Archive for the 'Racconti Brevi' Category



02
Ott
09

Un fiore di spazzatura

Un’alba dietro l’altra, tutte identiche nella loro inutilità, tutte diverse nelle sfumature dei loro colori, dalla gioia alla caduta, dalla disperazione alla rinascita.
– dimmi, dimmelo: cos’altro vuoi da me?
– niente, non voglio niente.
Davanti alla porta, come se l’avessero lasciato lì, un fiore fatto di spazzatura.
– perché non svanisci al sole? Perché non mi abbandoni al mio destino?
– perché sono parte di te.
Quel che si aspetta, quel che si regala. Un sogno di cristallo, trasparente e fragile, prezioso e inutile – cos’altro se non inutile?
– non hai mai capito nulla, non hai mai capito.
– e cosa c’è da capire? Siamo ciò che siamo, nient’altro.
– siamo ciò che vogliamo.
– che la colpa sia con noi.
La felicità che ci rincorre beffarda, sulle ali dei ricordi. Siamo esseri sbagliati, ad immagine e somiglianza di una bugia. Può il dolore diventare noioso?
– hai fatto la scelta sbagliata, lo sai vero?
– si, lo so. Ma non lo dirò mai. Non posso, lo capisci?
Parole e parole a rincorrersi, tra sogni e incubi, sul fondo di un fiume di miraggi.
– quanto tempo è passato ormai? Sembrano secoli.
– lo sono.
– questo mondo si è fermato ad aspettarci, e finché non avremo chiuso il cerchio non ripartirà.
– e se il cerchio non si chiudesse mai? Se non ne avremo la forza?
– allora il tempo sarà sempre al presente, vivrà sempre al passato, perderà ogni futuro.
Quando sembra superato, quando sembra dimenticato, è ritrovato. Quando appare presente e vivo, è perduto.
– non finirà mai vero?
– no, non finirà mai.
– promettilo.

Stefano Re © ottobre 2009

01
Ott
09

Questioni di fede

– a volte non è facile distinguere tra ciò che è bene e ciò che è male – ebbe a dire il reverendo Thomas. Renard pensò che senza una fede non era possibile nemmeno parlare di bene o di male, ma non disse niente. Era troppo stanco per sprecare fiato in diatribe prive di ogni possibile conclusione.  Era stato curioso parlare amichevolmente col reverendo Thomas, sapendo che entro venti ore avrebbe officiato la sua condanna a morte. Eresia, stando alle carte, anche se non si trattava di un giudizio corretto. Essere ateo non era la stessa cosa che essere eretico, ma pare che alla tri-TV piacesse molto di più il termine “eretico”, alzava gli ascolti per la diretta del suo auto-da-fè.

Nella cattedrale diroccata il rito volgeva al termine. La gente era ammucchiata sulle gradinate senza un ordine preciso, le panche erano state sgombrate dalla galleria prima della cerimonia, ammucchiate sulle rovine di lato a testa in giù, per fare spazio ai fedeli. Adesso le gambe biforcute delle panche, così scure da sembrare nere, fissavano stolidamente le travi incrociate a volta sedici metri sopra le teste dei fedeli. Renard si trovò ad alzare gli occhi involontariamente lungo le colonne di pietra sbrecciate, fino agli affreschi dipinti sugli immensi pannelli di legno appesi alla volta fatiscente. Erano tre immensi pannelli di legno, affrescati con immagini di sacra ispirazione. Da un lato della navata Gesù predicava dal tetto della fabbrica di occhiali del signor Formenton. Il paesaggio montuoso del Veneto faceva da sfondo. Gesù portava una tonaca di Dolce & Gabbana e ovviamente moltiplicava occhiali da vista, perché tutti i fedeli vedessero la via sacra alla fede. Nel pannello centrale campeggiava Dio in persona, con barba e tutto, ritto in piedi tra due coni gelato alti come le montagne che li affiancavano. Un gelato era alla menta, verde vivido e brillante, l’altro marrone chiaro, probabilmente alla nocciola. L’etichetta blu sui due coni di biscotto recitava GELUS DEI a grandi lettere dorate. Una folla di fedeli e santi pregava leccando ciascuno il proprio piccolo cono gelato, a immagine e somiglianza dei due immensi compagni del proprio Dio. Il terzo pannello, sulla destra, raffigurava lo Spirito Santo. Era disegnato come un immenso triangolo color arancione con in mezzo un grosso occhio azzurro con l’aureola d’oro massiccio. Per nulla diafana come quelle delle iconografie classiche, l’aureola dorata recava visibile un bel 24 karati impresso al suo interno. Sotto il triangolo c’era la marca della Fabbrica Orafa Dellington – Milano, C.so Vittorio Emanuele 32, con tanto di telefono, fax e e-mail.

