14
Set
09

Mentre il sole

a Chelsea Quinn Yarbro

E hanno camminato, tra le ombre e le rovine, in cerca di rifugio.
– piano, piano, aspetta ora
– ho sentito qualcosa
– silenzio
Due ombre tra le ombre, in mezzo alle rovine. Le orecchie tese al fiato della notte, ché di giorno non potevano viaggiare. Il giorno era pericoloso, troppa luce e troppo sole che brucia la pelle e la rende simile a cuoio. Avevano visto i bambini, i nuovi bambini, figli dell’incubo – pelle come cuoio rosso, occhi infossati nella tenebra eterna, le radici dei denti scavate nella carne e nel sangue che colava dalle bruciature.
– non era nulla, proseguiamo
– possiamo arrivare fino alla postazione di ventura, se siamo veloci
– c’è un rifugio sulle colline, hanno detto
– hanno detto così
Avevano un fucile, lo avevano trovato sotto il cemento rotto della stazione di servizio. Chissà chi lo aveva lasciato lì e quanto tempo prima, chissà se sicurezza di un ritorno mai avvenuto o regalo della sorte, lo avevano trovato sepolto sotto il cemento. Era avvolto in uno straccio unto, unto di grasso e luccicante sotto la luna, canne bronzee e due scatole di cartucce a pallettoni, morte incapsulata nel rosso vivo della plastica, sfere di piombo galleggianti nel teflon che aspettano silenti il boato per uscire a devastare carne e ossa, anche quelle dei carnefici.
Perché possono morire, i carnefici, come ogni altra creatura. Uccidono, ma possono anche morire.

Le rovine ora cedono il passo ai campi. Tra le canne camminano vigili e cauti, spaventati e risoluti – di quella forza che ha chi non può perdere più niente. Tra le canne fino alle colline, mentre la luna percorre il cielo sulle loro teste. E trovano il rifugio: pareti di lamiera, croci di legno sulla porta e alle finestre, tra gli alberi morenti. Il cielo schiarisce, tolgono le tavole ed entrano.

Lame di luce tra le assi, da cui stare lontani, disegnano il pavimento sporco. Hanno steso i loro sacchi a pelo contro le pareti, nell’angolo più lontano dall’ingresso. Consumano un pasto frugale, carne seccata di animali scuoiati col coltello, affumicata in fretta su rovi in fiamme settimane prima, cacciata a forza nello zaino per muoversi, per muoversi in fretta, perché l’odore del fumo attira sempre qualcuno o qualcosa.
– raccontami, raccontami com’era prima.
Lui viveva da quasi cinquant’anni, lei da soli diciassette. Lei non aveva mai visto le persone camminare senza paura lungo le strade, non aveva mai visto i negozi e gli spettacoli alla televisione, non sapeva cosa fosse un regalo. Eppure ne portava uno, il più grande che possa esserci, lo portava dentro di sé a crescere, al riparo dalla luce che bruciava e dalle zanne dei carnefici.
– raccontami, chiede lei con un filo di voce già velata dal sonno, e lui inizia a raccontare in un sospiro. Racconta di treni e di metropolitane, racconta di musei e di concerti, racconta di ricette di cucina e ristoranti e fast food e dell’oceano, che lei non ha mai visto. Finché il respiro non diventa un sussurro ritmico. Allora le sfiora il ventre già gonfio, lo sente vivo pulsare, e una lacrima solca la pelle indurita dai tempi, la barba ispida che la copre, mentre il sole brucia il mondo là fuori.

Stefano Re © settembre 2009


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