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04
Giu
13

La Bambola

La Bambola

Una sera me ne stavo per andare a nanna, quando la paura mi ha colto con le braghe calate.
Era il 1993. Era estate. I miei erano da qualche parte in Liguria, Sabrina era dai suoi parenti in campagna, i miei fratelli dispersi per il mondo. Era stata una serata medio-pigra, senza troppo alcool e senza troppi giri. Ero a casa verso la mezza. Dovevo andare al bagno. Mi spoglio, e mi ritrovo a braghe basse quando suona il telefono. È Marvello, uno dei miei folli amici. È solo anche lui e chiama per fare quattro chiacchiere telefoniche. Rinvio l’appuntamento col cesso, vada per le 4 chiacchiere. Ma mentre stiamo sparando le nostre cazzate, ecco che incomincio a sentirmi proprio niente bene. Dapprincipio lo attribuisco alla necessità di svuotarmi, ma secondo dopo secondo capisco che la cosa non è così semplice. Fa male la pancia, certo, ma non è solo un mal di pancia. Lo dico a Marvello. Non è che devi cagare? Dice lui. Devo cagare, ma non è quel mal di pancia, spiego. Poi capisco all’improvviso: ho paura. Proprio paura.
Avete presente quando da bambini si sta con le coperte rimboccate fino alle orecchie e si trattiene il respiro al buio perché così gli eventuali vampiri o mostri vari di passaggio non si accorgano e magari ci lascino stare? Ecco, più o meno quella lì. Non so se vi ricordate, ma prende proprio alla pancia. Credo sia per questo che si dice cagarsi sotto. Lo so cos’è il prolasso vagale dello sfintere, ma credo c’entri anche questa sensazione. Bhè, torniamo a noi. Ho paura, e cerco delle motivazioni valide. Dico a Marvello di stare all’apparecchio che vado a dare un occhio per casa. (L’idea era: forse non me ne sono accorto consciamente ma ho visto o sentito qualcosa di strano. Forse c’è un ladro in casa, e la cosa mi ha spaventato). Insomma giro per casa con una mazza da baseball in mano, accendo tutte le luci e apro tutte le porte, ma non c’è assolutamente nulla di fuori posto. A parte la mia pancia. Torno al telefono, non molto più tranquillo, sparo ancora tre cazzate e poi metto giù. Vado in bagno a cagare, e mi sembra che il mal di pancia sia migliorato. Ma quando torno nella mia stanza non va affatto bene. Uffa, dico, che cazzo c’è che non va? Chissà come, gli occhi mi cascano sulla copertina di un libro che ho in camera. C’è una bambola di ceramica in copertina, con la bocca sbrecciata. Quell’immagine mi si stampa in testa, ed il mio terrore ha un volto. Vedo, con dovizia di particolari, che quella bambola è in casa, e mi sta facendo la posta. È alta circa un metro e mezzo, e il suo forte è restare immobile al buio. Ma che cazzo vorrà da me una bambola di ceramica? Insomma, se devo proprio immaginare un mostro, perché non un bel mannaro di stagione? Quello se non altro mi morde, mi affetta con gli artigli e lo secco con un proiettile d’argento. Ma una bambola? Che accidenti può farmi? Mi piglia a testate di ceramica? Dico, non ha artigli, né denti. Come mai mi spaventa? E come la faccio fuori? Dite che una bella mazzata da baseball sul capoccione la mette K.O.? Ho come l’impressione che se mi arriva davanti non riuscirò proprio ad alzare la mazza da baseball. L’idea è che mi diventerebbe tremendamente pesante in pugno.
Me la vedo proprio bene: una bambola di ceramica, bocca sbrecciata. A guardare con attenzione deve avere delle macchioline di sangue sul volto. Come degli schizzi. E gli occhi sono vetri tondi colorati, viola scuro.
