07
Ago
09

La musica di South Beach

Voci e ricordi di Miami a 10 anni dalla morte di Versace
di Stefano Re

Quante probabilità ci sono che un proiettile attraversi la testa di una persona e colpisca in volo un piccione? Fa un caldo soffocante a Miami. Il vento è lieve ma costante, porta odori di un oceano che non conosco affatto. Mi domando se sta arrivando un qualche cugino di Katrina.

Miami mi circonda sonnolenta e inquieta. Ho tante domande da fare, ma ci siamo appena conosciuti, sarebbe un errore forzare i tempi: aspetto immobile la sua confidenza. Dovrò osservare, e ascoltare: avrò bisogno di testimoni.  Sono qui per raccontare una storia.

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Versace era un uomo, ma non era solo un uomo. Lorenzo De Versace, o anche il Medici degli anni ’90. Il guru del Glamour, il primo stilista di moda post-freudiano. Tutti immaginano, a ragione, che diventare un mito sia un’esperienza inebriante. Pochi sanno quanto spesso diventi un’esperienza annichilente. La fama snatura le persone più deboli, le rende patetici burattini tenuti insieme dal fil di ferro delle parole scritte o dette su di loro, dagli intrighi di chi sfrutta la loro visibilità o vendibilità. Ma non si tratta solo di esteriorità: il mito divora l’uomo, l’immagine negli occhi affamati di chi guarda – e invidia persino mentre ammira, consuma l’anima dell’attore e lo plasma, lo trasforma in un’ombra di se stesso. Guardando il mare di Miami mi domando: è accaduto anche a lui?

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Di Versace so quel che sappiamo tutti: un uomo brillante, determinato, capace di sfidare il confine tra ciò che è accettato e ciò che non lo è. Tra il sacro e il profano, tra l’antico e il moderno. Lo ha fatto negli anni ‘80, con sadomaso girl, una collezione che aggrediva il tabù dell’immagine proibita, trasfigurava quegli stivali e quei frustini consacrati all’inconscio collettivo dalle pagine di Sacher Masoch e del Divin Marchese, trascinandoli a forza fuori dalle mura scrostate e umide di un bordello e dei sogni proibiti dell’uomo medio, per esporli in passerella trasfigurati, rinnovati e resi dolci allo sguardo. Lo ha fatto fondendo eleganza e sportività nel vestire, giocando sul femminile nel maschile e sul maschile nel femminile. Lo ha fatto vivendo in case rinascimentali affollate di quadri di Picasso e spostandosi in Concorde, scivolando nel tempo che arredava attorno alla sua vita con la stessa scioltezza con cui scivolava sui tessuti in cerca della piega corretta, della cucitura perfetta. Lo ha fatto riassumendo in sé le contraddizioni di un’era.

Non sono parole mie, lo ha detto proprio lui: “Sono la sintesi della mia epoca.”

Insomma, un mito. Il mito tutto italiano dello stilista di moda, trasgressivo e audace, raffinato e provocatorio. Un mito che è uscito dai suoi confini per diventare globale, tanto simbolicamente quanto concretamente. Da Reggio Calabria, lasciando gli studi e sfidando l’ira paterna arriva a Milano, e di lì Parigi, Mosca, Bruxelles. E naturalmente, America. Il sogno italiano attraversa il pianeta, e lo colora di sé.

Ma tutto questo lo sapevate già. Io ora devo conoscerlo. Per raccontare la sua morte, devo conoscere la sua vita. Sono stufo di leggere cosa altri hanno detto di lui, vado a incontrarlo faccia a faccia. Guardo a lungo le foto. L’obbiettivo di Avedon lo ha ritratto come un dio greco. Osservo i filmati, voglio vedere come si muove. Sul monitor a cristalli esce dalle quinte, è sulla passerella. Ecco, passa un braccio attorno alle spalle di una modella. Cerco il movimento studiato, l’ebbrezza e il nudo compiacimento, ma non li trovo nei suoi gesti o nei suoi occhi. Si muove cauto, mantiene stabile il suo centro mentre calca la scena. Non c’è fil di ferro a tenerlo in piedi: è rimasto un uomo. Il fermo immagine non lo coglie, ma il movimento sì: nello sguardo il lampo di forza di chi vede oltre, e quel sorriso insieme compiaciuto e mesto di chi si è realizzato e sa quanto costa, quanto peso porta con sé. Non è modesto, il suo sguardo, ma non è arrogante: è diretto e pacato insieme. Mostra la forza di una vita in prima linea, senza troppi sconti, e delle cicatrici che comporta. Il braccio sulle spalle della modella, guarda oltre la gente, oltre i flash. Guarda se stesso, per questo sorride. Lo osservo e capisco: quest’uomo raccontava, perché aveva sé stesso da raccontare. Non stava sotto i riflettori per farsi raccontare dagli altri. Nessun fil di ferro a tirargli il sorriso: Versace stava in piedi da solo, nonostante la fama, nonostante l’appetito del mondo.

