Archivio per 2 settembre 2009

02
Set
09

Al diavolo quest’epoca di codardia imperante

Al diavolo questo sistema giudiziario che vive di se stesso.
Al diavolo questo sistema penale che non sa punire, non sa riabilitare, non sa dare sicurezza.

Al diavolo gli ipocriti della pace che spaccano vetrine.
Al diavolo chi chiama “missioni di pace” mandare soldati da qualche parte.
Al diavolo chi manifesta contro le guerre imperialiste di Bush: andate a manifestare sotto le finestre di Putin o di Ahmadinejad, codardi!

Al diavolo chi premia l’astensionismo.
Al diavolo chi cerca di “curare” la ferocia come fosse una malattia.
Al diavolo quelle merde sedute sulle poltroncine nei salotti televisivi a commentare su chi getta sassi dai cavalcavia o brucia vivo un barbone: quei quattro pirla assassini sono mille volte più sani di voi!

Al diavolo chi ha paura di offendere questa o quella memoria: i morti sono morti.
Al diavolo chi parla di crisi e indossa abiti firmati con tre cellulari nelle tasche.
Al diavolo chi ciancia di diritti inviolabili: l’unico diritto che si acquisisce nascendo è quello di morire, prima o poi. E la maggior parte delle persone manco se lo arriva a meritare: vergogna!

Al diavolo chi si barrica dietro la costituzione: è solo un pezzo di carta. Se non ci serve più, lo si getta nel cestino.

Al diavolo quest’epoca di codardia imperante e tutti coloro che ci pasteggiano: rivoglio un Hitler, o perlomeno un Ghandi.

Stefano Re © 2008

02
Set
09

La passione di Cristo

La passione di Cristo è un film notevole.
Aldilà delle molte polemiche che lo hanno accompagnato, personalmente ritengo che segni il passo nella filmografia che si è occupata della figura di Gesù, per più di un motivo.

Anzitutto, le intenzioni. Mel Gibson, a mio giudizio, aveva un obiettivo preciso nel presentare con tanta determinazione la cruenza delle torture e della morte subite da Cristo. La passione e la crocifissione sono infatti state rappresentate sempre in modo assai “pulito” e incruento, fornendo allo spettatore una visione diafana, essenzialmente simbolica di quei vissuti. Gibson decide invece di fornirne il dettaglio umano, restituirne la crudezza esplicita, mostrando allo spettatore le carni lacerate e le ferite sanguinanti senza alcuna pudicizia estetica. Questo comporta almeno due passaggi essenziali: anzitutto riporta il cristo alla dimensione umana agli occhi dello spettatore. Se, nella religione cristiana, il messia si è sacrificato addossandosi tutti i peccati del mondo per mondarne noialtri, Gibson ci rammenta che non lo ha fatto con un gioco di prestigio indolore, che le corregge romane rompevano pelle e carne per davvero, le travi della croce erano di legno massiccio, le spine di rovo tagliavano la pelle della fronte e non stavano lì per bellezza. Insomma un Cristo fatto uomo e crepato in modo totalmente umano, sotto violenze totalmente umane. Il credente, nel vedere questo spettacolo, è condotto a rendersi conto che la crocifissione non è una barzelletta o un disegnino ma qualcosa di profondamente umano e doloroso, che lo riguarda da vicino.

La particolare efferatezza della sorte di Gesù appare costellata di casualità: per un soffio egli non viene salvato dal martirio in molte occasioni. Pilato si oppone alla sua morte, e lo manda alla fustigazione per salvargli la vita accontentando il sinedrio, ma i suoi ordini vengono travisati e i legionari infliggono al prigioniero un supplizio da solo in grado di ucciderlo. La scelta tra lui e barabba viene fatta ancora una volta nella speranza che il popolo condanni un assassino temuto, ma ancora una volta il destino di Cristo è segnato dalla peggiore delle sorti. È evidente nella narrazione filmica che quella sorte non è frutto del mero caso bensì parte di un programma preciso, divino appunto, che deve condurre l’innocente alla peggiore delle morti, scatenando il male degli uomini contro il rappresentante dell’innocenza, che con il suo sacrificio li mondi del peccato.

