Archivio per settembre 2009



11
Set
09

nero come il cielo (ritratto di un omicida)

La notte che sale velenosa, strisciando lungo i muri e arrampicandosi sui lampioni fino ad accenderli, apre la caccia. Passeggiano, profughi della vita dal sesso incerto; affollano l’asfalto battuto dai neon. Sogni di sangue che si rincorrono nei labirinti del suo stomaco, si muove cauto, sfiorando il selciato leggero e veloce. Squalo nel suo acquario, insegue traiettorie infinite e letali. Con occhi ciechi alla vita, accesi sul mondo disperato disegna trame feroci sui corpi in vendita: quei capelli colorati di fumo, che brucino. Quel sorriso dipinto di sangue, esploda in frammenti d’osso. E il rumore dei denti, l’urlo silenzioso ed eterno di orbite scavate con un cacciavite. Gusta i suoi incubi segreti come fragole mature, le labbra pallide e ferme di un segnale piatto sul monitor. Con occhi ciechi alla vita, preda il suo mondo.
Non si fermerà mai, perché la sua fame divora se stessa.

Stefano Re ©Marzo 2007

11
Set
09

shining

Raramente un film eguaglia la capacità evocativa e il fascino del libro da cui il soggetto è tratto, ma quando il regista è uno Stanley Kubrick al suo meglio e nel cast figura un calibro come Jack Nicholson, il miracolo si può compiere – ed è esattamente ciò che è avvenuto con questo stupendo film dell’orrore.

Jack Torrance, aspirante scrittore attualmente disoccupato, accetta quello che pare un ottimo lavoro stagionale: fare il custode dell’hotel Overlook durante la chiusura invernale. Un lavoro relativamente semplice, che consta nel mantenere attivi i sistemi vitali dell’albergo per evitare che vengano danneggiati dal gelo durante il lungo e rigido inverno sulle montagne. Ciò che rende quel lavoro poco appetibile è il senso di forte isolamento che si può provare passando mesi in un simile eremo – uno stress che ha portato il custode precedente a massacrare la sua famiglia e suicidarsi. Per nulla spaventato da questo precedente, anzi fidando sull’isolamento e la tranquillità per scrivere un romanzo, Jack condurrà sua moglie Wendy e suo figlio Danny nell’hotel e in loro compagnia affronterà l’inverno. Ma fin dal principio inquietanti segnali recepiti anzitutto dal giovanissimo e sensitivo (dotato dello “shining”) Danny, mostreranno in un crescendo di tensione il vero volto dell’albergo e dei suoi abitatori.

Se Qualcuno volò sul nido del cuculo ha lanciato Jack Nicholson è stato Shining a mostrarne la più caratteristica e intensa delle interpretazioni. Kubrick porta letteralmente a spasso lo spettatore lungo i corridoi dell’hotel, premessa all’ingresso nei labirinti che lo attendono nel giardino e nella mente, in una passeggiata tutt’altro che rilassante. Questo film è forse unico nel suo genere, poiché mai, né prima né in seguito, l’horror ha raggiunto livelli tanto elevati di qualità nella regia, nella recitazione e nelle atmosfere. Benché il sangue scorra letteralmente a fiumi, non è – come in fin troppi film dell’orrore – un escamotage per nascondere buchi narrativi o carenze del soggetto né tantomeno per mascherare assenza di spessore o di intensità dei personaggi. Al contrario, qui il sangue celebra recitazioni di altissimo livello, su un soggetto che starebbe in piedi anche senza una goccia rossa e su dialoghi che insinuano lentamente ma inesorabilmente lo spettatore lungo il percorso di una follia incalzante.

Capace di tenere inchiodato alla sedia e dare i brividi anche allo spettatore più smaliziato, Shining supera regolarmente il confronto con ogni altro film dell’orrore anche a trent’anni dalla sua uscita sul grande schermo.