Spengo il monitor, guardo giù dalla finestra. Sulla strada dei bambini giocano con pistole finte. Bang bang, sei morto. Gli occhi voraci del mondo dovranno accontentarsi di divorare cibo a buon mercato.

Dovranno accontentarsi di Cunanan.

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Cunanan. Serial killer, o Spree Killer per i tecnici. Un individuo vuoto come un buco nero, che cercava il riflettore per riempirsi e sentirsi vivo. È l’associazione mentale a portarmi a capire: il cibo andato a male fa fare brutti sogni: Cunanan è il prototipo del sogno americano gone berserk, della rincorsa al successo come risposta esistenziale compulsiva. L’affermazione a tutti i costi che diventa patologia, disperazione e infine violenza. Il sogno si corrompe, diventa incubo. È l’incubo americano a uccidere il sogno italiano. È un buco nero senza fondo, un panino di McDonald andato a male nella sua carta oleosa a puntare la pistola contro l’uomo talmente pieno di vita ed energia da restare fedele a se stesso persino all’apice della fama. Miami ha visto la tragedia di questo incontro, quindi Miami ne deve portare il ricordo nel suo ventre. Ascolto ancora il vento, mi sforzo di farmi sottile per sentire cos’ha da raccontarmi. Ma non sono uno sciamano: se voglio sentire qualcosa, devo uscire da questo albergo, in caccia di testimoni.

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Miami ha le sue zone. North Miami costa meno. In centro, a  Downtown c’erano gli homeless, i barboni. Li hanno cancellati per decreto, ora ci sono uffici e banche, grattacieli e alberghi per manager. Le Islands: Star, Ibiscus e Palm, è dove comprano casa i divi. Cinema, sport, televisione, lo star system costruisce ville barricate contro i paparazzi. Poi ci sono le spiagge. Versace aveva casa a South Beach, sulla Ocean Drive, il lungomare dove tutti, importanti e sconosciuti, passeggiano sperando nel vento oceanico per alleviare il caldo soffocante. Ancora una contraddizione: Versace voleva stare tranquillo, ma prende casa nel punto piu’ vivo di Miami. Ed è lì che muore.

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Quando si è sparsa la notizia, la città tutto attorno è rimasta attonita a guardare. La televisione ci racconta il suo cambiamento, disegna lo spartiacque. Negli anni ‘80 Miami Vice mostrava volonterosi poliziotti in maniche corte capaci di fermare i narcotrafficanti più con la buona volontà che con le pistole. L’omicidio di Versace ha concluso quell’epoca: oggi impazza CSI Miami: la celebrazione della tecnologia per sfuggire all’insicurezza, alla sfida di un crimine incomprensibile, incontrollabile, al veleno delle zanne del sogno americano che diventa l’incubo americano. Sparando a Versace, Cunanan ha mostrato che nessuno è salvo, che non serve alcun motivo per uccidere, che nessun sogno è al sicuro. Ipotesi: l’omicidio di Versace è stato l’11 settembre di Miami?

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È stato una bomba, nella città. Erano tutti scioccati, dice il tassista. Sembra appassionato, azzardo qualche domanda in più: e’ cambiato qualcosa, dopo? “Beh, certo. Molta più sicurezza”. La gente aveva paura? “E di che cosa? Quel tipo, Cunanan, lo hanno arrestato no? Sono sicuro che e’ ancora in prigione”. Forse dovrei ricordargli che Cunanan è morto. Meglio lasciar perdere.

Ocean Drive: il caldo è un abito attillato. Palme nella striscia di parco tra la strada e le spiagge. Non si vede il mare dalla strada: collinette di sabbia di quattro metri fanno barricata. L’oceano non è addomesticato come il Mediterraneo, va tenuto a bada. Molta gente lungo la camminata, bar, ristoranti, una musica nota. La polizia sconsiglia di andare sulle spiagge la notte. Brandon, 37 anni, l’ha fatto ed è stato pestato e rapinato da quattro ispanici. Gli hanno rotto le gambe per 40 dollari. Del resto, se hanno sparato a Versace.

