Posts Tagged ‘racconti

28
Set
09

Dente del giudizio

Mi sveglio, ho la febbre, la gola che brucia – influenza galoppante. Ferie perché devo andare dal dentista, chissà perché il dentista non è considerato malattia. Ti riempie di novocaina la faccia, ti strappa o trapana le ossa, ma non si tratta di malattia. Probabilmente si tratta di sport. L’appuntamento è alle due e mezza, mi sono addormentato alle 6, svegliato alle 9, rotolato nelle lenzuola fino alle due. Non ho tantum verde, lo sogno tra le lenzuola mentre la febbre sale e la gola brucia. Mi faccio la doccia, mi vesto, esco. Un vicino mi stava citofonando. Abita sotto di me. Mentre facevo la doccia gli pioveva giù dal soffitto, cioè dal mio bagno. Tubature rotte. Lo rassicuro, chiamerò un idraulico. Non so dove trovarlo un idraulico, insiste a spiegarmi tutto su come il suo bagno sia stato allagato, sono in ritardo dal dentista, mi vengono in mente tutte quelle barzellette sugli idraulici che scopano le mogli a casa mentre il marito è al lavoro, ma non sono sposato. La donna che amo è in America e non sono neppure sicuro che esista, figurarsi se mi pongo domande sugli idraulici americani che possa frequentare. Sto delirando nella mia testa, corro dal dentista, ho il febbrone, attesa di un’ora in una stanza quadrata traboccante di giocattoli e pargoli che fanno un casino del diavolo. La moglie del mio dentista è pediatra, usano lo stesso appartamento come studio per le due attività. Amore ed economia finalmente si abbracciano, ma la testa mi scoppia e vorrei avere un lanciafiamme per decimare e ridurre al silenzio la presente rappresentanza delle nuove generazioni. Quando posso aprire la mia bocca alle sue indagini, il dentista guarda e dice: va tolto, ora. Il mio ultimo dente del giudizio cede le armi senza un grido. Mezza faccia addormentata dall’anestesia, mezza dalla febbre, scappo via dallo studio medico e corro a fare la spesa. Nella mia testa cerco un idraulico, non lo trovo. La febbre incalza, gareggia col sordo pulsare della mascella. Farmacia, medicine, ma non posso prendere aspirina perché è un anticoagulante. Tantum verde, lo spray per la gola. Undicimila lire per un flacone che mi scompare nel palmo. “Lo fanno piccolo ora” mi spiega la farmacista. Hanno fatto tutta quella pubblicità in televisione, da qualche parte dovranno ben riprendere i soldi spesi. Forse dovrei avere una gola più piccola allora. Febbrone, faccia gonfia. Spesa, danup e mozzarella. Casa, il vicino è un po’ alterato, lo calmo, cerco un idraulico nella vecchia agenda, lo chiamo, non risponde. Ho una porta fracassata, gli ho gettato contro una sedia sere fa per la rabbia.
Mi sono messo a ridere, la testa pulsava per la febbre, la mascella faceva male ma mi sentivo improvvisamente così bene.

Stefano Re ©2001

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14
Set
09

Mentre il sole

a Chelsea Quinn Yarbro

E hanno camminato, tra le ombre e le rovine, in cerca di rifugio.
– piano, piano, aspetta ora
– ho sentito qualcosa
– silenzio
Due ombre tra le ombre, in mezzo alle rovine. Le orecchie tese al fiato della notte, ché di giorno non potevano viaggiare. Il giorno era pericoloso, troppa luce e troppo sole che brucia la pelle e la rende simile a cuoio. Avevano visto i bambini, i nuovi bambini, figli dell’incubo – pelle come cuoio rosso, occhi infossati nella tenebra eterna, le radici dei denti scavate nella carne e nel sangue che colava dalle bruciature.
– non era nulla, proseguiamo
– possiamo arrivare fino alla postazione di ventura, se siamo veloci
– c’è un rifugio sulle colline, hanno detto
– hanno detto così
Avevano un fucile, lo avevano trovato sotto il cemento rotto della stazione di servizio. Chissà chi lo aveva lasciato lì e quanto tempo prima, chissà se sicurezza di un ritorno mai avvenuto o regalo della sorte, lo avevano trovato sepolto sotto il cemento. Era avvolto in uno straccio unto, unto di grasso e luccicante sotto la luna, canne bronzee e due scatole di cartucce a pallettoni, morte incapsulata nel rosso vivo della plastica, sfere di piombo galleggianti nel teflon che aspettano silenti il boato per uscire a devastare carne e ossa, anche quelle dei carnefici.
Perché possono morire, i carnefici, come ogni altra creatura. Uccidono, ma possono anche morire.

Le rovine ora cedono il passo ai campi. Tra le canne camminano vigili e cauti, spaventati e risoluti – di quella forza che ha chi non può perdere più niente. Tra le canne fino alle colline, mentre la luna percorre il cielo sulle loro teste. E trovano il rifugio: pareti di lamiera, croci di legno sulla porta e alle finestre, tra gli alberi morenti. Il cielo schiarisce, tolgono le tavole ed entrano.

