Posts Tagged ‘cultura

30
Giu
13

Molti nomi, sono nessun nome.

enemy

Il nemico non è l’ideologia.
Non è la religione, non è una razza, non è un club privato né una lobby né un clan.

Il nemico c’è, e la sua natura è perversa.
Perversa, perché nasce per servire la nostra vita, e poi la rende schiava. Nasce per migliorarci e offrirci opportunità, e poi ci rende miseri e ci costringe a scelte a lui funzionali.
Perversa, perché non ha un volto, una identità: ruba ogni volto, ruba ogni identità. Nasce servendola, nell’illusione di darle più spazio e agio, poi la schiaccia e la rende sua, distruggendo facce e idee.
Perversa, perché risorge sempre, non vive in un corpo, emerge da qualsiasi corpo e lo fa suo strumento. E per quanti corpi asserviti vengano sconfitti, lui non muore mai: trasmigra nel corpo di chi lo ha appena sconfitto.

Il nemico ha molti nomi: molti nomi, sono nessun nome.
Si chiama denaro, si chiama moda, si chiama politica, si chiama cultura, si chiama tradizione, si chiama convenienza, si chiama buonsenso. E appena viene sconfitto, si chiama rabbia, si chiama rivoluzione, si chiama cambiamento, si chiama nuova speranza.
Non appena diviene tramonto, ecco che si chiama alba.

Il nemico c’è, ha un’anima ed ha un nome.
La sua anima è: codardia.
Il suo nome è: struttura.

Il nemico, siamo noi.

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04
Set
09

Equivoco di civiltà

Si sente parlare, in questi mesi difficili, di “scontro di civiltà”, o di “contrapposizione religiosa”, nei difficili rapporti che in questi anni intervengono tra quello che viene, impropriamente, definito “mondo occidentale” e quello che viene, altrettanto impropriamente, definito “mondo islamico”.
Ritengo occorra, per affrontare un problema, anzitutto comprenderlo appieno. E per comprendere questo problema, credo occorra anzitutto definire con maggiore precisione le parti in causa, e il loro modo di comunicare. Vediamo dunque quali sono gli attori del fenomeno.

Quello che viene definito “mondo occidentale” sembrerebbe, dalla definizione, esser legato ad una locazione geografica. Ma così non è, perché in esso si fanno rientrare molti paesi che ad occidente non si trovano come ad esempio l’Australia, o il Giappone. Ancora, lo si ritiene caratterizzato da modelli politici di tipo rappresentativo-democratico, ma anche questo distinguo non regge, poiché se così fosse in esso rientrerebbero anche paesi come l’Iraq, la Palestina o l’Iran, anch’essi dotati di sistema rappresentativo-democratico, ma di fatto militanti nella opposta fazione.

Dall’altro lato si parla genericamente di “mondo islamico”, suggerendo una distinzione di tipo religioso. Ma anche questa distinzione risulta inesatta, poiché non solo il cosiddetto mondo islamico è in realtà una galassia animata da posizioni, interpretazioni e applicazioni di quel credo assai lontane tra loro, ma di fatto comprende stati in cui l’Islam non è considerato religione di stato, benché sia esso presente in forma anche massiccia nelle loro popolazioni. Questa distinzione risulta inoltre assolutamente assurda quando si considera che l’altra parte, il cosiddetto “mondo occidentale”, non è assolutamente identificato (né, mi perdonino Pera, Casini e la Lega Nord, identificabile) con il cristianesimo. Nel “mondo occidentale” al contrario risultano presenti in varia misura molte religioni, ed i cittadini dei paesi che nel “mondo occidentale” si annoverano godono del diritto individuale di libertà di credo religioso e sono tutelati dalla legge in questa scelta da eventuali conseguenti discriminazioni sociali o lavorative.

Di fatto, tutti i paesi del “mondo occidentale” ospitano più o meno rilevanti percentuali di credenti islamici. Così, dall’altra parte, anche i paesi del cosiddetto “mondo islamico” ospitano percentuali variabili di credenti di altre religioni, che però non godono in questi paesi di altrettante tutele contro le discriminazioni. Questa differenza è ciò che viene spesso lamentato come “mancanza di reciprocità”.

Se poniamo la riflessione relativamente al passato, scopriamo interessanti analogie con altri periodi storici. Ad esempio li troviamo nel rapporto tra religione e vita, sociale e personale, che caratterizza il medioevo europeo. In quell’epoca storica il cristianesimo veniva percepito come elemento di definizione della vita quotidiana, a cui non veniva concepita alternativa e le cui digressioni erano sanzionate, tanto a livello mentale quanto fisico, come “peccati di infedeltà”. È il periodo in cui per maggior gloria della fede cristiana si mandavano i propri figli in guerra santa contro gli infedeli. Il periodo in cui le donne che mettevano in discussione leggi e regole finivano sul rogo come streghe. Il periodo in cui per la religione si uccideva e si veniva uccisi. Indubbiamente anche nel medioevo esistevano cristiani “estremisti” e cristiani “moderati”, e indubbiamente era fatto raro che i cristiani più “moderati” raggiungessero alte cariche di potere. Ancora, è nel medioevo che la religione cristiana trova centinaia di forme espressive parallele e concorrenti con infinite scissioni, eresie, correnti e divisioni. Ci sono voluti un illuminismo, delle sanguinose rivoluzioni, due guerre mondiali e molti anni di guerra fredda prima che gli stati del “mondo occidentale” superassero questa percezione della realtà e iniziassero a mostrare i segni di una differente forma percettiva.