SCHEDA
Shining
regia di Stanley Kubrick, anno 1980.
Personaggi e interpreti:
Jack Nicholson – Jack Torrance
Shelley Duvall – Wendy Torrance
Danny Lloyd – Danny Torrance
Scatman Crothers – Dick Hallorann

11
Set
09

il calore di un fiocco di neve

L’attenzione nel dosare il passo, nel posare un bicchiere sul tavolo o una forchetta nel piatto. L’acuta consapevolezza dello strillare della plastica mentre si pescano popcorn o patatine, del tossire del pavimento quando si sposta una sedia o si chiude un’antina in modo brusco. Mentre tutti affollano di parole inutili e invadenti quel che basta un gesto o uno sguardo, un sorriso o una smorfia a cantare in modo così completo.

La domanda che ti accompagna radente alle pareti e sulla punta delle dita: è rispetto o disprezzo verso il mondo che riempie di chiasso e parole il vuoto in cui naviga? Tutto quel rumore, solo per dichiarare d’esser vivi, quando sai – e so – che la vita è altrove, e va semmai tutelata dalla cura, carezzata dal silenzio. Perché non è nell’urto di un timpano altrui che esistiamo davvero, ma nel soffice e attento risuonare del cuore.

Il messaggio, che dice ESISTO, in uno spazio che scivola leggero per scelta: qui ritrovo, il tuo vivo abbraccio silenzioso.

Ti riconosco nella tua vigilanza, nella tua imbarazzata ritrosia, nella tua cura, persino sotto la passione che brucia. Nel caldo silenzio del mio cuore, bacio i tuoi passi.

Stefano Re ©Dicembre 2008

10
Set
09

La morte di dio

Violentarsi è parte dell’evoluzione in cui incorriamo. Io lo ho fatto da quando sono nato, è un rito, una celebrazione del superamento.

Ho scritto altre volte che dio è morto: è morto guardandoci. Ha visto che cosa aveva fatto, nello specchio traverso in cui ciò che è riflesso si scambia di posto con ciò che osserva il riflesso.

La morte di dio è un momento sempre drammatico: amore, luce, bontà, giustizia, tutto ciò che necessita di un opposto per avere completezza, si perdono nelle nebbie insanguinate del dubbio che trova conferma, della disillusione, della presa di coscienza che dio era soltanto una nostra necessità. L’alibi per esistere. Senza chi guarda nello specchio, cos’è un riflesso?

Spesso, chi vede morire il suo dio si dedica a un satana, così come chi vede morire l’amore all’odio. Ma non ci si mette poi molto a capire che se dio è inutile, lo è anche il suo opposto.

Il punto di arrivo di questo processo, che poi è solo la partenza di quello successivo, è arrivare a sentire, e dunque ad essere, senza questi punti di riferimento.

Resta ciò che sei: senza alibi, senza rete, senza giudizio. Puoi sopportarlo? Questa è la tua scommessa: puoi essere ciò che sei?

Di lì in poi, il potere non ha più importanza: c’è per quello che ti occorre, come tutto il resto. Dolore, piacere, crudeltà, compassione, verità e menzogna: resta tutto dov’è, nelle tue mani, nei tuoi occhi.

E’ solo quando accetti di non avere alcuno scopo, di non avere alcuna direzione, che trovi il tuo ruolo, la tua direzione. E’ il momento in cui coincide ciò che puoi, ciò che vuoi, ciò che sei.

Tu, sei il tuo destino.

Stefano Re ©2007

09
Set
09

a nuova vita

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Insonne, cerco una risposta che non esiste nei pixel dello schermo mentre accumulo le spoglie della mia vita nel posacenere. Dove sono il cavallo e il cavaliere? Perduti nella tempesta del deserto che impazza nel mio cuore sfigurato, senza un Re e senza una terra da render fertile, lontano da casa.

Il soldato non tornerà alla sua famiglia, la freccia non verrà ritrovata nella foresta, il cerchio non si chiuderà perché si è ingannato lungo la strada. Al cospetto delle mie vestali ho celebrato le esequie, i fiori sono appassiti nei loro cesti dorati, le parole scolpite sulla lapide resistono al tempo indifferenti – ma il dolore rimane vivo, sotto la cenere dell’ara votiva, covando segreti di speranza.