Devo essere fuori di testa, mi dico. Rido da solo, mi spoglio, mi faccio un’endovenosa di razionalità e mi infilo a letto. Ma quando spengo la luce tutti gli angoli bui mi sembrano troppo bui. Chiudo gli occhi e mi volto a pancia in giù. Solo dopo qualche secondo mi accorgo di non poter dormire con quel casino. C’è un rumore come un martello pneumatico. Il mio cuore. E il buio sembra davvero muoversi intorno a me. Come aspettando che io sia mezzo addormentato per saltarmi addosso. Dopo sarebbe arrivata lei, la bambola. Cazzo! Esclamo, alzandomi. Riaccendo la luce (e che nervi il sollievo che provo nel farlo) e mi guardo allo specchio: ho ancora 22 anni. Non sembro proprio un bambino tra i quattro e i sette. E allora che razza di pensieri mi faccio?
Vuoi tornare a letto? Fa’ pure. Ti aspetto quando avrai spento la luce.
E va bene. Se devo avere terrori da bambino, concludo, allora combatterò con armi da bambino. Raccatto nell’armadio un cinturone, una pistola a piombini, una tuta mimetica, la mazza da baseball (non si sa mai) e sono pronto. Rifaccio tutto il giro della casa come Rambo, spalancando le porte e accendendo la luce di scatto, pronto a fracassare quell’orrore di ceramica. Ma tutte le volte che richiudo le porte dietro di me, tutte le volte che spengo una luce, il buio con quello scomodo occupante ritorna ad essere minaccioso. È come cercare di sgonfiare un materassino senza aprire la valvola: riesco solo a spostare le mie paure da una stanza all’altra. Alla fine torno a barricarmi nella mia stanza, ma sono daccapo. In più il passare del tempo peggiora il mio stato di suggestione. Sono lì vestito da Rambo seduto sul letto e rifletto: se uno piglia l’LSD e gli va male vede un esercito di formiche che lo mangia vivo, e muore davvero di crepacuore. Se ora io mi suggestiono davvero con questa storia, è possibile che mi veda arrivare davvero una cazzo di bambola di ceramica? È possibile che mi saltino le coronarie? Non è un pensiero divertente. E d’improvviso il buio mi sembra premere contro la porta chiusa della mia stanza. Ora che ha l’avvallo di una teoria razionale, il panico sembra avere preso vigore. Se saltasse la luce proprio adesso? Acchiappo al volo il telefono e richiamo Marvello. Senti bello devo evacuare in fretta, ti scoccia molto venirmi a prendere? Ma sei fuori? Ero a letto. (Marvello abita a una decina di km da me) Marv davvero sono nei cazzi, dopo ti spiego tutto. Perché non vai da Mao? Anche lui è solo. (Mao abitava di fronte a me) Facciamo così Marv, io chiamo Mao. Se lo trovo e vado da lui ti richiamo entro una mezz’ora. Se non mi senti mandami una ambulanza, perché vuol dire che mi è successo qualcosa di brutto. Dici sul serio? Dico sul serio. Chiamo Mao. È in casa. Gli dico: senti devo filare di qui. Posso dormire da te? Mi dice: Ok. Mi porto la mazza da baseball, si sa mai. Circospetto ma veloce per il corridoio, mi chiudo la porta alle spalle con l’impressione che il buio prema dall’interno. Corro per le scale, esco nel giardino e raggiungo il cancello. L’aria della notte estiva è fresca, mi sento meglio. Sto per raggiungere il cancello del palazzo di Mao, quando sento una improvvisa fitta di panico alla pancia. Ancora prima di girarmi, so cosa vedrò. Ma non posso farne a meno, devo girarmi. E lo faccio. Tra le piante che affollano il mio balcone, una macchia tonda, bianca, mi osserva. Alla luce della luna non posso essere certo se è una mia immaginazione, ma mi pare che stia sorridendo con la bocca sbrecciata. E che gli occhi mandino riflessi di vetro colorato.
Aspetto qui.
Con i brividi lungo la schiena, gli alzo un bel medio. Poi salgo da Mao.