Renard soffocò un sbadiglio, mentre il Vescovo sul palco illuminato dai riflettori officiava i saluti. Ancora una ventina di minuti per gli spot degli sponsor e poi la cerimonia domenicale sarebbe finita. Renard stava riflettendo su quanto ci avrebbe messo a morire soffocato dal fumo, se sarebbe stato molto doloroso, quando gli parve urgente, necessario anzi, alzare gli occhi al cielo di nuovo. C’era qualcosa che non andava. Alzò lo sguardo e osservò il pannello di destra, quello con lo spirito santo ingioiellato, e lo vide ondeggiare pericolosamente. Lo guardò andare a cozzare contro quello centrale, mentre i cavi tiranti cedevano uno alla volta cascando penzoloni come lunghe serpi nerastre. Subito anche Dio si mise a ballare avanti e indietro lassù assieme ai due immensi coni gelato, finendo a sbattere contro il terzo pannello con Gesù e la fabbrica di occhiali. Renard era impietrito dalla meraviglia. Ora tutti e tre i pannelli ondeggiavano e i cavi uno ad uno saltavano serpeggiando nell’aria, mentre lo Spirito Santo si inclinava paurosamente da un lato. Allora aprì la bocca per gridare, e insieme a lui la aprirono i seicento fedeli stipati come sardine nella navata centrale della cattedrale in rovina: tutti insieme sulle note di una chitarra e di un tamburo cantavano a squarciagola: PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI.

Renard gridava – Attenti, attenti, i pannelli cadono! – Ma le sue urla si persero nella potenza sonora della fede cumulata in quel luogo santo. Forse una guardia lo sentì, girò lo sguardo verso di lui con rancore, convinto che stesse solo cercando di disturbare la cerimonia e non si degnò neppure di alzare lo sguardo. Le pianole elettriche ora accompagnavano il canto sacro nella riff dei Crazy Totems of Love, che il vescovo in persona annunciò dal palco essere giunti primi in classifica quello stesso giorno. Renard guardò di nuovo verso l’alto, attraverso i giunchi della sua gabbia, e scoppiò a ridere mentre la santissima trinità perdeva contatto con i cavi di sicurezza e iniziava la sua rapida discesa verso i propri fedeli.

Stefano Re © 1992

28
Set
09

Dente del giudizio

Mi sveglio, ho la febbre, la gola che brucia – influenza galoppante. Ferie perché devo andare dal dentista, chissà perché il dentista non è considerato malattia. Ti riempie di novocaina la faccia, ti strappa o trapana le ossa, ma non si tratta di malattia. Probabilmente si tratta di sport. L’appuntamento è alle due e mezza, mi sono addormentato alle 6, svegliato alle 9, rotolato nelle lenzuola fino alle due. Non ho tantum verde, lo sogno tra le lenzuola mentre la febbre sale e la gola brucia. Mi faccio la doccia, mi vesto, esco. Un vicino mi stava citofonando. Abita sotto di me. Mentre facevo la doccia gli pioveva giù dal soffitto, cioè dal mio bagno. Tubature rotte. Lo rassicuro, chiamerò un idraulico. Non so dove trovarlo un idraulico, insiste a spiegarmi tutto su come il suo bagno sia stato allagato, sono in ritardo dal dentista, mi vengono in mente tutte quelle barzellette sugli idraulici che scopano le mogli a casa mentre il marito è al lavoro, ma non sono sposato. La donna che amo è in America e non sono neppure sicuro che esista, figurarsi se mi pongo domande sugli idraulici americani che possa frequentare. Sto delirando nella mia testa, corro dal dentista, ho il febbrone, attesa di un’ora in una stanza quadrata traboccante di giocattoli e pargoli che fanno un casino del diavolo. La moglie del mio dentista è pediatra, usano lo stesso appartamento come studio per le due attività. Amore ed economia finalmente si abbracciano, ma la testa mi scoppia e vorrei avere un lanciafiamme per decimare e ridurre al silenzio la presente rappresentanza delle nuove generazioni. Quando posso aprire la mia bocca alle sue indagini, il dentista guarda e dice: va tolto, ora. Il mio ultimo dente del giudizio cede le armi senza un grido. Mezza faccia addormentata dall’anestesia, mezza dalla febbre, scappo via dallo studio medico e corro a fare la spesa. Nella mia testa cerco un idraulico, non lo trovo. La febbre incalza, gareggia col sordo pulsare della mascella. Farmacia, medicine, ma non posso prendere aspirina perché è un anticoagulante. Tantum verde, lo spray per la gola. Undicimila lire per un flacone che mi scompare nel palmo. “Lo fanno piccolo ora” mi spiega la farmacista. Hanno fatto tutta quella pubblicità in televisione, da qualche parte dovranno ben riprendere i soldi spesi. Forse dovrei avere una gola più piccola allora. Febbrone, faccia gonfia. Spesa, danup e mozzarella. Casa, il vicino è un po’ alterato, lo calmo, cerco un idraulico nella vecchia agenda, lo chiamo, non risponde. Ho una porta fracassata, gli ho gettato contro una sedia sere fa per la rabbia.
Mi sono messo a ridere, la testa pulsava per la febbre, la mascella faceva male ma mi sentivo improvvisamente così bene.