Ho osservato la mia forza diventare la mia debolezza, la mia debolezza risorgere a nuova forza. Nessuno può togliermi questa corona.

Quando la speranza del fare si arrende e quella del desiderare rovina su se stessa, rimane solo il nudo fantasma dell’ossessione, che sbrana se stessa in eterno. C’è un tempo limite in cui puoi sopportare la rovina, un tempo entro il quale devi soccombere o sarai costretto, tuo malgrado, a risorgere. Accettare l’inaccettabile, farlo tuo e divorarlo, perché non sia lui a divorare te.

È così che il dolore getta il seme della felicità: confondendo la vergogna con la passione, la menzogna con la verità, ciò che è iniquo con ciò che lo è, ciò che è sporco con ciò che è puro, ciò che muore con ciò che nasce – a nuova vita.

Stefano Re © Settembre 2009

07
Set
09

La morte in video

“È buffo come i colori del mondo reale sembrino veri soltanto quando li guardi sullo schermo”, parola di Alexander De Large, sano giovanotto dedito all’ultraviolenza. Manco a dirlo, sta parlando di sangue, botte, stupri. E della morte.
È ancora Alex, nostro affezionatissimo, a usare tante volte il termine “snuff it” quando vuol dire “fallo, uccidi”. Snuff, letterale: spegnere di una candela. Snuff Movies: filmare lo spegnersi di una vita, per venderlo ad occhi ricchi e malati.

Se ne sono raccontate, sul mercato dello snuff. Leggende metropolitane o atroce realtà? Partiamo dalle leggende: molti film, talvolta con nomi che contano: Paul Schrader nel 1979 in Hardcore spedisce un disperato George Scott a caccia della figlia perduta nei labirinti mostruosi della morte in diretta. Joel Schumacher ha mandato Nicolas Cage a cercare giustizia nell’orrore delle torture fino alla morte in 8MM. Fin qui è descrivere un sottobosco verosimile di disperati e criminali. Ed ora arriva Vacancy, Kate Beckinsale in vacanza all’inferno in un motel pieno di telecamere in attesa di filmare la sua morte. Stesso gioco improbabile del mattatoio di My Little Eye. Adolescenti reclutati in internet per un grande fratello riservato ai ricconi che scommettono chi morirà per ultimo: appena più orrendo della versione ordinaria. Filosofia Snuff in Carpenter’s Cigarette Burns: nessun taglio nelle riprese, spiegano. Vedi tutto: teste mozzate in unica ripresa.

E qui passiamo alla realtà: giusto un paio di esempi. Dmitri Kuznetsov, ex meccanico russo dedicatosi agli snuff movies pedopornografici. Intercettato dalla polizia, con un nostro connazionale in linea: “che cosa vuoi vedere?” la risposta: “Voglio vederli morire”. Centinaia di video con bambini torturati a morte. Leonard Lake e Charles NG, serial killer, sotto un ranch in California filmavano sevizie fino alla morte delle loro vittime, per il mercato snuff. Due poliziotti han vomitato visionando quelle prove.
E c’è chi è disposto a pagare.

Abbastanza per ripensare alla pena di morte? Magari senza filmare l’esecuzione però: Saddam appeso: lo trovate nell’ultimo sequel di Faces of Death, è un mercato legale.
Giudicate voi.

Stefano Re per Vanity Fair, 2007

07
Set
09

Donnie Darko

Uno degli aspetti che maggiormente apprezzo nel cinema è quando è in grado di superare la barriera dello schermo e coinvolgere davvero lo spettatore. Non parlo semplicemente delle emozioni: quelle sono il livello minimo che un buon film dovrebbe trasmettere. Parlo della capacità del film di blandire, guidare, magari intrappolare lo spettatore in un gioco di specchi in cui il film non sia più, solamente, un passatempo passivo. Ci sono pochi film in grado di ottenere davvero simili risposte dallo spettatore, e uno di essi è certamente Donnie Darko. Il film criptico non è necessariamente un buon film: alcuni film semplicemente non hanno senso, o ne hanno ma è irraggiungibile. Donnie Darko appartiene invece alla categoria del film che offre delle tracce di interpretazione, in modo più o meno onesto, e lascia poi lo spettatore a scegliere se e in che misura rompercisi la testa. E davvero di rompicapo si tratta, coinvolgendo teorie sulla struttura del tempo e dello spazio, universi paralleli, azzardate nomenclature e un complicato, radicale riassetto della logica narrativa.

