12
Set
09

senza riposo

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C’erano luci lontane, fiaccole nella notte che si raffreddava al vento del nord. C’erano file di soldati in marcia verso confini remoti, i fucili protesi verso il cielo indifferente alle fiamme che divoravano la città saccheggiata.
– Riposa, ora.
Là fuori i morti viventi si accalcavano, mani aperte contro i vetri a lasciare impronte scarlatte di bramosia, mascelle disarticolate a scattare sul niente nella parodia di un ubriaco che ha perso una scommessa.
– Riposa, ora.
La pioggia cadeva sulle lamiere ritmando la notte, nel buio gli artigli e le zanne d’osso cercavano carne sui resti di cibo e tra i giornali vecchi, dietro i cassonetti.
– Riposa, ora.
All’ombra dei palazzi e dei semafori, camminava curvo nel suo impermeabile, il coltello d’acciaio nel pugno nella tasca nella testa nel suo cuore nero come il fondo di un pozzo dimenticato.
– Riposa, ora.
Le urla delle streghe alzavano altissime il loro furore alla luna. E ballavano, strappandosi i capelli a ciocche per gettarli nel calderone insieme ai cadaveri, la celebrazione era al suo culmine.
– Riposa, ora.
Il medico stava ritto in piedi tra le due infermiere in mezzo al corridoio, strumenti metallici sbucavano incongrui dalle tasche, ma le macchie sul camice erano rosse e urlavano, urlavano.
– Riposa, ora.
I bastardi ridevano, stracciando i vestiti della donna, e la colpivano sul volto, sulle braccia, sgraziati lupi divenuti uomini nel retro di un drive-in.
– Riposa, ora.
I vampiri instancabili affollavano le ombre muovendosi in branco, cappucci di tenebra senza un futuro e senza un passato, le orecchie tese al battito di cuori lontani.
– Riposa, ora.
Nel tuono dei fucili si perdevano le grida dei superstiti, nel rombo delle pale meccaniche gocciolava il loro sangue. Metodico, il massacro non avrebbe avuto fine.
– Riposa, ora.
Le belve gemevano insonni, il profumo dell’arrosto di vitello faceva impazzire i detenuti del campo 12, il condannato aspettava nella sua cella che scoccasse l’ora fatale.
– Non sei dovuto partire, non sei dovuto andare via.
– Non hai dovuto barricare le porte e le finestre, la tempesta non entrerà.
– Non hai le spalle contro il muro gelido, non c’è la benda sui tuoi occhi, le lame non si stanno affilando per le tue carni. Sei al sicuro ora, niente ti può toccare – la nave all’orizzonte sfila confondendo il verde del cielo e l’azzurro del mare: riposa.

Ma lui non dormiva. I suoi occhi restavano aperti a riempire il vuoto di incubi. Dov’erano quelle braccia calde in cui dormire, quelle gambe intrecciate alle sue tra le lenzuola, quel cuore da carezzare col respiro. Come si può dormire senza quel calore addosso? Come si può dormire quando c’era e non c’è più?

Lui non dormiva, e gli incubi popolavano il mondo.

Stefano Re © Settembre 2009

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