Stefano Re ©2001

26
Set
09

Ti parlerò della pietra filosofale

Ti parlerò della pietra filosofale.

L’alchimista la cerca, per tutta la sua vita. E’ una vita dedicata, una vita che ha uno scopo, e lo scopo è quella pietra. Lucida, oscura, brillante, rugosa e nascosta, profumata di assoluto. La pietra filosofale, trasforma in oro i metalli vili. La pietra filosofale è un simbolo, è un miraggio, è un segno del divino.

L’alchimista cerca, studia e prepara. Pianifica, organizza e prova, riprova, viaggia dove occorre e in nessun posto, si tiene pronto. Sogna, l’alchimista, immense ricchezze dell’oro di questa terra e di qualsiasi altra, nella borsa e nell’anima.

L’alchimista non può trovare la pietra, perchè la sta cercando.
Quando la troverà, sarà perchè ha smesso di cercare, perché ha smesso di averne bisogno. Allora la pietra sarà lì, in lui, stupenda nella sua inutilità.

Chi trova la magia del fare, non ha più alcun interesse ad usarla. Perché prima di trovarla, scopre che la ha sempre avuta, sempre in tutti gli anni in cui la cercava così appassionatamente, in cui ne aveva così bisogno. La pietra filosofale era il suo bisogno, ed ora che lo possiede, non esiste più.

Stefano Re © Maggio 2007

16
Set
09

Pulendo casa

C’era sempre tanto da fare.
Passava lo straccio sul ripiano della cucina, dopo aver spruzzato la nuvola di Galax. Facevano una bella pubblicità in cui i ripiani più sporchi di grasso venivano lindi come un’aurora, come l’aurora stampata sul contenitore, e così aveva deciso di provarlo. Passava lo straccio sul ripiano e pensava che sì, sembrava pulito. Ma era pulito?
Una nuvola sul piano cottura, prima con tutte le griglie e i fornelli al loro posto, una nuvola preventiva, un annuncio dell’alba che sarebbe seguita. E poi via, le griglie nel lavabo – un lavabo doppio, in alluminio, in una vasca si lava nell’altra si sciacqua e poi uno straccio per asciugare e via, al loro posto nel mobile tutte le stoviglie, una per una – le griglie nere nel lavabo e poi i fornelli, uno per uno, da ripassare dopo con la spugna abrasiva, ma quella leggera, che non graffi lo smalto. Dare il tempo al prodotto di sciogliere il grasso – eppure non c’era grasso, nessuna traccia di grasso su nessuna griglia e su nessun fornello – e intanto una passata con lo straccio pulito sul ripiano, che sembrava pulito, ma era pulito? Una seconda nuvola sul piano di cottura, e via con la spugna abrasiva, quella leggera però che i graffi nello smalto sono quelli in cui si annida lo sporco, sono quelli che possono arrugginire – nessuno le aveva detto che l’alluminio non arrugginisce. Lo scroscio dell’acqua nel lavabo accompagnato dallo sfregare della spugna sui fornelli, uno per uno, via nella seconda vasca, in attesa della seconda risciacquata e dello straccio, le griglie ora. Occorre saperle fare le cose.

