Archivio per settembre 2009



13
Set
09

Le macine girano

Le macine girano, gli ingranaggi scattano, le ruote solcano il terreno sul loro asse e portano avanti il mondo e la mia vita, senza fermarsi. Non si fermano se lo sussurri, non si fermano se lo chiedi, non si fermano se lo ordini e neppure se lo preghi. Quel che resta indietro è tanto e a volte è ingiusto ma non puoi farci nulla tranne restare a guardare con occhi tristi tutto il tempo, tutto lo spazio che non hai avuto per vivere ciò che speravi – il tuo desiderio più grande – rimane indietro.
E col sole sulla testa e le bandiere che sventolano sulla tua carrozza getti uno sguardo alle spalle e non trovi più quel che ricordavi ma altro. Dov’era lo steccato che hai saltato con tanta fatica e paura ora c’è solo una striscia scura, indistinguibile dalle fila dorate di grano che confondono lo sguardo – dov’erano le parole che hai letto e sussurrato mentre chiudeva gli occhi sul tuo petto ora c’è solo il murmure di un fiume senza nome, che scorre verso un oceano mare che nemmeno vedrai – dov’era il calore delle terme che ti hanno carezzato di sogni c’è solo una macchia grigia che potrebbe essere un sasso, una stalla, un’ombra, qualsiasi cosa – qualsiasi cosa.
E se tutto scorre in te, scivola via anche il sogno come rena tra le dita, scivola via e ti lascia leggero, quasi trasparente, in attesa di colori che ti riempiano gli occhi.

Promettimi, promettilo: non sarai un ricordo. La vita non è un ricordo. La vita ha bisogno di carne e sangue e merda per esserci davvero.

Prometti, ora.

Stefano Re © settembre 2009

12
Set
09

Leggendo di me

Ho avuto una gran vita.

Stamattina rileggevo, curioso e quasi imbarazzato, quel che ho vissuto a 15, a 18, a vent’anni. Rileggevo le cotte, le sbronze, le notti infinite e i personaggi improbabili che le hanno popolate. Rileggevo le corse in moto, in macchina, i pomeriggi a bere e lanciare pesche dal balcone, quelli a combattere per un fazzoletto di terra o un pallone sottocasa. Rileggevo la politica, le lotte e il coraggio, le scuole e i libri e i professori, quelli che avevano qualcosa da dire e quelli che dicevano tanto senza dire mai nulla.

Rileggevo la scoperta dell’amore, della sua forza e della sua ineluttabilità, del suo immenso calore e del freddo infinito che lascia quando scompare. Rileggevo la gentilezza delle carezze e la violenza delle parole.

Rileggevo i miei 23, 26, 28 anni. Rileggevo i viaggi, i locali, le radio, le feste, i vagabondi, gli artisti. Rileggevo i quadri, i materassi e il vino e le puttane, rileggevo il calore dei sorrisi e la durezza dei pugni, rileggevo i parchi e le ciliegie, le donne – le donne rileggevo e sorridevo imbarazzato. Rileggevo la follia dell’arte, della poesia e dei colori, le mostre e i mostri, il sesso e i sogni e le scoperte – le scoperte della vita che si consuma un minuto alla volta. Rileggevo i cadaveri sul tavolo di ferro, la pistola nella fondina sotto la giacca, le impronte spazzolate sulle pareti.

Rileggevo i miei 30anni, la nausea e il ritiro, la stanchezza del mondo e delle sue sbornie, la ricerca di spazi segreti e preziosi, il valore di ciò che è nascosto e discosto dal flusso della vita e dal vociare della folla. Rileggevo i miei 35 e l’insegnare, sorseggiare la vita altrui che fiorisce e ti guarda con occhi nuovi e diversi – eppure così uguali.

Ed ora leggo ciò che sono, tutto ciò che sono e che mi guarda dallo specchio.
Leggo ciò che sono e sorrido.
Ho avuto una gran vita, e ne vado fiero.

