia – influenza galoppante. Ferie perché devo andare dal dentista, chissà perché il dentista non è considerato malattia. Ti riempie di novocaina la faccia, ti strappa o trapana le ossa, ma non si tratta di malattia. Probabilmente si tratta di sport. L’appuntamento è alle due e mezza, mi sono addormentato alle 6, svegliato alle 9, rotolato nelle lenzuola fino alle due. Non ho tantum verde, lo sogno tra le lenzuola mentre la febbre sale e la gola brucia. Mi faccio la doccia, mi vesto, esco. Un vicino mi stava citofonando. Abita sotto di me. Mentre facevo la doccia gli pioveva giù dal soffitto, cioè dal mio bagno. Tubature rotte. Lo rassicuro, chiamerò un idraulico. Non so dove trovarlo un idraulico, insiste a spiegarmi tutto su come il suo bagno sia stato allagato, sono in ritardo dal dentista, mi vengono in mente tutte quelle barzellette sugli idraulici che scopano le mogli a casa mentre il marito è al lavoro, ma non sono sposato. La donna che amo è in America e non sono neppure sicuro che esista, figurarsi se mi pongo domande sugli idraulici americani che possa frequentare. Sto delirando nella mia testa, corro dal dentista, ho il febbrone, attesa di un’ora in una stanza quadrata traboccante di giocattoli e pargoli che fanno un casino del diavolo. La moglie del mio dentista è pediatra, usano lo stesso appartamento come studio per le due attività. Amore ed economia finalmente si abbracciano, ma la testa mi scoppia e vorrei avere un lanciafiamme per decimare e ridurre al silenzio la presente rappresentanza delle nuove generazioni. Quando posso aprire la mia bocca alle sue indagini, il dentista guarda e dice: va tolto, ora. Il mio ultimo dente del giudizio cede le armi senza un grido. Mezza faccia addormentata dall’anestesia, mezza dalla febbre, scappo via dallo studio medico e corro a fare la spesa. Nella mia testa cerco un idraulico, non lo trovo. La febbre incalza, gareggia col sordo pulsare della mascella. Farmacia, medicine, ma non posso prendere aspirina perché è un anticoagulante. Tantum verde, lo spray per la gola. Undicimila lire per un flacone che mi scompare nel palmo. “Lo fanno piccolo ora” mi spiega la farmacista. Hanno fatto tutta quella pubblicità in televisione, da qualche parte dovranno ben riprendere i soldi spesi. Forse dovrei avere una gola più piccola allora. Febbrone, faccia gonfia. Spesa, danup e mozzarella. Casa, il vicino è un po’ alterato, lo calmo, cerco un idraulico nella vecchia agenda, lo chiamo, non risponde. Ho una porta fracassata, gli ho gettato contro una sedia sere fa per la rabbia.
Mi sono messo a ridere, la testa pulsava per la febbre, la mascella faceva male ma mi sentivo improvvisamente così bene.

Stefano Re ©2001




Stefano Re

Questo Blog raccoglie racconti, riflessioni, illazioni, delazioni e deliri di Stefano Re.

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