Una colonna sonora fresca e classica al tempo stesso, perfettamente integrata nella vicenda; l’uso del montaggio che sottolinea i cambi di regime del tempo narrativo; una sapiente scelta degli attori e delle immagini; una ottima fotografia e dei dialoghi strepitosi circondano e abbracciano la narrazione, condendo il film di un piacevole gusto di denuncia delle ipocrisie e della rigidità mentale imperante senza scadere nel “genere” e parimenti senza dare l’impressione d’essere soltanto cosmesi. I personaggi hanno un loro spessore, le prove di recitazione sono sopra la media. Tra i tanti ho trovato un ottimo Noah Wyle, cresciuto assai bene nel suo pronto soccorso; un convincente Patrick Swayze nei panni assai scomodi del predicatore segretamente pedofilo; una piacevole Drew Barrymore e un Jake Gyllenhaal assai promettente, che attendo di vedere fuori dalla felpa e senza sorriso imbambolato prima di sbilanciarmi troppo. Un film a più letture quindi, e tutte a semaforo verde, tanto nella sua struttura quanto nei suoi contenuti, primari, tangenti e trasversali che siano.

Che si tratti di una raffinata operazione commerciale, o se sia sperimentazione d’avanguardia – coraggiosa espressione artistica o sornione calcolo pubblicitario, di sicuro è un progetto ambizioso, ben curato, pungente ed efficace. Plauso a Richard Kelly, alla prima prova col lungometraggio. Promosso a pieni voti.

SCHEDA
Donnie Darko
regia di Richard Kelly, anno 2001.
Personaggi e interpreti:
Jake Gyllenhaal – Donnie Darko
James Duval – Frank
Patrick Swayze – Jim Cunningham
Jena Malone – Gretchen Ross
Noah Wyle – Prof. Kenneth Monnitoff
Drew Barrymore – Karen Pomeroy

–> Donnie Darko su IMDB [eng]

06
Set
09

Rivelazioni

Viviamo in un’epoca di sunti, estratti, concentrati. Ci abituano a sapere un po’ di tutto, in fretta, in modo semplice e comprensibile. Recensioni dei film che diventano sinossi, introduzioni al significato dell’arte di Giotto (SIGNIFICATO!), la teoria della relatività in un libretto di venti pagine, Platone in cinque pagine, tutto il pensiero di Nietzsche in un capoverso. L’idea è avere una etichetta sul prodotto sullo scaffale del nostro supermercato, che ci dica che cosa c’è dentro, che gusto ha, quando è il caso di farne uso e in che modo. Meglio se è un’illustrazione, della serie leggere i testi dei fumetti è troppa fatica.