C’era sempre molto da fare. Pensano che tenere pulita la casa non sia un lavoro solo quelli che pagano una donna di servizio. Ma tenere pulita la casa è un lavoro a tempo pieno, c’è sempre così tanto da fare.
La cucina splendeva finalmente, i ripiani e le antine luccicavano mentre le asciugava con il panno pulito. Prima la spugna – ma non quella abrasiva, mai sui mobili quella abrasiva, solo quella morbida – per passare il prodotto e poi lo straccio pulito per asciugarlo. Le antine riflettevano il sole del mattino e i fornelli e i ripiani scintillavano e il lavabo d’alluminio era stato asciugato e non c’erano graffi né ombre da nessuna parte, quindi poteva passare al soggiorno.

C’era da fare la polvere, la polvere per prima cosa, perché è inutile passare l’aspirapolvere sul pavimento se prima non spolveri tutti i ripiani e i mobili, perché quando lo fai la polvere si alza – per quanto delicatamente tu lo faccia, per quanto sul panno tu abbia spruzzato il mangiapolvere, per quanto ostinatamente tu lo faccia, la polvere si alza lo stesso e ricade, ricade dappertutto e soprattutto e anzitutto al suolo. Faceva la polvere quando il telefono riprese a squillare. Chiamano sempre quando stai lavorando, e lei preferiva lasciarlo suonare, perché magari avrebbero desistito, ma il trillo continuava e lei pensava dovrei staccarlo, dovrei staccare quel telefono, ah sì dovrei staccarlo e prima o poi lo faccio.
– Pronto?
Una esitazione dall’altro capo – Buongiorno signora Villanova, sono Paolo, potrei parlare con Silvia?
– No Paolo, Silvia non sta bene, ora non può venire al telefono.
– Mi dispiace che stia ancora male Signora, ma che cos’ha?
– Ora devo riattaccare Paolo, sto pulendo casa, ho molto da fare.
Chiamano sempre quando stai lavorando. Tutti questi ragazzi poi, Paolo, Stefano, quell’idiota di Mirko persino. Mia figlia è una brava ragazza, non dovrebbe avere tutti questi ragazzi attorno una brava ragazza. Dove ero rimasta? Guardava il panno nella mano destra, senza vederlo. D’improvviso lo sguardo le si era annebbiato, velato di polvere o forse di paura, restava immobile in piedi nel soggiorno. Poi si scosse, la polvere, la polvere, va sempre fatta la polvere per prima cosa.

Aveva passato l’aspirapolvere, aveva soffiato il prodotto per lucidare il legno sui mobili e i ripiani e il tavolino e li aveva lucidati, aveva pulito le antine di vetro del mobile con il prodotto per il vetro, nessun alone, aveva assodato controluce. Aveva passato la spazzola apposta sulle federe del divano. Ora poteva passare alla camera da letto.

Stava sistemando gli angoli del copriletto quando il telefono tornò a squillare. Attese, lisciando le federe dei cuscini, ma quello non smetteva. Dovrei staccarlo, dovrei staccare quel telefono, ah sì dovrei staccarlo e prima o poi lo faccio.
– Pronto?
– Buongiorno signora Villanova. Sono il professor Zamboni, dell’istituto magistrale. La chiamo per sapere di Silvia, sono già due settimane che non viene a scuola e siamo tutti molto preoccupati.
– Silvia non sta bene, professore. Tornerà a scuola appena starà meglio.
– Sì signora Villanova, lo ha già detto le altre due volte che abbiamo chiamato, ma vorremmo sapere…
– Mi perdoni professore, ora ho molto da fare, sto lavorando sa?
Persino i professori ora. Persino i professori. Nessun rispetto per chi lavora. Pensano che tenere a posto la casa sia una cosa facile, per una donna tutta sola, che deve anche badare a sua figlia oltretutto. Nessun rispetto, nossignore. Il mobile era pulito, la cassettiera era pulita e lucidata, persino il telefono era pulito, con un panno aveva tolto l’alone lasciato dal suo fiato sul microfono. Ci ripensa sopra per un attimo, e con un gesto quasi distratto stacca la cornetta. Ecco, una buona volta.