Il giorno seguente ho preso un bel foglio di carta da pacchi e lo ho fissato con delle puntine. Ho preso gli oli e mi sono messo al lavoro. Due giorni dopo la bambola mi sorrideva dalla parete, con il faccione tondo, la bocca sbrecciata, gli schizzi rossi e gli occhi vitrei violacei. L’ho sistemata sopra lo specchio in camera mia. Così dal letto la vedo e posso augurargli buona notte ogni sera. Se gli metto sotto una candela sembra che muova gli occhi. Tutti quelli che hanno visto il quadro dicono provochi un certo disagio. Alcune ragazze mi hanno chiesto di levarlo dalla stanza. Selene ne era terrorizzata. A me ora non dà alcun fastidio.
È alle mie spalle mentre scrivo. Non può farmi alcun male, ormai.
Me la sono mangiata io.

Stefano Re © 1997
da Tracce

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12
Set
09

senza riposo

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C’erano luci lontane, fiaccole nella notte che si raffreddava al vento del nord. C’erano file di soldati in marcia verso confini remoti, i fucili protesi verso il cielo indifferente alle fiamme che divoravano la città saccheggiata.
– Riposa, ora.
Là fuori i morti viventi si accalcavano, mani aperte contro i vetri a lasciare impronte scarlatte di bramosia, mascelle disarticolate a scattare sul niente nella parodia di un ubriaco che ha perso una scommessa.
– Riposa, ora.
La pioggia cadeva sulle lamiere ritmando la notte, nel buio gli artigli e le zanne d’osso cercavano carne sui resti di cibo e tra i giornali vecchi, dietro i cassonetti.
– Riposa, ora.
All’ombra dei palazzi e dei semafori, camminava curvo nel suo impermeabile, il coltello d’acciaio nel pugno nella tasca nella testa nel suo cuore nero come il fondo di un pozzo dimenticato.
– Riposa, ora.
Le urla delle streghe alzavano altissime il loro furore alla luna. E ballavano, strappandosi i capelli a ciocche per gettarli nel calderone insieme ai cadaveri, la celebrazione era al suo culmine.
– Riposa, ora.
Il medico stava ritto in piedi tra le due infermiere in mezzo al corridoio, strumenti metallici sbucavano incongrui dalle tasche, ma le macchie sul camice erano rosse e urlavano, urlavano.
– Riposa, ora.
I bastardi ridevano, stracciando i vestiti della donna, e la colpivano sul volto, sulle braccia, sgraziati lupi divenuti uomini nel retro di un drive-in.
– Riposa, ora.
I vampiri instancabili affollavano le ombre muovendosi in branco, cappucci di tenebra senza un futuro e senza un passato, le orecchie tese al battito di cuori lontani.
– Riposa, ora.
Nel tuono dei fucili si perdevano le grida dei superstiti, nel rombo delle pale meccaniche gocciolava il loro sangue. Metodico, il massacro non avrebbe avuto fine.
– Riposa, ora.
Le belve gemevano insonni, il profumo dell’arrosto di vitello faceva impazzire i detenuti del campo 12, il condannato aspettava nella sua cella che scoccasse l’ora fatale.
– Non sei dovuto partire, non sei dovuto andare via.
– Non hai dovuto barricare le porte e le finestre, la tempesta non entrerà.
– Non hai le spalle contro il muro gelido, non c’è la benda sui tuoi occhi, le lame non si stanno affilando per le tue carni. Sei al sicuro ora, niente ti può toccare – la nave all’orizzonte sfila confondendo il verde del cielo e l’azzurro del mare: riposa.

Ma lui non dormiva. I suoi occhi restavano aperti a riempire il vuoto di incubi. Dov’erano quelle braccia calde in cui dormire, quelle gambe intrecciate alle sue tra le lenzuola, quel cuore da carezzare col respiro. Come si può dormire senza quel calore addosso? Come si può dormire quando c’era e non c’è più?