Ritengo che questo paragone storico risulti utile sotto diversi profili. Anzitutto dimostra che non abbiamo, oggi, un problema di contenuti specifici di un credo (l’Islam) perché qualsiasi credo può essere, in uno specifico contesto percettivo, terra di coltura e strumento di fanatismi e violenze generalizzate. Così è stato il cristianesimo in Europa per centinaia di anni. Inoltre offre i notevoli paralleli che ho evidenziato, e che a mio parere offrono le basi per giungere finalmente ad identificare gli attori di questo “scontro” di cui vorremmo capire di più.

Ora, mi sembra evidente che gli attori non siano correttamente identificati da queste definizioni di “mondo islamico” e “mondo occidentale”: definizioni inesatte, imprecise, asimmetriche. E soprattutto fuorvianti.

Nel cercare nuove definizioni degli attori in causa però occorre anzitutto scartare la proposta avanzata da Marcello Pera di identificare l’“occidente” con la sue radici cristiane. Il messaggio di Pera è assai chiaro e apprezzabile: senza una identità non è possibile aprire un dialogo. Finché uno degli attori non sa chi egli stesso sia, non può gestire in modo costruttivo la comunicazione con l’altro. Ma l’identità cristiana non è adeguata poiché essa non è il carattere distintivo identitario dell’attore che continuiamo a chiamare “mondo occidentale”. Al contrario, un elemento realmente distintivo di questo attore è la sua “multireligiosità”, o in modo più preciso la capacità di mettere in discussione a tutti i livelli ogni forma di “credo”: sia esso politico, culturale e persino religioso. Dico “persino religioso” perché il dogma religioso è, per definizione, qualcosa di indimostrabile, e come tale indiscutibile. O ci si crede, o non ci si crede. E inevitabilmente conduce chi crede e chi non crede su opposte e inconciliabili posizioni. Eppure nel nostro mondo occidentale siamo giunti al punto in cui discutiamo persino su ciò che è “indiscutibile” per definizione. Questo elemento è ciò che distingue i due attori in conflitto oggi:

La distinzione non riguarda difatti né aspetti essenzialmente religiosi né aspetti essenzialmente legati alla struttura geografica. E tantomeno distinzioni essenzialmente politico-istituzionali. La distinzione, che appare poco identificabile, riguarda invece scelte di vita, costumi sociali, reazioni di massa ed individuali alle sollecitazioni, un diverso modo di “vivere” le fedi e la loro importanza nella propria vita, un diverso modo di considerare la vita e la sicurezza propria e altrui, un diverso modo di valutare ed interpretare gesti, atteggiamenti, situazioni.

Nel loro insieme, questa differenza si riassume in una diversa percezione della realtà e dell’identità.

Quello che definiamo “mondo occidentale” mostra i segni di un mutamento assai intenso, in atto ormai da un centinaio di anni, che vede l’emergere di valori quali il dialogo, l’empatia, la concertazione, il compromesso, la tutela delle minoranze, il riconoscimento dell’altro e del diverso – elementi che ho definito portato del Drive Femminile. Al tempo stesso si squalificano valori come l’uso della forza, la rigidità, l’onore, la violenza – elementi propri di quello che definisco Drive Maschile. Al contrario il cosiddetto “mondo islamico” mostra poca considerazione per i primi e molta per i secondi. In queste condizioni il dialogo risulta, evidentemente, assai complicato. Ciò che è inteso come “disponibilità” da una parte viene percepito come “debolezza” dall’altro; il gesto che vorrebbe dire “non voglio combattere” viene recepito come “ho paura di combattere”; quella che viene definita “integrazione” da un lato è percepita come “colonizzazione” dall’altra.
Nel cosiddetto “mondo occidentale” ormai tutto è discutibile e discusso: la ragione non è più un elemento assoluto ma sempre relativo, la ricerca di un punto di incontro è una missione. Al contrario, nel cosiddetto “mondo islamico” ben poco è discutibile e discusso: non per costrizione politica, semplicemente per modus percettivo. Non si tratta, sia chiaro, di una definizione “buoni” versus “cattivi”: si tratta di un differente modello percettivo. Che porta a differenti condizioni geopolitiche e sociali. Se difatti nel “mondo occidentale” le espressioni di estremismo e fanatismo sono considerate esagerazioni e aberrazioni e come tali posseggono un ridotto appeal sulla popolazione e ben poco potere politico, al contrario nel “mondo islamico” sono proprio i fanatismi e le estremizzazioni a raccogliere consenso e ammirazione e ad ottenere un potere politico decisivo.

Per questo i “moderati” del “mondo islamico” hanno poco potere e poco controllo sui loro paesi, per questo i “moderati” ne hanno invece sulle scelte dei paesi del “mondo occidentale”. Per questo delle vignette satiriche comportano nel “mondo islamico” reazioni di folla che neppure stragi terroristiche come quella delle torri gemelle comportano nel “mondo occidentale”.

Da questa differente percezione del dato di realtà e conseguentemente del dato di identità (personale e di massa) sorgono i problemi – spesso tragici – che stiamo affrontando in questi anni.

Non si tratta quindi di parlare due lingue differenti, bensì di muovere da differenti punti di riferimento che danno senso alle parole usate nel linguaggio. Due attori dunque, caratterizzati da una differente percezione della realtà. Ma come è possibile la comunicazione in queste condizioni? Anzitutto chiarendo le troppe ambiguità sull’identità degli attori. Anzitutto comprendendo quale sia la effettiva differenza e quali siano le sue conseguenze sulla comunicazione. Di qui, e solo di qui, si può muovere per trovare le forme di un dialogo difficile, forse persino impossibile. Un dialogo altrimenti certamente impossibile, inutile se non persino controproducente.

1 marzo 2006




Stefano Re

Questo Blog raccoglie racconti, riflessioni, illazioni, delazioni e deliri di Stefano Re.

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