Il bagno, ora. Il bagno è sempre qualcosa di speciale. Occorre prima di tutto pulire i mobili, e va bene anche lo stesso prodotto per sanitari, quello leggero, che pulisce ma disinfetta anche. Con la spugna azzurra, tutte le superfici di formica azzurrata, una per una. Restano sempre ombre di ditate, specie vicino alle maniglie. Poi la specchiera, col prodotto per i vetri. Un passaggio per pulire e poi un panno lindo per togliere gli aloni. Occorre saperle fare le cose.
Qualcuno sta suonando il citofono. Eh no, stavolta no. Questo è troppo: con tutto quello che c’è da fare. Saranno testimoni di Geova o qualcuno che vuole vendermi qualcosa. Con tutto quello che c’è da fare.
La spugna verde. La spugna verde è per il lavabo e le pareti della doccia. Uno fa la doccia e poi non pulisce le pareti, quelle diventano opache e poi sporche e non si tiene così una casa. Vanno asciugate le pareti della doccia, e vanno tenute pulite. Il fondo della doccia, togliendo il tappetino di gomma antiscivolo, che evita che si caschi nella doccia e ci si rompa la testa. Ci si rompa la testa come un melone maturo, come un martello che rompe un melone, coi pezzi che cadono sulle lenzuola e il sangue nero che vola dappertutto. Non gridare. Non gridare. Non gridare. Ora passa. È passato. Basta evitare di respirare per qualche secondo. Basta trattenere il fiato, come quando ti viene il singhiozzo. Basta trattenere il fiato in gola per qualche secondo e passa.
La spugna rosa ora, per i sanitari.

Resta solo la stanza di Silvia. Rimane ferma per qualche secondo davanti alla porta. Non le piace entrare nella stanza di Silvia, è un po’ come violare la sua intimità. Una ragazzina ha bisogno dei suoi spazi. Ma insomma, è sempre casa sua questa e sono già le dieci passate e non le fa bene restare sempre là dentro chiusa al buio. Oggi glielo dirò. Oggi glielo dirò. Oggi, sì. E così entra. Entra senza badare al disordine, è la stanza di una diciassettenne dopotutto. Ma lei entra non bada ai libri aperti sulla scrivania né alle foto sulle pareti. Non bada al poster di quel cantante mezzo nudo – osceno, quel poster è osceno – Silvia ha diciassette anni e a diciassette anni si è pazzi, non c’è niente da fare. Entra e non bada al piatto rotto rovesciato sul pavimento, dove i vermi banchettano con i resti di un dolce. Entra e non bada al cattivo odore nella stanza, è la stanza di una diciassettenne dopotutto. Entra e nemmeno guarda quel che c’è sul letto, entra e non guarda nemmeno le macchie rosso scuro che gridano dalle pareti. È la stanza di una diciassettenne dopotutto. Entra e non vede nemmeno il martello caduto sul comodino. Entra e vorrebbe aprire la finestra per cambiare almeno l’aria, ma poi pensa che forse no, deve ben imparare a tenere in ordine la sua stanza da sola. Appena si sveglierà, pensa, appena si sveglia le dirà che deve assolutamente mettere a posto la sua stanza.
Ed esce.

Rimane immobile per qualche secondo, in piedi, nel corridoio, davanti alla porta della stanza di Silvia. Sembra essersi dimenticata dove si trova, sembra guardare nel vuoto. Poi si riscuote: dov’ero rimasta?

In cucina ora, c’è sempre tanto da fare.

Stefano Re © Settembre 2009

15
Set
09

L’oro nel deserto

Il sole era alto nel cielo e il vento del deserto era caldo, la tesa del cappello a gettare l’ombra sul volto ispido di barba. Avanzava sulle pietre il cavallo portandolo verso il nulla, ma a lui non importava. C’era nelle sue orecchie la canzone che aveva sentito solo tre giorni prima, fuori da un saloon. Il ragazzo era giovane e la sua chitarra cullava la sera che scendeva sul villaggio di frontiera. Con voce calda aveva cantato di lei e dei suoi capelli d’oro, degli occhi verdi come l’acqua di un fiume e del vento del sud che non smette mai di farsi sentire. Con voce calda aveva cantato dell’oro e della sabbia, delle praterie e dei bisonti. Con voce calda aveva cantato dei proiettili in una Colt, del tuono del fucile e dei riflessi dorati della stella dello sceriffo.

E lui che aveva sentito tuonare il fucile e sparato dalla sua Colt un proiettile attraverso una stella di latta, lui che aveva cacciato bisonti all’ovest e seguito tracce di indiani nelle praterie, lui che aveva cercato oro sulle montagne, lui che aveva sentito in faccia il vento del sud e carezzato capelli d’oro e baciato occhi verdi come l’acqua dei fiumi, lui che era arrivato all’ultimo villaggio al confine del deserto così stanco, lui che voleva solo fermarsi – lui era rimasto fermo, le mani sul cinturone, ad ascoltare le sue gesta cantate da un ragazzo, con voce calda, fuori da un saloon, mentre la luna attraversava un cielo pieno di stelle.