Lui non dormiva, e gli incubi popolavano il mondo.

Stefano Re © Settembre 2009

02
Set
09

nel cesto

Sono un detenuto. Passo la mia giornata con altri detenuti, noiosa e ripetitiva. Ma ho almeno due segreti. Il primo è che in realtà sono un poliziotto, infiltrato nel carcere per stringere amicizia con un altro detenuto e raccogliere, tramite lui, informazioni su una serie di omicidi. L’altro segreto è che io e il detenuto in questione stiamo per tentare la fuga. La più classica delle faccende. Il topos della fuga: dal vagone della biancheria sporca ad un tubo di cemento, verso la libertà. Ma qualcosa va storto. Ci scoprono e una guardia ci spara dietro. La mia solita sfiga, mi becca, e anche gravemente, penso. Come che sia, sanguino, fa un male boia, il mio compagno di fuga mi trascina fuori, svengo, dissolvenza.

Mi risveglio piuttosto annebbiato. Se c’era del dolore, ora è sopito. Se avevo dei segreti, non me li ricordo più, perché ho perso la memoria. Quel che so è che sono rannicchiato in posizione fetale, completamente nudo, all’interno di un grosso cesto di vimini imbottito di bambagia. Intorno vedo pareti piastrellate, qualcuna sbrecciata, tubi a vista, mobilia in ferro e vetro. Un laboratorio medico forse, piuttosto male in arnese. Ma per me non conta molto tutto questo. La bambagia è intorno al mio corpo, ma anche nella mia mente. Scivolo nel nulla.

Voci. Un uomo e una donna. Non capisco cosa dicono. Apro gli occhi, ancora tutto annebbiato. Nella stanza ci sono due persone in camice bianco. Il dottore ha i capelli bianchi, a ciuffi ribelli, stile Einstein. Occhiali spessi dalla montatura pesante. Occhi che guizzano ovunque, gesticola mentre parla, ma le parole mi arrivano confuse, un borbottio anonimo. La donna ha i capelli biondi, sciolti sul camice. Mi volge le spalle, la curiosità di vederle il volto mi pungola. Ma il sonno rimonta. Lei non si volta, il borbottio è soporifero. Dissolvenza.

Risveglio. Il laboratorio è vuoto. C’è una barella di ferro al centro della sala. Dal basso posso vedere che c’è qualcosa sulla barella. E’ coperto da un lenzuolo. Ne vedo solo un lembo, è macchiato di sangue. Non succede nulla, non ho forza per muovermi, non ne ho nemmeno voglia. Scivolo nel sonno.

Mi sveglio. La donna è in piedi presso il mio cesto. Il volto è di una bellezza fredda, solenne, poco espressiva. Gli occhi azzurri sembrano guardarmi attraverso. Il camice bianco è aperto e scollato sul davanti. Le vedo il solco tra i seni, non porta reggiseno. Le gambe ne escono nude. Sembra non portare nulla, sotto il camice. Non mi parla, ma mi tocca con strumenti medici, di ferro, freddi. Sembra soddisfatta, mi pratica una iniezione. Brucia. Mi addormento guardando la sua bocca. Le labbra carnose tirate senza espressione.

Mi sveglio. Il dottore sta urlando. Sembra essere furioso con la donna. La chiama Anna. Ora so il suo nome. Non capisco quello che il dottore le grida, ma penso sia geloso per qualche motivo. Anna risponde con brevi frasi soffocate, quasi inaudibili. Il tono è piatto, sobrio. Non pare per nulla impressionata dalla sfuriata. Il dottore si placa, si infila in una porta. Anna mi si avvicina, mi trapassa con il suo sguardo indifferente, afferra la barella di ferro e la spinge. Cigolando, sparisce nella stessa porta del dottore. E sono solo.