Mettiamo una giornata d’estate, con questo spicchio di muro trasformato in una sorta di santuario personale – con queste immagini e scritte che si alternano con colori, frasi, poesie, disegni, quadri. Se restate a osservare per qualche minuto, vedrete la foto di qualche papa santificato che ha ammazzato a martellate la propria amante, leggerete le riflessioni di Dino Buzzati sulla stranezza della vita, le emozioni di qualche giovanotto innamorato e qualcosa di piccante magari sul sesso alternativo. Un sito web all’aperto, raggiungibile lungo il viale alberato che porta al parco.
Mettiamo questa giornata di sole, con studenti e coppiette e qualcuno che porta a spasso il cane tutti a godersi la pace sonnacchiosa e mettiamoci anche me, lì in piedi a fare assolutamente nulla. Quel sito web all’aperto è mio, lo ho fatto io, me ne sto beando perso nel mio transfert narcisista. Questa ragazza ha i capelli biondo scuro raccolti in una coda di cavallo, una tuta da ginnastica grigia e blu e l’aria impacciata ma soddisfatta di chi ha appena percorso qualche miglio nautico avanti e indietro per il bene della propria forma fisica – ma soprattutto mentale. Rallenta il passo, un po’ indecisa, e osserva con gesto consueto le immagini rutilanti e le scritte. Ora c’è la foto di Beethowen, ora c’è quella di Alexander de Large. Una frase dei Pink Floyd, una poesia qualsiasi, mia.
Mi dice:
«Sei tu l’autore, sei quello che lo ha fatto, vero?» Annuisco, osservandola.
«Ti ho riconosciuto dalle foto.»
Silenzio, mentre le immagini variano. Ora c’è una scimmia che legge Nietzsche. La didascalia dice “Anche una scimmia può leggere Nietzsche, questo non significa che possa capirlo.” E’ una citazione, ma non vogliamo chiedere troppo.
«Lo guardo sempre quando passo. Ma non ho mai ben capito di che cosa parli.»
«Ti piace?»
«Si, ma di che cosa tratta?»
Mi prendo un attimo per respirare. Le dico:
«Una persona cammina per la strada e ne incontra un’altra. La guarda e le chiede: chi sei?
Come rispondi a questa domanda? Un nome, basterà? Età, statura, colore degli occhi e dei capelli, gusti nel vestire, tipo di musica che ascolti, opinioni politiche sarebbero meglio? Ma come fai a spiegare l’effetto che ti ha fatto uno spinello a tredici anni o il rumore di un parabrezza che esplode nell’urto o il dubbio se quel gemito era piacere o dolore o lo sguardo di rimprovero di tua madre per quel gesto o la gioia feroce nel vedere quel sangue in terra o le vibrazioni del motore della prima motocicletta o l’acqua salata in bocca mentre stavi affogando in mezzo metro di Mar Ligure? E tutto questo, fosse possibile schiaffarlo tutto in due belle battute di pronto scambio, basterebbe a dire chi sei?
Ma, mi dirai, le persone non sono così facili da definire. Certo, le cose invece. E invece no. Le cose hanno segni, graffi, ammaccature, visibili e invisibili. Prendi una caffettiera. Una vecchia caffettiera. Se la osservi bene ci trovi traccia dei rischi corsi, delle situazioni vissute, di ciò che ha servito e ciò che ha negato. E se fosse nuova, nuova di pacca e appena uscita dalla catena di montaggio? Illusione della nostra superbia: anche lì c’è da scavare, da vedere: promesse, scintillanti in un futuro appena cominciato. E passato, di materie prime nascoste in terreno fangoso o dentro sedimenti rocciosi, umidi e profumati di terra e funghi notturni.
Non è tanto il fatto che non sia possibile definire le cose – quanto che sia completamente illusorio farlo. Cerchiamo soltanto nuove scatolette in cui chiudere ciò che percepiamo perché sia gestibile. Abbiamo ovviamente scatolette di vario genere, da quelle più specifiche e restrittive, come ad esempio “elettrodomestico” a quelle più ampie e nebulose, come ad esempio “arte”, o “strano”
Ma siamo sempre a cavallo della stessa incerta barchetta: balliamo il nostro valzer sull’orlo di un precipizio: la certezza che la realtà NON E’ COMPRENSIBILE.»

Silenzio.
«Ora devo andare, farò tardi a cena.»
«Di questo, tratta.»
«Che cosa?»
«Della cena, che si fredda se fai tardi.»

Stefano Re ©Giugno 2004

04
Set
09

Equivoco di civiltà

Si sente parlare, in questi mesi difficili, di “scontro di civiltà”, o di “contrapposizione religiosa”, nei difficili rapporti che in questi anni intervengono tra quello che viene, impropriamente, definito “mondo occidentale” e quello che viene, altrettanto impropriamente, definito “mondo islamico”.
Ritengo occorra, per affrontare un problema, anzitutto comprenderlo appieno. E per comprendere questo problema, credo occorra anzitutto definire con maggiore precisione le parti in causa, e il loro modo di comunicare. Vediamo dunque quali sono gli attori del fenomeno.