Il sole era alto e il vento del deserto era caldo, la tesa del cappello non bastava a coprire le rughe sul volto ispido di barba, ma il cavallo avanzava sulle pietre e lui mormorava la sua canzone: l’orizzonte non era mai stato così vicino.
C’era posto per qualche altra strofa.

Stefano Re © Settembre 2009

14
Set
09

Mentre il sole

a Chelsea Quinn Yarbro

E hanno camminato, tra le ombre e le rovine, in cerca di rifugio.
– piano, piano, aspetta ora
– ho sentito qualcosa
– silenzio
Due ombre tra le ombre, in mezzo alle rovine. Le orecchie tese al fiato della notte, ché di giorno non potevano viaggiare. Il giorno era pericoloso, troppa luce e troppo sole che brucia la pelle e la rende simile a cuoio. Avevano visto i bambini, i nuovi bambini, figli dell’incubo – pelle come cuoio rosso, occhi infossati nella tenebra eterna, le radici dei denti scavate nella carne e nel sangue che colava dalle bruciature.
– non era nulla, proseguiamo
– possiamo arrivare fino alla postazione di ventura, se siamo veloci
– c’è un rifugio sulle colline, hanno detto
– hanno detto così
Avevano un fucile, lo avevano trovato sotto il cemento rotto della stazione di servizio. Chissà chi lo aveva lasciato lì e quanto tempo prima, chissà se sicurezza di un ritorno mai avvenuto o regalo della sorte, lo avevano trovato sepolto sotto il cemento. Era avvolto in uno straccio unto, unto di grasso e luccicante sotto la luna, canne bronzee e due scatole di cartucce a pallettoni, morte incapsulata nel rosso vivo della plastica, sfere di piombo galleggianti nel teflon che aspettano silenti il boato per uscire a devastare carne e ossa, anche quelle dei carnefici.
Perché possono morire, i carnefici, come ogni altra creatura. Uccidono, ma possono anche morire.

Le rovine ora cedono il passo ai campi. Tra le canne camminano vigili e cauti, spaventati e risoluti – di quella forza che ha chi non può perdere più niente. Tra le canne fino alle colline, mentre la luna percorre il cielo sulle loro teste. E trovano il rifugio: pareti di lamiera, croci di legno sulla porta e alle finestre, tra gli alberi morenti. Il cielo schiarisce, tolgono le tavole ed entrano.

Lame di luce tra le assi, da cui stare lontani, disegnano il pavimento sporco. Hanno steso i loro sacchi a pelo contro le pareti, nell’angolo più lontano dall’ingresso. Consumano un pasto frugale, carne seccata di animali scuoiati col coltello, affumicata in fretta su rovi in fiamme settimane prima, cacciata a forza nello zaino per muoversi, per muoversi in fretta, perché l’odore del fumo attira sempre qualcuno o qualcosa.
– raccontami, raccontami com’era prima.
Lui viveva da quasi cinquant’anni, lei da soli diciassette. Lei non aveva mai visto le persone camminare senza paura lungo le strade, non aveva mai visto i negozi e gli spettacoli alla televisione, non sapeva cosa fosse un regalo. Eppure ne portava uno, il più grande che possa esserci, lo portava dentro di sé a crescere, al riparo dalla luce che bruciava e dalle zanne dei carnefici.
– raccontami, chiede lei con un filo di voce già velata dal sonno, e lui inizia a raccontare in un sospiro. Racconta di treni e di metropolitane, racconta di musei e di concerti, racconta di ricette di cucina e ristoranti e fast food e dell’oceano, che lei non ha mai visto. Finché il respiro non diventa un sussurro ritmico. Allora le sfiora il ventre già gonfio, lo sente vivo pulsare, e una lacrima solca la pelle indurita dai tempi, la barba ispida che la copre, mentre il sole brucia il mondo là fuori.