Mi sveglio. Anna mi cura. Mi fa le iniezioni. Bruciano. Non sorride, non parla, non mi guarda mai davvero. Eppure c’è. Una volta la tocco, le sfioro il polso con le mie dita. Mi regala uno sguardo glaciale, ma soddisfatto. So che le do piacere, non so in che modo. Mi raggomitolo nella bambagia. Mi vuole lì. Sono felice di soddisfarla. Sa che ho paura delle iniezioni. Sa che mi fanno male. A volte, quando mi punge io gemo. E’ una di queste volte che lei sorride. Un sorriso freddo, ovviamente. Ma mi riempie, brucia più forte dell’iniezione. La guardo con gratitudine, e lei ricambia lo sguardo, soddisfatta.

Il dottore urla spesso. E’ geloso di me, ora ne sono certo. Penso che sia perché sono giovane. Perché Anna passa molto tempo presso al cesto, a curarmi e a farmi male. Una volta si è fermata in piedi ed è rimasta immobile troneggiando sul cesto e su di me. Trafitto dai suoi occhi glaciali, rannicchiato in posizione fetale la ho adorata. Ero il suo porcellino d’india. Io sono felice. Non ricordo chi sono, non ricordo che cosa dovrei fare e non me ne importa nulla. Sono felice. L’unica cosa che mi inquieta è la barella di ferro. Il lenzuolo che la ricopre è sempre macchiato di sangue.

Anna non porta nulla sotto il camice. ora lo so, perché lo ha tolto. E’ entrata e si è fermata davanti al cesto. Poi ha fatto scivolare il camice giù dalle spalle, a terra. Mi ha regalato la sua nudità, senza una espressione. Poi è scesa a tormentarmi con le sue cure dolorose. Mi fa sempre male, quando può. Ma lo fa senza rabbia, con clinica precisione. Come una cosa necessaria, indipendente dalla sua volontà. Ma sappiamo entrambi che lo fa perché ne gode. La adoro per questo. E lei si beve questa adorazione con regale indifferenza.

Anna mi cura e mi tortura sempre nuda, quando non c’è il dottore. Quando si spoglia, a volte il suo corpo è macchiato di sangue, e questo mi spaventa. Dopo avermi fatto male spesso si sdraia nel cesto, con me. Mi addormento con il calore del suo corpo sul mio pieno di desiderio, dolorante e appagato. Al risveglio, lei non è mai con me. Dopo alcuni giorni, capisco perché. Lei dorme sulla barella. Aspetta che io stia dormendo poi scivola fuori del cesto. Ho finto, rallentando il respiro. La ho osservata nella luce azzurra che filtra dalla finestra serrata. Si alza e scosta appena il lenzuolo, poi si sdraia sulla barella di ferro, diventando ombra nera nel nero. Ma al mattino, quando mi sveglio, non c’è più. La nebbia si sta diradando nella mia mente. Mi sento ogni giorno più forte e lucido, e anche questo mi spaventa. Potrei cercare di alzarmi se volessi. Ma non voglio. Non voglio sfuggire ad Anna.

Mi sveglio. Anna è sdraiata su di me, nuda. Non è mai successo prima. Non la ho mai potuta osservare così. E’ indifesa, improvvisamente raggiungibile. Mi spaventa. Sorride, nel sonno, e ammicca. Ora la amo, e tutto si frammenta irrimediabilmente: non mi ha fatto iniezioni ieri sera. Tutto è chiaro oggi, niente nebbia nei miei occhi: ricordo improvvisamente ogni cosa. Sono un poliziotto. Sono evaso cercando informazioni su degli omicidi. Se sono finito qui mi ci ha portato il mio compagno di fuga. Sono stato sedato fino alla sera prima. E sono in pericolo. In quel momento entra il dottore. Ci scopre, urla. Dà fuori di matto. Anna si sveglia, si alza, cerca di calmarlo. Ma è nuda, è tesa, la sua voce stenta. Ha perso il suo potere. Cerco di muovermi, ma se la mente è chiara e risponde, il corpo rimane nella bambagia. Vuole le iniezioni, vuole dormire. Ma il dottore è scatenato. Urla, e mentre urla inizia a pisciare in giro, contro le pareti e la mobilia. Anna si riveste nervosamente, valutando l’entità della crisi. Io mi sto sforzando di recuperare il mio corpo, che ancora non risponde. Il dottore ora è vicino alla barella di ferro. Gesticola furiosamente, scaraventa via il lenzuolo macchiato di sangue, che si accuccia in un angolo come un pipistrello morto. Poi entra nella stanza dietro la porta, dove attiva un quadro pieno di strani indicatori. Anna sembra terrorizzata ora, qualcosa si muove sulla barella. Con un tonfo sordo dal bordo di ferro spunta una mano. O una zampa. Ha tre grosse dita che terminano in altrettanti artigli adunchi, e non ha pelle. Solo carne e tessuti umidi e sanguinanti.