Barbara arredava interni. È arrivata a Miami diversi anni fa, ha chiesto consiglio ad un avvocato per il suo visto in scadenza e non ha più lasciato la città. Mi racconta di una visita a Casuarina, dopo Cunanan, prima della vendita e riconversione. Mi parla di un sapore di acienda, contrasti ricondotti alla linea con grazia. Immensi mosaici a colorare le pareti dei bagni, saune romane per novelli imperatori. Una casa fuori del tempo di Miami, mi dice. In che tempo esisterebbe, secondo te? Ci deve riflettere qualche secondo sopra: “Non puoi dargli un’epoca. Ha uno stile troppo eclettico”. Ma un trait d’union tra i diversi stili di quella casa? Lui, Versace. La sua vita. “C’era un maggiordomo a farmi visitare la casa. Mi raccontò di Gianni che restava alla finestra, per ore, a guardare le persone che caminavano lungo la passegiata a mare, fuori dai vetri”. Così esposto, così riservato. Lui era il trait d’union del caos di epoche della sua casa.

Sto inseguendo un fantasma. Mi siedo sui gradini, passo le dita sulla pietra ancora tiepida di sole. L’occhio da criminologo cerca un’ombra delle macchie, segue le fessure per un frammento di sangue secco. Neppure il DNA sarebbe riconoscibile dopo dieci anni, e a trovarlo, non ci direbbe niente di più di quanto già sappiamo. Non c’è niente qui, la pista è fredda. Su questi gradini Versace è stato ucciso, ma non c’è traccia di lui: le sue orme le ha lasciate altrove, e io sono qui per trovarle. Gli uomini più piccoli lasciano le loro tracce nell’asfalto o nella sabbia, gli uomini più grandi le affidano agli occhi, al cuore e all’animo degli altri uomini. Abbandono la scena del crimine, la morte non ha niente da raccontarmi su Versace. Devo cercare la vita.

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Al Palace Bar, Randy mi racconta che Miami è cambiata. Tutto è cambiato. Era necessario, succede dovunque: all’inizio è un posto dove si crea una atmosfera speciale, poi tutto diventa commercio, tutto vuoto, senz’anima. Ha conosciuto Versace, di vista. Tutti potevano conoscere tutti allora: ok, lui era Versace, ma non lo faceva pesare a nessuno, e nessuno lo trattava in modo diverso. “Un pomeriggio abbiamo giocato insieme a volley in spiaggia. Credo stesse bene qui per questo, poteva essere una persona qualsiasi. Dopo che è stato ucciso, tutto è andato in malora molto velocemente. Folle di turisti morbosi, giornalisti in cerca di scoop, e poi un commercio sempre piu’ spietato, stereotipato”. L’anima di South Beach è svanita con Versace.

Parlo con Thymoty e Richard. “Versace ha fatto molto per Miami, e per South Beach. Promuoveva la moda, gli eventi, finanziava fondazioni e associazioni. Poi era una fonte di ispirazione, di stile. Una persona regolare, tranquilla. Era molto generoso, e non ostentava per niente la sua ricchezza. Quando la notizia si è diffusa, ho visto persone scoppiare a piangere per la strada. Gli volevamo bene, lo sentivamo uno di noi, e in un certo senso ci faceva sentire uniti. La cosa assurda è che dovunque andasse nel mondo era sempre accompagnato da guardie del corpo. Solo qui non teneva nessuno a distanza: voleva sentirsi normale, e lo era. Per questo quel matto ha potuto avvicinarsi così tanto”. E dopo? Che cosa e’ cambiato, dopo? I turisti: fanno la fila, per fotografarsi davanti alle scale di casa sua.

Qui, e’ successo qui.

Li ho visti anche io. Due gruppetti, niente fila, erano le nove di sera. Foto sugli scalini, davanti alle inferriate. Il cancello doveva essere aperto. Uno dei ragazzi è entrato, sporgeva la testa tra i battenti, faceva le boccacce alla telecamera.

Una infamia. Hanno reso la sua morte uno show. Turisti in fila, c’era chi veniva qui solo per farsi vedere dai fotografi. Il barista del Palace scuote la testa: “Era diventato un circo insopportabile. Mi ero messo un cartello al collo, con su scritto no comment”. E di Versace, che cosa ricorda? “Un uomo gentile, passava ogni tanto a prendere un drink. Non si faceva notare”.

Non e’ stato il proiettile, mi spiega Thimoty. Il piccione, non lo ha ucciso il proiettile. Sono state le schegge dei gradini. Il proiettile ha colpito i gradini, e le schegge hanno ucciso quel piccione. Niente pallottole magiche per Versace, quelle son riservate a JFK. Neppure un proiettile originale, atipico. Soltanto le schegge dei gradini, e un piccione che ha scelto il giorno sbagliato per farsi un giro alla Casuarina. Il piccione c’è rimasto, la poesia è volata via.