Lame di luce tra le assi, da cui stare lontani, disegnano il pavimento sporco. Hanno steso i loro sacchi a pelo contro le pareti, nell’angolo più lontano dall’ingresso. Consumano un pasto frugale, carne seccata di animali scuoiati col coltello, affumicata in fretta su rovi in fiamme settimane prima, cacciata a forza nello zaino per muoversi, per muoversi in fretta, perché l’odore del fumo attira sempre qualcuno o qualcosa.
– raccontami, raccontami com’era prima.
Lui viveva da quasi cinquant’anni, lei da soli diciassette. Lei non aveva mai visto le persone camminare senza paura lungo le strade, non aveva mai visto i negozi e gli spettacoli alla televisione, non sapeva cosa fosse un regalo. Eppure ne portava uno, il più grande che possa esserci, lo portava dentro di sé a crescere, al riparo dalla luce che bruciava e dalle zanne dei carnefici.
– raccontami, chiede lei con un filo di voce già velata dal sonno, e lui inizia a raccontare in un sospiro. Racconta di treni e di metropolitane, racconta di musei e di concerti, racconta di ricette di cucina e ristoranti e fast food e dell’oceano, che lei non ha mai visto. Finché il respiro non diventa un sussurro ritmico. Allora le sfiora il ventre già gonfio, lo sente vivo pulsare, e una lacrima solca la pelle indurita dai tempi, la barba ispida che la copre, mentre il sole brucia il mondo là fuori.