Rotolo fuori dal cesto in qualche modo, mi punto sulle ginocchia e spingo contro la parete per alzarmi. Sulla barella c’è un corpo. A parte gli artigli, il resto sembra umano. Senza pelle, però. E ora spasmi scuotono quei muscoli. Gli artigli si chiudono, si riaprono, liquidi corrono nelle venature a vista, i tessuti si irrorano, pulsano. Mi rendo conto in quell’istante che ogni notte, dopo aver lasciato me nel cesto, Anna dormiva sulla barella, sdraiata su quel coso. Penso anche che quegli omicidi su cui dovevo indagare li ha commessi quel mostro. E che il dottore in qualche modo lo controlla, mentre Anna controllava il dottore dormendo con il mostro. L’idea del suo corpo nudo sui tessuti pulsanti del mostro mi affascina, ma non abbastanza da restare lì a vedere il seguito. Superando gli spasmi mi sollevo, zoppico verso la finestra, apro la serranda metallica con fragore. Il mostro si scuote, i tratti del suo volto sembrano coperti da una membrana irrorata di sangue, ma qualcosa si muove dove dovrebbe avere gli occhi, la bocca si apre in un urlo muto.

Il laboratorio è al piano terra. Rotolo fuori della finestra, sul selciato. Corro via zoppicando a scatti, nudo, penosamente conscio della mia vulnerabilità. Mi accorgo di perdere sangue, non so da dove, non ho voce per chiedere aiuto. C’è il sole del pomeriggio, siepi, vialetti di cemento. E sento, so, che il mostro mi sarà presto dietro. Ho paura.

*** ***

E qui, pensate un po’, mi sono svegliato. Romanzeschi avverbi a parte, il sogno è veramente questo. Prima o poi ne farò un racconto (così come l’ho descritto rende l’atmosfera, narrativamente ha troppi buchi). C’è anche un quadro che ho fatto, con Anna che spinge la barella di ferro. Anna ha i capelli rossi nel quadro, omaggio ad una mia amica. ma nel sogno era bionda platino. Le sensazioni, le interpretazioni, le ipotesi e le immagini sono rese al meglio di quanto ricordavo, anche se come tutti avrete provato è praticamente impossibile rendere appieno le esperienze oniriche. Io amo i sogni.

E, sì: ne faccio spesso.