Stefano Re © Settembre 2009

12
Set
09

senza riposo

incubi-8-491x353

C’erano luci lontane, fiaccole nella notte che si raffreddava al vento del nord. C’erano file di soldati in marcia verso confini remoti, i fucili protesi verso il cielo indifferente alle fiamme che divoravano la città saccheggiata.
– Riposa, ora.
Là fuori i morti viventi si accalcavano, mani aperte contro i vetri a lasciare impronte scarlatte di bramosia, mascelle disarticolate a scattare sul niente nella parodia di un ubriaco che ha perso una scommessa.
– Riposa, ora.
La pioggia cadeva sulle lamiere ritmando la notte, nel buio gli artigli e le zanne d’osso cercavano carne sui resti di cibo e tra i giornali vecchi, dietro i cassonetti.
– Riposa, ora.
All’ombra dei palazzi e dei semafori, camminava curvo nel suo impermeabile, il coltello d’acciaio nel pugno nella tasca nella testa nel suo cuore nero come il fondo di un pozzo dimenticato.
– Riposa, ora.
Le urla delle streghe alzavano altissime il loro furore alla luna. E ballavano, strappandosi i capelli a ciocche per gettarli nel calderone insieme ai cadaveri, la celebrazione era al suo culmine.
– Riposa, ora.
Il medico stava ritto in piedi tra le due infermiere in mezzo al corridoio, strumenti metallici sbucavano incongrui dalle tasche, ma le macchie sul camice erano rosse e urlavano, urlavano.
– Riposa, ora.
I bastardi ridevano, stracciando i vestiti della donna, e la colpivano sul volto, sulle braccia, sgraziati lupi divenuti uomini nel retro di un drive-in.
– Riposa, ora.
I vampiri instancabili affollavano le ombre muovendosi in branco, cappucci di tenebra senza un futuro e senza un passato, le orecchie tese al battito di cuori lontani.
– Riposa, ora.
Nel tuono dei fucili si perdevano le grida dei superstiti, nel rombo delle pale meccaniche gocciolava il loro sangue. Metodico, il massacro non avrebbe avuto fine.
– Riposa, ora.
Le belve gemevano insonni, il profumo dell’arrosto di vitello faceva impazzire i detenuti del campo 12, il condannato aspettava nella sua cella che scoccasse l’ora fatale.
– Non sei dovuto partire, non sei dovuto andare via.
– Non hai dovuto barricare le porte e le finestre, la tempesta non entrerà.
– Non hai le spalle contro il muro gelido, non c’è la benda sui tuoi occhi, le lame non si stanno affilando per le tue carni. Sei al sicuro ora, niente ti può toccare – la nave all’orizzonte sfila confondendo il verde del cielo e l’azzurro del mare: riposa.

Ma lui non dormiva. I suoi occhi restavano aperti a riempire il vuoto di incubi. Dov’erano quelle braccia calde in cui dormire, quelle gambe intrecciate alle sue tra le lenzuola, quel cuore da carezzare col respiro. Come si può dormire senza quel calore addosso? Come si può dormire quando c’era e non c’è più?

Lui non dormiva, e gli incubi popolavano il mondo.

Stefano Re © Settembre 2009

11
Set
09

nero come il cielo (ritratto di un omicida)

La notte che sale velenosa, strisciando lungo i muri e arrampicandosi sui lampioni fino ad accenderli, apre la caccia. Passeggiano, profughi della vita dal sesso incerto; affollano l’asfalto battuto dai neon. Sogni di sangue che si rincorrono nei labirinti del suo stomaco, si muove cauto, sfiorando il selciato leggero e veloce. Squalo nel suo acquario, insegue traiettorie infinite e letali. Con occhi ciechi alla vita, accesi sul mondo disperato disegna trame feroci sui corpi in vendita: quei capelli colorati di fumo, che brucino. Quel sorriso dipinto di sangue, esploda in frammenti d’osso. E il rumore dei denti, l’urlo silenzioso ed eterno di orbite scavate con un cacciavite. Gusta i suoi incubi segreti come fragole mature, le labbra pallide e ferme di un segnale piatto sul monitor. Con occhi ciechi alla vita, preda il suo mondo.
Non si fermerà mai, perché la sua fame divora se stessa.

Stefano Re ©Marzo 2007

11
Set
09

shining

Raramente un film eguaglia la capacità evocativa e il fascino del libro da cui il soggetto è tratto, ma quando il regista è uno Stanley Kubrick al suo meglio e nel cast figura un calibro come Jack Nicholson, il miracolo si può compiere – ed è esattamente ciò che è avvenuto con questo stupendo film dell’orrore.

Jack Torrance, aspirante scrittore attualmente disoccupato, accetta quello che pare un ottimo lavoro stagionale: fare il custode dell’hotel Overlook durante la chiusura invernale. Un lavoro relativamente semplice, che consta nel mantenere attivi i sistemi vitali dell’albergo per evitare che vengano danneggiati dal gelo durante il lungo e rigido inverno sulle montagne. Ciò che rende quel lavoro poco appetibile è il senso di forte isolamento che si può provare passando mesi in un simile eremo – uno stress che ha portato il custode precedente a massacrare la sua famiglia e suicidarsi. Per nulla spaventato da questo precedente, anzi fidando sull’isolamento e la tranquillità per scrivere un romanzo, Jack condurrà sua moglie Wendy e suo figlio Danny nell’hotel e in loro compagnia affronterà l’inverno. Ma fin dal principio inquietanti segnali recepiti anzitutto dal giovanissimo e sensitivo (dotato dello “shining”) Danny, mostreranno in un crescendo di tensione il vero volto dell’albergo e dei suoi abitatori.