Quello che viene definito “mondo occidentale” sembrerebbe, dalla definizione, esser legato ad una locazione geografica. Ma così non è, perché in esso si fanno rientrare molti paesi che ad occidente non si trovano come ad esempio l’Australia, o il Giappone. Ancora, lo si ritiene caratterizzato da modelli politici di tipo rappresentativo-democratico, ma anche questo distinguo non regge, poiché se così fosse in esso rientrerebbero anche paesi come l’Iraq, la Palestina o l’Iran, anch’essi dotati di sistema rappresentativo-democratico, ma di fatto militanti nella opposta fazione.

Dall’altro lato si parla genericamente di “mondo islamico”, suggerendo una distinzione di tipo religioso. Ma anche questa distinzione risulta inesatta, poiché non solo il cosiddetto mondo islamico è in realtà una galassia animata da posizioni, interpretazioni e applicazioni di quel credo assai lontane tra loro, ma di fatto comprende stati in cui l’Islam non è considerato religione di stato, benché sia esso presente in forma anche massiccia nelle loro popolazioni. Questa distinzione risulta inoltre assolutamente assurda quando si considera che l’altra parte, il cosiddetto “mondo occidentale”, non è assolutamente identificato (né, mi perdonino Pera, Casini e la Lega Nord, identificabile) con il cristianesimo. Nel “mondo occidentale” al contrario risultano presenti in varia misura molte religioni, ed i cittadini dei paesi che nel “mondo occidentale” si annoverano godono del diritto individuale di libertà di credo religioso e sono tutelati dalla legge in questa scelta da eventuali conseguenti discriminazioni sociali o lavorative.

Di fatto, tutti i paesi del “mondo occidentale” ospitano più o meno rilevanti percentuali di credenti islamici. Così, dall’altra parte, anche i paesi del cosiddetto “mondo islamico” ospitano percentuali variabili di credenti di altre religioni, che però non godono in questi paesi di altrettante tutele contro le discriminazioni. Questa differenza è ciò che viene spesso lamentato come “mancanza di reciprocità”.

Se poniamo la riflessione relativamente al passato, scopriamo interessanti analogie con altri periodi storici. Ad esempio li troviamo nel rapporto tra religione e vita, sociale e personale, che caratterizza il medioevo europeo. In quell’epoca storica il cristianesimo veniva percepito come elemento di definizione della vita quotidiana, a cui non veniva concepita alternativa e le cui digressioni erano sanzionate, tanto a livello mentale quanto fisico, come “peccati di infedeltà”. È il periodo in cui per maggior gloria della fede cristiana si mandavano i propri figli in guerra santa contro gli infedeli. Il periodo in cui le donne che mettevano in discussione leggi e regole finivano sul rogo come streghe. Il periodo in cui per la religione si uccideva e si veniva uccisi. Indubbiamente anche nel medioevo esistevano cristiani “estremisti” e cristiani “moderati”, e indubbiamente era fatto raro che i cristiani più “moderati” raggiungessero alte cariche di potere. Ancora, è nel medioevo che la religione cristiana trova centinaia di forme espressive parallele e concorrenti con infinite scissioni, eresie, correnti e divisioni. Ci sono voluti un illuminismo, delle sanguinose rivoluzioni, due guerre mondiali e molti anni di guerra fredda prima che gli stati del “mondo occidentale” superassero questa percezione della realtà e iniziassero a mostrare i segni di una differente forma percettiva.

Ritengo che questo paragone storico risulti utile sotto diversi profili. Anzitutto dimostra che non abbiamo, oggi, un problema di contenuti specifici di un credo (l’Islam) perché qualsiasi credo può essere, in uno specifico contesto percettivo, terra di coltura e strumento di fanatismi e violenze generalizzate. Così è stato il cristianesimo in Europa per centinaia di anni. Inoltre offre i notevoli paralleli che ho evidenziato, e che a mio parere offrono le basi per giungere finalmente ad identificare gli attori di questo “scontro” di cui vorremmo capire di più.