Stefano Re © settembre 2009

12
Set
09

senza riposo

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C’erano luci lontane, fiaccole nella notte che si raffreddava al vento del nord. C’erano file di soldati in marcia verso confini remoti, i fucili protesi verso il cielo indifferente alle fiamme che divoravano la città saccheggiata.
– Riposa, ora.
Là fuori i morti viventi si accalcavano, mani aperte contro i vetri a lasciare impronte scarlatte di bramosia, mascelle disarticolate a scattare sul niente nella parodia di un ubriaco che ha perso una scommessa.
– Riposa, ora.
La pioggia cadeva sulle lamiere ritmando la notte, nel buio gli artigli e le zanne d’osso cercavano carne sui resti di cibo e tra i giornali vecchi, dietro i cassonetti.
– Riposa, ora.
All’ombra dei palazzi e dei semafori, camminava curvo nel suo impermeabile, il coltello d’acciaio nel pugno nella tasca nella testa nel suo cuore nero come il fondo di un pozzo dimenticato.
– Riposa, ora.
Le urla delle streghe alzavano altissime il loro furore alla luna. E ballavano, strappandosi i capelli a ciocche per gettarli nel calderone insieme ai cadaveri, la celebrazione era al suo culmine.
– Riposa, ora.
Il medico stava ritto in piedi tra le due infermiere in mezzo al corridoio, strumenti metallici sbucavano incongrui dalle tasche, ma le macchie sul camice erano rosse e urlavano, urlavano.
– Riposa, ora.
I bastardi ridevano, stracciando i vestiti della donna, e la colpivano sul volto, sulle braccia, sgraziati lupi divenuti uomini nel retro di un drive-in.
– Riposa, ora.
I vampiri instancabili affollavano le ombre muovendosi in branco, cappucci di tenebra senza un futuro e senza un passato, le orecchie tese al battito di cuori lontani.
– Riposa, ora.
Nel tuono dei fucili si perdevano le grida dei superstiti, nel rombo delle pale meccaniche gocciolava il loro sangue. Metodico, il massacro non avrebbe avuto fine.
– Riposa, ora.
Le belve gemevano insonni, il profumo dell’arrosto di vitello faceva impazzire i detenuti del campo 12, il condannato aspettava nella sua cella che scoccasse l’ora fatale.
– Non sei dovuto partire, non sei dovuto andare via.
– Non hai dovuto barricare le porte e le finestre, la tempesta non entrerà.
– Non hai le spalle contro il muro gelido, non c’è la benda sui tuoi occhi, le lame non si stanno affilando per le tue carni. Sei al sicuro ora, niente ti può toccare – la nave all’orizzonte sfila confondendo il verde del cielo e l’azzurro del mare: riposa.

Ma lui non dormiva. I suoi occhi restavano aperti a riempire il vuoto di incubi. Dov’erano quelle braccia calde in cui dormire, quelle gambe intrecciate alle sue tra le lenzuola, quel cuore da carezzare col respiro. Come si può dormire senza quel calore addosso? Come si può dormire quando c’era e non c’è più?

Lui non dormiva, e gli incubi popolavano il mondo.

Stefano Re © Settembre 2009

11
Set
09

nero come il cielo (ritratto di un omicida)

La notte che sale velenosa, strisciando lungo i muri e arrampicandosi sui lampioni fino ad accenderli, apre la caccia. Passeggiano, profughi della vita dal sesso incerto; affollano l’asfalto battuto dai neon. Sogni di sangue che si rincorrono nei labirinti del suo stomaco, si muove cauto, sfiorando il selciato leggero e veloce. Squalo nel suo acquario, insegue traiettorie infinite e letali. Con occhi ciechi alla vita, accesi sul mondo disperato disegna trame feroci sui corpi in vendita: quei capelli colorati di fumo, che brucino. Quel sorriso dipinto di sangue, esploda in frammenti d’osso. E il rumore dei denti, l’urlo silenzioso ed eterno di orbite scavate con un cacciavite. Gusta i suoi incubi segreti come fragole mature, le labbra pallide e ferme di un segnale piatto sul monitor. Con occhi ciechi alla vita, preda il suo mondo.
Non si fermerà mai, perché la sua fame divora se stessa.

Stefano Re ©Marzo 2007

06
Set
09

Rivelazioni

Viviamo in un’epoca di sunti, estratti, concentrati. Ci abituano a sapere un po’ di tutto, in fretta, in modo semplice e comprensibile. Recensioni dei film che diventano sinossi, introduzioni al significato dell’arte di Giotto (SIGNIFICATO!), la teoria della relatività in un libretto di venti pagine, Platone in cinque pagine, tutto il pensiero di Nietzsche in un capoverso. L’idea è avere una etichetta sul prodotto sullo scaffale del nostro supermercato, che ci dica che cosa c’è dentro, che gusto ha, quando è il caso di farne uso e in che modo. Meglio se è un’illustrazione, della serie leggere i testi dei fumetti è troppa fatica.

