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14
Set
09

Crisalide

Olio e acrilico su masonite, 1,50 x 2,00 mt

06
Set
09

Rivelazioni

Viviamo in un’epoca di sunti, estratti, concentrati. Ci abituano a sapere un po’ di tutto, in fretta, in modo semplice e comprensibile. Recensioni dei film che diventano sinossi, introduzioni al significato dell’arte di Giotto (SIGNIFICATO!), la teoria della relatività in un libretto di venti pagine, Platone in cinque pagine, tutto il pensiero di Nietzsche in un capoverso. L’idea è avere una etichetta sul prodotto sullo scaffale del nostro supermercato, che ci dica che cosa c’è dentro, che gusto ha, quando è il caso di farne uso e in che modo. Meglio se è un’illustrazione, della serie leggere i testi dei fumetti è troppa fatica.

Mettiamo una giornata d’estate, con questo spicchio di muro trasformato in una sorta di santuario personale – con queste immagini e scritte che si alternano con colori, frasi, poesie, disegni, quadri. Se restate a osservare per qualche minuto, vedrete la foto di qualche papa santificato che ha ammazzato a martellate la propria amante, leggerete le riflessioni di Dino Buzzati sulla stranezza della vita, le emozioni di qualche giovanotto innamorato e qualcosa di piccante magari sul sesso alternativo. Un sito web all’aperto, raggiungibile lungo il viale alberato che porta al parco.
Mettiamo questa giornata di sole, con studenti e coppiette e qualcuno che porta a spasso il cane tutti a godersi la pace sonnacchiosa e mettiamoci anche me, lì in piedi a fare assolutamente nulla. Quel sito web all’aperto è mio, lo ho fatto io, me ne sto beando perso nel mio transfert narcisista. Questa ragazza ha i capelli biondo scuro raccolti in una coda di cavallo, una tuta da ginnastica grigia e blu e l’aria impacciata ma soddisfatta di chi ha appena percorso qualche miglio nautico avanti e indietro per il bene della propria forma fisica – ma soprattutto mentale. Rallenta il passo, un po’ indecisa, e osserva con gesto consueto le immagini rutilanti e le scritte. Ora c’è la foto di Beethowen, ora c’è quella di Alexander de Large. Una frase dei Pink Floyd, una poesia qualsiasi, mia.
Mi dice:
«Sei tu l’autore, sei quello che lo ha fatto, vero?» Annuisco, osservandola.
«Ti ho riconosciuto dalle foto.»
Silenzio, mentre le immagini variano. Ora c’è una scimmia che legge Nietzsche. La didascalia dice “Anche una scimmia può leggere Nietzsche, questo non significa che possa capirlo.” E’ una citazione, ma non vogliamo chiedere troppo.
«Lo guardo sempre quando passo. Ma non ho mai ben capito di che cosa parli.»
«Ti piace?»
«Si, ma di che cosa tratta?»
Mi prendo un attimo per respirare. Le dico:
«Una persona cammina per la strada e ne incontra un’altra. La guarda e le chiede: chi sei?
Come rispondi a questa domanda? Un nome, basterà? Età, statura, colore degli occhi e dei capelli, gusti nel vestire, tipo di musica che ascolti, opinioni politiche sarebbero meglio? Ma come fai a spiegare l’effetto che ti ha fatto uno spinello a tredici anni o il rumore di un parabrezza che esplode nell’urto o il dubbio se quel gemito era piacere o dolore o lo sguardo di rimprovero di tua madre per quel gesto o la gioia feroce nel vedere quel sangue in terra o le vibrazioni del motore della prima motocicletta o l’acqua salata in bocca mentre stavi affogando in mezzo metro di Mar Ligure? E tutto questo, fosse possibile schiaffarlo tutto in due belle battute di pronto scambio, basterebbe a dire chi sei?
Ma, mi dirai, le persone non sono così facili da definire. Certo, le cose invece. E invece no. Le cose hanno segni, graffi, ammaccature, visibili e invisibili. Prendi una caffettiera. Una vecchia caffettiera. Se la osservi bene ci trovi traccia dei rischi corsi, delle situazioni vissute, di ciò che ha servito e ciò che ha negato. E se fosse nuova, nuova di pacca e appena uscita dalla catena di montaggio? Illusione della nostra superbia: anche lì c’è da scavare, da vedere: promesse, scintillanti in un futuro appena cominciato. E passato, di materie prime nascoste in terreno fangoso o dentro sedimenti rocciosi, umidi e profumati di terra e funghi notturni.
Non è tanto il fatto che non sia possibile definire le cose – quanto che sia completamente illusorio farlo. Cerchiamo soltanto nuove scatolette in cui chiudere ciò che percepiamo perché sia gestibile. Abbiamo ovviamente scatolette di vario genere, da quelle più specifiche e restrittive, come ad esempio “elettrodomestico” a quelle più ampie e nebulose, come ad esempio “arte”, o “strano”
Ma siamo sempre a cavallo della stessa incerta barchetta: balliamo il nostro valzer sull’orlo di un precipizio: la certezza che la realtà NON E’ COMPRENSIBILE.»

Silenzio.
«Ora devo andare, farò tardi a cena.»
«Di questo, tratta.»
«Che cosa?»
«Della cena, che si fredda se fai tardi.»

Stefano Re ©Giugno 2004

14
Ago
09

Incubi


Olio su masonite,50×70 cm




Stefano Re

Questo Blog raccoglie racconti, riflessioni, illazioni, delazioni e deliri di Stefano Re.

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