Se Qualcuno volò sul nido del cuculo ha lanciato Jack Nicholson è stato Shining a mostrarne la più caratteristica e intensa delle interpretazioni. Kubrick porta letteralmente a spasso lo spettatore lungo i corridoi dell’hotel, premessa all’ingresso nei labirinti che lo attendono nel giardino e nella mente, in una passeggiata tutt’altro che rilassante. Questo film è forse unico nel suo genere, poiché mai, né prima né in seguito, l’horror ha raggiunto livelli tanto elevati di qualità nella regia, nella recitazione e nelle atmosfere. Benché il sangue scorra letteralmente a fiumi, non è – come in fin troppi film dell’orrore – un escamotage per nascondere buchi narrativi o carenze del soggetto né tantomeno per mascherare assenza di spessore o di intensità dei personaggi. Al contrario, qui il sangue celebra recitazioni di altissimo livello, su un soggetto che starebbe in piedi anche senza una goccia rossa e su dialoghi che insinuano lentamente ma inesorabilmente lo spettatore lungo il percorso di una follia incalzante.

Capace di tenere inchiodato alla sedia e dare i brividi anche allo spettatore più smaliziato, Shining supera regolarmente il confronto con ogni altro film dell’orrore anche a trent’anni dalla sua uscita sul grande schermo.

SCHEDA
Shining
regia di Stanley Kubrick, anno 1980.
Personaggi e interpreti:
Jack Nicholson – Jack Torrance
Shelley Duvall – Wendy Torrance
Danny Lloyd – Danny Torrance
Scatman Crothers – Dick Hallorann

11
Set
09

il calore di un fiocco di neve

L’attenzione nel dosare il passo, nel posare un bicchiere sul tavolo o una forchetta nel piatto. L’acuta consapevolezza dello strillare della plastica mentre si pescano popcorn o patatine, del tossire del pavimento quando si sposta una sedia o si chiude un’antina in modo brusco. Mentre tutti affollano di parole inutili e invadenti quel che basta un gesto o uno sguardo, un sorriso o una smorfia a cantare in modo così completo.

La domanda che ti accompagna radente alle pareti e sulla punta delle dita: è rispetto o disprezzo verso il mondo che riempie di chiasso e parole il vuoto in cui naviga? Tutto quel rumore, solo per dichiarare d’esser vivi, quando sai – e so – che la vita è altrove, e va semmai tutelata dalla cura, carezzata dal silenzio. Perché non è nell’urto di un timpano altrui che esistiamo davvero, ma nel soffice e attento risuonare del cuore.

Il messaggio, che dice ESISTO, in uno spazio che scivola leggero per scelta: qui ritrovo, il tuo vivo abbraccio silenzioso.

Ti riconosco nella tua vigilanza, nella tua imbarazzata ritrosia, nella tua cura, persino sotto la passione che brucia. Nel caldo silenzio del mio cuore, bacio i tuoi passi.

Stefano Re ©Dicembre 2008

10
Set
09

La morte di dio

Violentarsi è parte dell’evoluzione in cui incorriamo. Io lo ho fatto da quando sono nato, è un rito, una celebrazione del superamento.

Ho scritto altre volte che dio è morto: è morto guardandoci. Ha visto che cosa aveva fatto, nello specchio traverso in cui ciò che è riflesso si scambia di posto con ciò che osserva il riflesso.

La morte di dio è un momento sempre drammatico: amore, luce, bontà, giustizia, tutto ciò che necessita di un opposto per avere completezza, si perdono nelle nebbie insanguinate del dubbio che trova conferma, della disillusione, della presa di coscienza che dio era soltanto una nostra necessità. L’alibi per esistere. Senza chi guarda nello specchio, cos’è un riflesso?

Spesso, chi vede morire il suo dio si dedica a un satana, così come chi vede morire l’amore all’odio. Ma non ci si mette poi molto a capire che se dio è inutile, lo è anche il suo opposto.

Il punto di arrivo di questo processo, che poi è solo la partenza di quello successivo, è arrivare a sentire, e dunque ad essere, senza questi punti di riferimento.

Resta ciò che sei: senza alibi, senza rete, senza giudizio. Puoi sopportarlo? Questa è la tua scommessa: puoi essere ciò che sei?

Di lì in poi, il potere non ha più importanza: c’è per quello che ti occorre, come tutto il resto. Dolore, piacere, crudeltà, compassione, verità e menzogna: resta tutto dov’è, nelle tue mani, nei tuoi occhi.

E’ solo quando accetti di non avere alcuno scopo, di non avere alcuna direzione, che trovi il tuo ruolo, la tua direzione. E’ il momento in cui coincide ciò che puoi, ciò che vuoi, ciò che sei.

Tu, sei il tuo destino.

Stefano Re ©2007




Stefano Re

Questo Blog raccoglie racconti, riflessioni, illazioni, delazioni e deliri di Stefano Re.

AVVISO SUL COPYRIGHT

Alcune immagini e testi presentati su questo blog sono coperti da Copyright. Ne sono consentite la visione e la registrazione a uso privato. NON ne è consentita la commercializzazione in alcuna forma. Chi desiderasse farne uso nel proprio sito web è pregato di informarne l'autore.
settembre: 2009
L M M G V S D
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
282930