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Tony Magaldi è il proprietario del News Cafè. Ogni mattina, Versace passava da lui a comprare quotidiani e riviste. Sorride stancamente alle mie domande: sono dieci anni che gliele fanno. “Era una persona tranquilla, sobria e riservata”. Ci metto un po’ a rompere il ghiaccio, alla fine si scioglie. “Non è una cosa carina da dire, lo so, ma Versace ha fatto di più con la sua morte che con la sua vita per South Beach”. Finché era vivo, c’erano feste e artisti, ma nessuno ne sapeva niente. Dopo la sua morte tutti i media del mondo sembrano essersi accorti di South Beach. Tutti ne hanno parlato, e tutti hanno voluto venire a vedere questa strada, questo pezzo di Miami. Gli alberghi sono sorti come funghi, e così i club, i ristoranti.

Rosario Corrao, Chef, da Napoli al Pelican, South Beach, Miami. Cucina bistecche, insalate e paste da favola, adora Miami e non ha mai conosciuto Versace. “Sono arrivato dopo. In America è così: succede un problema, bum, è storia. Certo, resta il ricordo, ma è storia. Qui guardano al futuro”. Emanuele mi racconta di una vecchia. Lei viveva sulle barche, dieci anni fa. Mentre aspettavano di venderle, le affittavano per una inezia. Oggi ti sveneresti per vivere alla Marina. Le parole della vecchia: “Ne ho visti salire di grattacieli. Qui c’erano tre ristoranti in tutto, due alberghi, il porto. South Beach era fatta di pescatori”.

Pescatori e celebrità in incognito, a quanto pare. Ma io voglio tornare su Versace: insomma, una impronta, un ricordo, non c’è? Nel mondo gay, secondo Emanuele. “Loro lo ricordano molto, rappresentava il loro gruppo”. Ma vestiva donne, Versace, gli ricordo. Donne mascoline, dice Emanuele. “Insomma, abiti per uomini che volessero sentirsi donne”. Il mondo gay. Strano, a me Versace appare eclettico, senza limiti, senza tribù.

Paolo ha un quadro molto chiaro di South Beach. “Nei ‘90 era in fermento: modelle e fotografi selvaggi, traffici di droga e rifugiati cubani, artisti e naturalmente Versace. La sua morte è stata la perdita dell’innocenza di questo eden in gestazione. Versace ha avviato un processo che era stile, moda, glam: avviando la sua Casuarina  sulla Ocean ha dato un’impronta unica a South Beach. È stata la sua vita a farlo, non la sua morte. Eppure ormai tutti ricordano la sua morte, nessuno la sua vita. Qui poteva essere Porto Cervo, ed è diventata Ibiza. Dopo la sua morte, e anche di più dopo l’11 settembre, il turismo europeo è diminuito. Per reggere, alberghi e club hanno abbassato molto il livello della loro clientela”.

George, barista, è sintentico: prima di Versace la moda era un colore, due colori. Lui ha portato un arcobaleno.

Khalil porta il taxi sulle rampe di Miami da 12 anni. “Versace ha portato la moda, la bella gente. Senza di lui, South Beach non esisteva proprio. Penso non si possa vivere a Miami e non ricordare chi era Versace, che cosa ha significato”. Mettiamo alla prova l’opinione di Emanuele: sei gay, Kahlil? “No no, io sono sposato, con una italiana. Ma non ricordo Versace come un gay, lo ricordo come un protagonista, un benefattore di questa città. Non c’erano case sulla Ocean Drive, lui ci ha messo quella sua, bellissima. Ha illuminato South Beach, ha portato stile e qualità. È stato un peccato che l’abbiano venduta, dopo la sua morte. Versace ha ancora oggi il suo peso, il suo valore. Verrà ricordato per sempre”.

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Lo ricordano i gay, per ragioni tribali. E lo ricordano coloro che lo hanno conosciuto, che hanno vissuto una Miami pescatora e sobria, stravagante ma dotata di una sua anima. La popolazione della Miami del nuovo millennio non sembra avere granché bisogno di Versace, o del suo ricordo. Giusto i turisti del macabro, le foto di cattivo gusto sulla scalinata dove e’ caduto.

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He’s still around, at times. Mi guardo attorno un po’ dubbioso. C’è gente che continua a vedere Elvis, dopotutto. Eppure, eppure. Se non ha potuto ucciderlo la fame negli occhi del mondo intero, può esserci davvero riuscito un proiettile?

Miami mi si è fatta appresso, mi ha sussurrato nell’orecchio la sua musica. Ed eccolo, infine, Versace. Cammina con me lungo la Ocean che ha amato, quieto, invisibile ai più come ha voluto esserlo qui da vivo.

Ora posso salutarlo, e tornarmene in Italia.

Imparo a salutare il mito.

Vanity Fair, 2007


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Stefano Re

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