Stefano Re © Gennaio 2005

01
Set
09

Bad Moon

C’era Stuart, con la sua vecchia Renault, che mi veniva a prendere sottocasa. Seduto davanti stava anche Ivano. Ivano s’è buttato dal sesto piano, tra l’altro. Bella scelta, dicono che si urla tutto il volo. Ma quando ho fatto questo sogno, tanti anni fa, era ancora vivo.
Montavo dietro, sul largo sedile posteriore in pelle macinata da troppe chiappe, e partivamo. Si stava su Viale de Gasperi, a San Donato, che è un bel viale alberato largo e spazioso e ci si fanno le corse in moto in culo a tutti i cartelli sulla velocità controllata che è un piacere. Tanti anni che non ho una moto, dovrò provvedere. Mi piacciono le moto, ma non tipo carenate, mi danno l’idea di mostri di plastica per buffoni con le discoteche in testa. No, a me piacciono i mezzo custom, senza manubri troppo alti e senza troppe tamarrate addosso, tipo borse con frangette e altre cosette simili. Pure e semplici cavalcature d’acciaio cromato che brontolano a quattro tempi sussurrandoti la strada non finisce mai, salta su che ti porto con me, dove non lo so ma sarà un bel viaggiare.
Comunque salivo e partivamo ed eravamo in quel bel viale alberato e c’era un bel sole bollente che filtrava tra gli alberi e il cielo era terso e azzurro come in una cartolina però io guardandomi attorno vedevo che qualcosa non era come doveva essere. C’erano dei cuscini, sul sedile posteriore accanto a me. Ivano e Stuart parlavano di cose leggere e battute stupide su di noi, sul mondo, sulle ragazze e sulla birra e tutto pareva fosse al suo posto, tranne che c’erano dei cuscini che non dovevano esserci proprio sulla pelle macinata da troppe chiappe e io un po’ sorridendo scherzoso lo dicevo, così perché proprio non dovevano esserci quei cuscini e così dicevo “hey ragazzi, che ci fanno questi cuscini qui?”
E loro due si zittivano di colpo, sapete un po’ come spegnere una radio – era accesa la radio? Potete giurarci, era sempre accesa la radio quando si saliva in macchina noialtri in quei tempi e c’era sempre del rock pesante quanto bastava ad urlarci addosso e darci sì la carica come se non bastassero gli ormoni di chi ha vent’anni, oh ragazzi.
Si zittivano e restavano lì muti e io capivo che no, non avrei dovuto dirlo dei cuscini, perché certe cose non vanno dette altrimenti si rompe la patina che ricopre tutto quanto e su cui si scivola tutti felici come fossimo fiorellini spuntati in un campo pronti a fiorire nei raggi del sole, e se le dici allora la patina si spezza e tra i fiori che marciscono sale un puzzo di morte e dita nere di oscurità che ti vengono a cercare fin nello stomaco e sono ghiacciate – ghiacciate come gli artigli ossuti di un demone che muore di fame.
Si zittivano e restavano muti e io capivo che era meglio stare zitto, porca troia, stare zitto e lasciare che le cose andassero dove stavano andando, prima che fosse tardi.
E così proseguivamo lungo il viale e si era ad un semaforo, quello che di lato c’è l’omnicomprensivo dove ho finto di studiare greco e latino per qualche annetto e fatto a botte nei campi da calcio all’aperto. Sì, certo che le ho prese, che domande sono?
Stuart e Ivano riprendevano a parlare – come riaccender la radio, anche se la radio era sempre rimasta accesa e sì, potete giurarci che c’erano gli AC/DC a gridare tutti arrabbiati alle nostre anime. Riprendevano a parlare del nulla e di tutto con quel tono che soltanto a vent’anni puoi avere, non più così ingenuo da farti sorridere ma neppure così pieno da poterlo prendere davvero sul serio. Ma c’erano quei cazzo di cuscini accanto a me e io cercavo solo di non guardarli ancora. Poi ho visto l’ombrello. Stava proprio sotto al sedile di Ivano, e no, non doveva esserci perché quell’ombrello lo avevo perso molti anni prima del sogno e lì non poteva esserci, proprio non poteva. Lo guardavo e senza riuscire controllarmi lo dicevo. Senza poterci fare niente lo dicevo, come un conato di vomito che sale e tu non puoi farci niente tranne sentirti ridicolo mentre la bocca ti si riempie di quel che doveva prendere tutt’altra strada e invece sta’ lì e spinge, dio se spinge, e ti tocca buttarlo fuori. E così l’ho detto e ho detto “ragazzi, ma questo ombrello.. quell’ombrello, ragazzi che ci fa qui questo ombrello?”