Ora, mi sembra evidente che gli attori non siano correttamente identificati da queste definizioni di “mondo islamico” e “mondo occidentale”: definizioni inesatte, imprecise, asimmetriche. E soprattutto fuorvianti.

Nel cercare nuove definizioni degli attori in causa però occorre anzitutto scartare la proposta avanzata da Marcello Pera di identificare l’“occidente” con la sue radici cristiane. Il messaggio di Pera è assai chiaro e apprezzabile: senza una identità non è possibile aprire un dialogo. Finché uno degli attori non sa chi egli stesso sia, non può gestire in modo costruttivo la comunicazione con l’altro. Ma l’identità cristiana non è adeguata poiché essa non è il carattere distintivo identitario dell’attore che continuiamo a chiamare “mondo occidentale”. Al contrario, un elemento realmente distintivo di questo attore è la sua “multireligiosità”, o in modo più preciso la capacità di mettere in discussione a tutti i livelli ogni forma di “credo”: sia esso politico, culturale e persino religioso. Dico “persino religioso” perché il dogma religioso è, per definizione, qualcosa di indimostrabile, e come tale indiscutibile. O ci si crede, o non ci si crede. E inevitabilmente conduce chi crede e chi non crede su opposte e inconciliabili posizioni. Eppure nel nostro mondo occidentale siamo giunti al punto in cui discutiamo persino su ciò che è “indiscutibile” per definizione. Questo elemento è ciò che distingue i due attori in conflitto oggi:

La distinzione non riguarda difatti né aspetti essenzialmente religiosi né aspetti essenzialmente legati alla struttura geografica. E tantomeno distinzioni essenzialmente politico-istituzionali. La distinzione, che appare poco identificabile, riguarda invece scelte di vita, costumi sociali, reazioni di massa ed individuali alle sollecitazioni, un diverso modo di “vivere” le fedi e la loro importanza nella propria vita, un diverso modo di considerare la vita e la sicurezza propria e altrui, un diverso modo di valutare ed interpretare gesti, atteggiamenti, situazioni.

Nel loro insieme, questa differenza si riassume in una diversa percezione della realtà e dell’identità.

Quello che definiamo “mondo occidentale” mostra i segni di un mutamento assai intenso, in atto ormai da un centinaio di anni, che vede l’emergere di valori quali il dialogo, l’empatia, la concertazione, il compromesso, la tutela delle minoranze, il riconoscimento dell’altro e del diverso – elementi che ho definito portato del Drive Femminile. Al tempo stesso si squalificano valori come l’uso della forza, la rigidità, l’onore, la violenza – elementi propri di quello che definisco Drive Maschile. Al contrario il cosiddetto “mondo islamico” mostra poca considerazione per i primi e molta per i secondi. In queste condizioni il dialogo risulta, evidentemente, assai complicato. Ciò che è inteso come “disponibilità” da una parte viene percepito come “debolezza” dall’altro; il gesto che vorrebbe dire “non voglio combattere” viene recepito come “ho paura di combattere”; quella che viene definita “integrazione” da un lato è percepita come “colonizzazione” dall’altra.
Nel cosiddetto “mondo occidentale” ormai tutto è discutibile e discusso: la ragione non è più un elemento assoluto ma sempre relativo, la ricerca di un punto di incontro è una missione. Al contrario, nel cosiddetto “mondo islamico” ben poco è discutibile e discusso: non per costrizione politica, semplicemente per modus percettivo. Non si tratta, sia chiaro, di una definizione “buoni” versus “cattivi”: si tratta di un differente modello percettivo. Che porta a differenti condizioni geopolitiche e sociali. Se difatti nel “mondo occidentale” le espressioni di estremismo e fanatismo sono considerate esagerazioni e aberrazioni e come tali posseggono un ridotto appeal sulla popolazione e ben poco potere politico, al contrario nel “mondo islamico” sono proprio i fanatismi e le estremizzazioni a raccogliere consenso e ammirazione e ad ottenere un potere politico decisivo.