Stefano Re © settembre 2009

01
Set
09

Bad Moon

C’era Stuart, con la sua vecchia Renault, che mi veniva a prendere sottocasa. Seduto davanti stava anche Ivano. Ivano s’è buttato dal sesto piano, tra l’altro. Bella scelta, dicono che si urla tutto il volo. Ma quando ho fatto questo sogno, tanti anni fa, era ancora vivo.
Montavo dietro, sul largo sedile posteriore in pelle macinata da troppe chiappe, e partivamo. Si stava su Viale de Gasperi, a San Donato, che è un bel viale alberato largo e spazioso e ci si fanno le corse in moto in culo a tutti i cartelli sulla velocità controllata che è un piacere. Tanti anni che non ho una moto, dovrò provvedere. Mi piacciono le moto, ma non tipo carenate, mi danno l’idea di mostri di plastica per buffoni con le discoteche in testa. No, a me piacciono i mezzo custom, senza manubri troppo alti e senza troppe tamarrate addosso, tipo borse con frangette e altre cosette simili. Pure e semplici cavalcature d’acciaio cromato che brontolano a quattro tempi sussurrandoti la strada non finisce mai, salta su che ti porto con me, dove non lo so ma sarà un bel viaggiare.
Comunque salivo e partivamo ed eravamo in quel bel viale alberato e c’era un bel sole bollente che filtrava tra gli alberi e il cielo era terso e azzurro come in una cartolina però io guardandomi attorno vedevo che qualcosa non era come doveva essere. C’erano dei cuscini, sul sedile posteriore accanto a me. Ivano e Stuart parlavano di cose leggere e battute stupide su di noi, sul mondo, sulle ragazze e sulla birra e tutto pareva fosse al suo posto, tranne che c’erano dei cuscini che non dovevano esserci proprio sulla pelle macinata da troppe chiappe e io un po’ sorridendo scherzoso lo dicevo, così perché proprio non dovevano esserci quei cuscini e così dicevo “hey ragazzi, che ci fanno questi cuscini qui?”
E loro due si zittivano di colpo, sapete un po’ come spegnere una radio – era accesa la radio? Potete giurarci, era sempre accesa la radio quando si saliva in macchina noialtri in quei tempi e c’era sempre del rock pesante quanto bastava ad urlarci addosso e darci sì la carica come se non bastassero gli ormoni di chi ha vent’anni, oh ragazzi.
Si zittivano e restavano lì muti e io capivo che no, non avrei dovuto dirlo dei cuscini, perché certe cose non vanno dette altrimenti si rompe la patina che ricopre tutto quanto e su cui si scivola tutti felici come fossimo fiorellini spuntati in un campo pronti a fiorire nei raggi del sole, e se le dici allora la patina si spezza e tra i fiori che marciscono sale un puzzo di morte e dita nere di oscurità che ti vengono a cercare fin nello stomaco e sono ghiacciate – ghiacciate come gli artigli ossuti di un demone che muore di fame.
Si zittivano e restavano muti e io capivo che era meglio stare zitto, porca troia, stare zitto e lasciare che le cose andassero dove stavano andando, prima che fosse tardi.
E così proseguivamo lungo il viale e si era ad un semaforo, quello che di lato c’è l’omnicomprensivo dove ho finto di studiare greco e latino per qualche annetto e fatto a botte nei campi da calcio all’aperto. Sì, certo che le ho prese, che domande sono?
Stuart e Ivano riprendevano a parlare – come riaccender la radio, anche se la radio era sempre rimasta accesa e sì, potete giurarci che c’erano gli AC/DC a gridare tutti arrabbiati alle nostre anime. Riprendevano a parlare del nulla e di tutto con quel tono che soltanto a vent’anni puoi avere, non più così ingenuo da farti sorridere ma neppure così pieno da poterlo prendere davvero sul serio. Ma c’erano quei cazzo di cuscini accanto a me e io cercavo solo di non guardarli ancora. Poi ho visto l’ombrello. Stava proprio sotto al sedile di Ivano, e no, non doveva esserci perché quell’ombrello lo avevo perso molti anni prima del sogno e lì non poteva esserci, proprio non poteva. Lo guardavo e senza riuscire controllarmi lo dicevo. Senza poterci fare niente lo dicevo, come un conato di vomito che sale e tu non puoi farci niente tranne sentirti ridicolo mentre la bocca ti si riempie di quel che doveva prendere tutt’altra strada e invece sta’ lì e spinge, dio se spinge, e ti tocca buttarlo fuori. E così l’ho detto e ho detto “ragazzi, ma questo ombrello.. quell’ombrello, ragazzi che ci fa qui questo ombrello?”
E di nuovo calava il silenzio, e stavolta nello specchietto gli occhi di Stuart si fissavano nei miei e in quello sguardo duro c’erano tutte le cantine polverose in cui da bambino non vuoi scendere, c’erano le ragnatele e l’odore di foglie marce da cui spuntano le ossa, c’erano le lapidi alte e grigie che ti dicono chiaro che sarai cibo per vermi.
Calava il silenzio e se Ivano teneva la testa china, come dispiaciuto, Stuart mi piantava gli occhi addosso dal retrovisore come un monito, come l’ultimo monito che puoi sentire prima che sia davvero tardi. Ed io sentivo il freddo salire sulla schiena e sapevo che stavolta mi ero spinto troppo oltre. E tacevo anche io, sperando che gli ACDC cancellassero tutto e ricoprissero tutto, che quelle ossa tornassero a riposare e il sole tornasse a filtrare dai rami degli alberi a lato di Viale de Gasperi.
Ed era verde, era il verde che arrivava a salvarmi, a salvarci tutti quanti, perché quando scatta il verde ad un semaforo il piede passa dal freno all’acceleratore e l’altro piglia la frizione per infilare la prima, non ci sono santi che tengano né lapidi da rispettare. E col verde ripartivamo, ma stavolta non parlavano, né Stuart né Ivano, mentre gli alberi scorrevano a lato della strada e il sole ora sembrava anemico e malato, ferito a morte da quello che non avrei dovuto dire, maledetto ombrello perso che doveva restare perso.
E il freddo non passava, restava nella mia schiena anche se gli occhi di Stuart erano tornati a fissare la strada e anche se Ivano ciondolava la testa a ritmo della musica come a dire che sì, dopotutto era passata anche questa.
Era allora che vedevo che c’era una luna grande, troppo grande, nel cielo che non era più azzurro ma grigio e morto come una immensa lapide. E allora non potevo, non potevo più stare zitto cazzo. La indicavo con il dito, attraverso i sedili puntato contro il parabrezza, e lo dicevo chiaro e tondo: “cristo ragazzi, che ci fa la luna di giorno in mezzo al cielo? E perché è così GROSSA?”
E allora taceva tutto, persino gli ACDC non arrivavano più fino a me, mentre sia Stuart che Ivano, lentamente ma inesorabilmente, si voltavano a fissarmi coi occhi duri e neri e privi di vita, con occhi che accusavano senza più nessuna attenuante – e Stuart mollava persino il volante, perché ormai non c’era più bisogno di fingere nemmeno quello, non c’era più neppure bisogno che qualcuno fingesse di guidare. Era allora che Stuart e Ivano si voltavano a fissarmi con occhi ciechi e pieni di ombre, con occhi che nemmeno mi vedevano più, perché stavolta avevo davvero allungato troppo la gamba, stavolta ero andato davvero troppo oltre, e stavolta era davvero – davvero troppo tardi per rimediare.
Ed era allora che vedevo che non c’erano la maniglie per aprire le portiere posteriori dall’interno. Era allora che vedevo che nel cielo ormai nero troneggiava solo questa luna immensa e grigia di granito – ma dove cazzo era finito il sole? Questa luna grigia e immensa che non dava nessuna speranza, neppure delle parole graffiate su di essa ma solo crateri neri come pozzi su un’altra dimensione, solo scarabocchi di incubi pieni di sudore. Era allora che il freddo mi prendeva tutto, ghiacciandomi dalla testa ai piedi, a guardare quella luna sempre più grande, con addosso gli occhi puntati di Stuart e di Ivano, testimoni della mia colpa, del mio estremo ed ultimo peccato di superbia. Era allora che la macchina si staccava dalla strada, si impennava e puntava diretta verso la luna che ormai riempiva l’intero parabrezza.

Stefano Re ©Settembre 2009




Stefano Re

Questo Blog raccoglie racconti, riflessioni, illazioni, delazioni e deliri di Stefano Re.

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