E di nuovo calava il silenzio, e stavolta nello specchietto gli occhi di Stuart si fissavano nei miei e in quello sguardo duro c’erano tutte le cantine polverose in cui da bambino non vuoi scendere, c’erano le ragnatele e l’odore di foglie marce da cui spuntano le ossa, c’erano le lapidi alte e grigie che ti dicono chiaro che sarai cibo per vermi.
Calava il silenzio e se Ivano teneva la testa china, come dispiaciuto, Stuart mi piantava gli occhi addosso dal retrovisore come un monito, come l’ultimo monito che puoi sentire prima che sia davvero tardi. Ed io sentivo il freddo salire sulla schiena e sapevo che stavolta mi ero spinto troppo oltre. E tacevo anche io, sperando che gli ACDC cancellassero tutto e ricoprissero tutto, che quelle ossa tornassero a riposare e il sole tornasse a filtrare dai rami degli alberi a lato di Viale de Gasperi.
Ed era verde, era il verde che arrivava a salvarmi, a salvarci tutti quanti, perché quando scatta il verde ad un semaforo il piede passa dal freno all’acceleratore e l’altro piglia la frizione per infilare la prima, non ci sono santi che tengano né lapidi da rispettare. E col verde ripartivamo, ma stavolta non parlavano, né Stuart né Ivano, mentre gli alberi scorrevano a lato della strada e il sole ora sembrava anemico e malato, ferito a morte da quello che non avrei dovuto dire, maledetto ombrello perso che doveva restare perso.
E il freddo non passava, restava nella mia schiena anche se gli occhi di Stuart erano tornati a fissare la strada e anche se Ivano ciondolava la testa a ritmo della musica come a dire che sì, dopotutto era passata anche questa.
Era allora che vedevo che c’era una luna grande, troppo grande, nel cielo che non era più azzurro ma grigio e morto come una immensa lapide. E allora non potevo, non potevo più stare zitto cazzo. La indicavo con il dito, attraverso i sedili puntato contro il parabrezza, e lo dicevo chiaro e tondo: “cristo ragazzi, che ci fa la luna di giorno in mezzo al cielo? E perché è così GROSSA?”
E allora taceva tutto, persino gli ACDC non arrivavano più fino a me, mentre sia Stuart che Ivano, lentamente ma inesorabilmente, si voltavano a fissarmi coi occhi duri e neri e privi di vita, con occhi che accusavano senza più nessuna attenuante – e Stuart mollava persino il volante, perché ormai non c’era più bisogno di fingere nemmeno quello, non c’era più neppure bisogno che qualcuno fingesse di guidare. Era allora che Stuart e Ivano si voltavano a fissarmi con occhi ciechi e pieni di ombre, con occhi che nemmeno mi vedevano più, perché stavolta avevo davvero allungato troppo la gamba, stavolta ero andato davvero troppo oltre, e stavolta era davvero – davvero troppo tardi per rimediare.
Ed era allora che vedevo che non c’erano la maniglie per aprire le portiere posteriori dall’interno. Era allora che vedevo che nel cielo ormai nero troneggiava solo questa luna immensa e grigia di granito – ma dove cazzo era finito il sole? Questa luna grigia e immensa che non dava nessuna speranza, neppure delle parole graffiate su di essa ma solo crateri neri come pozzi su un’altra dimensione, solo scarabocchi di incubi pieni di sudore. Era allora che il freddo mi prendeva tutto, ghiacciandomi dalla testa ai piedi, a guardare quella luna sempre più grande, con addosso gli occhi puntati di Stuart e di Ivano, testimoni della mia colpa, del mio estremo ed ultimo peccato di superbia. Era allora che la macchina si staccava dalla strada, si impennava e puntava diretta verso la luna che ormai riempiva l’intero parabrezza.

Stefano Re ©Settembre 2009

14
Ago
09

Incubi


Olio su masonite,50×70 cm




Stefano Re

Questo Blog raccoglie racconti, riflessioni, illazioni, delazioni e deliri di Stefano Re.

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