Per questo i “moderati” del “mondo islamico” hanno poco potere e poco controllo sui loro paesi, per questo i “moderati” ne hanno invece sulle scelte dei paesi del “mondo occidentale”. Per questo delle vignette satiriche comportano nel “mondo islamico” reazioni di folla che neppure stragi terroristiche come quella delle torri gemelle comportano nel “mondo occidentale”.

Da questa differente percezione del dato di realtà e conseguentemente del dato di identità (personale e di massa) sorgono i problemi – spesso tragici – che stiamo affrontando in questi anni.

Non si tratta quindi di parlare due lingue differenti, bensì di muovere da differenti punti di riferimento che danno senso alle parole usate nel linguaggio. Due attori dunque, caratterizzati da una differente percezione della realtà. Ma come è possibile la comunicazione in queste condizioni? Anzitutto chiarendo le troppe ambiguità sull’identità degli attori. Anzitutto comprendendo quale sia la effettiva differenza e quali siano le sue conseguenze sulla comunicazione. Di qui, e solo di qui, si può muovere per trovare le forme di un dialogo difficile, forse persino impossibile. Un dialogo altrimenti certamente impossibile, inutile se non persino controproducente.

1 marzo 2006

03
Set
09

Non è un paese per vecchi

Sì: ottima fotografia, ottima storia, ottimo montaggio, ottima non-musica, ottimi attori, ottimo tutto. Ma quello che mi ha colpito di più è come venga disegnata la sconfitta del cerchio.

Il vecchio sceriffo la sa lunga, e infatti indovina quasi tutto quello che succede, punto per punto, pur avendone solo frammenti sott’occhio. Capisce che cosa sta accadendo, prevede le mosse degli altri, fa del suo meglio per salvare il salvabile e invece non ne imbrocca una: tutti quelli che voleva salvare o proteggere gli crepano attorno e alla fine resta sconfitto a sognare suo padre che lo anticipa nei beati pascoli eterni, dove non faccia tanto freddo.

Il texano in fuga col grano è un duro, ma torna per dare un sorso d’acqua ad un tizio morente ed è esattamente da lì in poi che tutto gli rovina addosso. Anche lui è sveglio però, prevede le mosse del suo nemico, lo anticipa, lo prende in contropiede, non solo sfugge diverse volte ma quasi riesce ad ammazzare un immortale, eppure alla fine finisce accoppato da quattro sciammannati che lo incastrano con una battona qualsiasi.

Il secondo cacciatore anche lui è sveglio, sa tutte le regole del gioco, capisce e anticipa le mosse del texano, trova quel che nessuno è riuscito a trovare ma prima che riesca a metterci sopra le mani finisce anche lui ammazzato senza gloria né infamia.

Il tizio che ha finanziato la ricerca del tesoro, stessa storia: in gamba, pieno di mezzi, potente nel suo palazzo uffici patinato, eppure via anche lui come a tirare lo sciacquone.

E infine anche il superkiller, dopo aver giocato a scacchi con tizi armati fino ai denti e aver ammazzato mezza contea si ritrova con un nulla di fatto: non ha recuperato i soldi, non è stato ovviamente pagato, non ha ucciso chi voleva davvero uccidere. Lo schianto al semaforo con cui esce di scena è secondo me indicativo: neanche per lui il cerchio si chiude.

Mi viene in mente Dürrenmatt e il suo teorema ne “la promessa”: tutto rotola, niente torna. La sorte gioca a testa o croce, con tutti quanti.

SCHEDA
Non è un paese per vecchi
regia di Ethan e Joel Coen, anno 2007
Personaggi e interpreti:
Tommy Lee Jones – Sheriff Ed Tom Bell
Javier Bardem – Anton Chigurh
Josh Brolin – Llewelyn Moss
Woody Harrelson – Carson Wells

–> Non è un paese per vecchi su IMBD – [eng]




Stefano Re

Questo Blog raccoglie racconti, riflessioni, illazioni, delazioni e deliri di Stefano Re.

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