Mettiamo una giornata d’estate, con questo spicchio di muro trasformato in una sorta di santuario personale – con queste immagini e scritte che si alternano con colori, frasi, poesie, disegni, quadri. Se restate a osservare per qualche minuto, vedrete la foto di qualche papa santificato che ha ammazzato a martellate la propria amante, leggerete le riflessioni di Dino Buzzati sulla stranezza della vita, le emozioni di qualche giovanotto innamorato e qualcosa di piccante magari sul sesso alternativo. Un sito web all’aperto, raggiungibile lungo il viale alberato che porta al parco.
Mettiamo questa giornata di sole, con studenti e coppiette e qualcuno che porta a spasso il cane tutti a godersi la pace sonnacchiosa e mettiamoci anche me, lì in piedi a fare assolutamente nulla. Quel sito web all’aperto è mio, lo ho fatto io, me ne sto beando perso nel mio transfert narcisista. Questa ragazza ha i capelli biondo scuro raccolti in una coda di cavallo, una tuta da ginnastica grigia e blu e l’aria impacciata ma soddisfatta di chi ha appena percorso qualche miglio nautico avanti e indietro per il bene della propria forma fisica – ma soprattutto mentale. Rallenta il passo, un po’ indecisa, e osserva con gesto consueto le immagini rutilanti e le scritte. Ora c’è la foto di Beethowen, ora c’è quella di Alexander de Large. Una frase dei Pink Floyd, una poesia qualsiasi, mia.
Mi dice:
«Sei tu l’autore, sei quello che lo ha fatto, vero?» Annuisco, osservandola.
«Ti ho riconosciuto dalle foto.»
Silenzio, mentre le immagini variano. Ora c’è una scimmia che legge Nietzsche. La didascalia dice “Anche una scimmia può leggere Nietzsche, questo non significa che possa capirlo.” E’ una citazione, ma non vogliamo chiedere troppo.
«Lo guardo sempre quando passo. Ma non ho mai ben capito di che cosa parli.»
«Ti piace?»
«Si, ma di che cosa tratta?»
Mi prendo un attimo per respirare. Le dico:
«Una persona cammina per la strada e ne incontra un’altra. La guarda e le chiede: chi sei?
Come rispondi a questa domanda? Un nome, basterà? Età, statura, colore degli occhi e dei capelli, gusti nel vestire, tipo di musica che ascolti, opinioni politiche sarebbero meglio? Ma come fai a spiegare l’effetto che ti ha fatto uno spinello a tredici anni o il rumore di un parabrezza che esplode nell’urto o il dubbio se quel gemito era piacere o dolore o lo sguardo di rimprovero di tua madre per quel gesto o la gioia feroce nel vedere quel sangue in terra o le vibrazioni del motore della prima motocicletta o l’acqua salata in bocca mentre stavi affogando in mezzo metro di Mar Ligure? E tutto questo, fosse possibile schiaffarlo tutto in due belle battute di pronto scambio, basterebbe a dire chi sei?
Ma, mi dirai, le persone non sono così facili da definire. Certo, le cose invece. E invece no. Le cose hanno segni, graffi, ammaccature, visibili e invisibili. Prendi una caffettiera. Una vecchia caffettiera. Se la osservi bene ci trovi traccia dei rischi corsi, delle situazioni vissute, di ciò che ha servito e ciò che ha negato. E se fosse nuova, nuova di pacca e appena uscita dalla catena di montaggio? Illusione della nostra superbia: anche lì c’è da scavare, da vedere: promesse, scintillanti in un futuro appena cominciato. E passato, di materie prime nascoste in terreno fangoso o dentro sedimenti rocciosi, umidi e profumati di terra e funghi notturni.
Non è tanto il fatto che non sia possibile definire le cose – quanto che sia completamente illusorio farlo. Cerchiamo soltanto nuove scatolette in cui chiudere ciò che percepiamo perché sia gestibile. Abbiamo ovviamente scatolette di vario genere, da quelle più specifiche e restrittive, come ad esempio “elettrodomestico” a quelle più ampie e nebulose, come ad esempio “arte”, o “strano”
Ma siamo sempre a cavallo della stessa incerta barchetta: balliamo il nostro valzer sull’orlo di un precipizio: la certezza che la realtà NON E’ COMPRENSIBILE.»

Silenzio.
«Ora devo andare, farò tardi a cena.»
«Di questo, tratta.»
«Che cosa?»
«Della cena, che si fredda se fai tardi.»

Stefano Re ©Giugno 2004




Stefano Re

Questo Blog raccoglie racconti, riflessioni, illazioni, delazioni e deliri di Stefano Re.

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