Poi, alcune coraggiose scelte narrative. Ad esempio quella di voler ricostruire in modo ancora una volta realistico e brutale i personaggi. Dall’odio dei farisei alla brutalità spiccia dei soldati romani, dalle partigianerie dei passanti al sorriso sdentato e stolido di Barabba, dai dubbi di Ponzio Pilato alle lacrime di Maria, la galleria di questi personaggi non trova paragoni nella filmografia precedente. Vedere i Barabba, i Pilato di tanti altri film dedicati alla vicenda a paragone con quelli offerti da Gibson strappa un sorriso amaro allo spettatore. Gibson li rende reali tanto quanto la filmografia precedente li aveva resi stereotipi e simbolici. Un bagno quindi nella realtà di un’epoca di cui abbiamo ricordi solo simbolici, resi emotivamente nulli dalla ripetizione del messaggio. In questi termini, l’evangelismo militante di Gibson risulta evidente.

In particolare la scelta dell’uso delle lingue originali è una trovata geniale, che offre una resa davvero eccezionale del clima, delle sfumature e dei distinguo in una realtà a noi tanto lontana. Spero sinceramente faccia scuola e diventi regola nei film ambienti in altri periodi storici, e magari anche nel raffigurare ambienti in cui si parli per ragioni culturali o geografiche lingue diverse dall’inglese.

Tornando al messaggio del film, oltre all’evidente evangelismo militante, trovo interessanti alcune sottolineature che Gibson ha voluto dare. Proprio nel narrare con tanta veridicità questa storia, Gibson pone inevitabilmente lo spettatore di fronte alla domanda. Finché la vita e la passione di Gesù restano favoletta stereotipa e soffusa di nubi di incenso, la propedeutica regna sovrana: si tratta di insegnamento per l’ascoltatore, amen. Ma qui non c’è nessuna retorica, non c’è nessuna simbologia sublimata: ci sono sangue e carne ferita, lacrime e sabbia, e lo spettatore viene scosso tanto nella sua emotività quanto nella sua razionalità vigile. Per cui la domanda giunge inevitabile:

La domanda, aldilà delle meccanica dei giochi e della loro rappresentazione, è questa: perché?

Perché mai il diavolo e Dio sarebbero in ballo sulla sorte di questo particolare individuo? Quale sarebbe la posta in gioco? Perché morendo innocente tra mille sofferenze Gesù segnerebbe un punto a favore di Dio e dell’umanità?

Nella raffigurazione di Gibson i tempi erano talmente empi ed ebbri di violenza e crudeltà che il diavolo poteva tranquillamente passeggiare tra gli uomini come fosse nel suo regno, e occorreva dunque da parte del padreterno una presa di posizione specifica. Gesù dunque arriva a fare da spugna per pulir via il male dall’uomo e raffigurare il perdono ed il monito di Dio in un colpo solo. Nelle facce spaventate dei suoi aguzzini in fuga dopo la sua morte ed il terremoto, il diavolo perde ogni potere e lo vediamo urlare di rabbia mentre viene precipitato nel suo arido inferno.
Ma tutto ciò è, in modo evidente, di importanza soltanto nel gioco delle parti Dio / Satana, perché gli uomini non sono cambiati dalla venuta di Gesù. Tanto che, a distanza di duemila e passa anni, abbiamo le stesse crudeltà, le stesse violenze vive e vegete a punteggiare la nostra permanenza sul pianeta terra. Quale che fosse l’importanza strategica della passione di cristo dunque, essa ha luogo soltanto dal punto di vista dei due sommi giocatori, e non ha esito decisivo per la condizione umana in sé, perlomeno non in termini percettibili all’essere umano stesso.

Gesù e la sua venuta, passione e morte per segnare un punto, insomma, nella partita. Una partita di cui gli uomini, tutti gli uomini, dai crudeli soldati romani rotti alle sofferenze proprie ed altrui al colto e dubbioso Pilato, dal ghignante assassino Barabba agli ispirati discepoli, da Maria madre in lacrime al bilioso Kaifa sarebbero tutti pedine più o meno consapevoli, oggetto del contendere senza nessuno specifico valore aggiunto.

Da buon ateo, questo film mi è piaciuto parecchio. Non so se lo avrei apprezzato altrettanto se fossi stato un credente.

SCHEDA
La passione di Cristo
regia di Mel Gibson, anno 2004.
Personaggi e interpreti:
James Caviezel – Gesù
Maia Morgenstern – Maria
Monica Bellucci – Maria Maddalena
Mattia Sbragia – Kaifa
Hristo Shopov – Ponzio Pilato
Rosalinda Celentano – Satana

La passione di Cristo su IMDB [eng]

02
Set
09

nel cesto

Sono un detenuto. Passo la mia giornata con altri detenuti, noiosa e ripetitiva. Ma ho almeno due segreti. Il primo è che in realtà sono un poliziotto, infiltrato nel carcere per stringere amicizia con un altro detenuto e raccogliere, tramite lui, informazioni su una serie di omicidi. L’altro segreto è che io e il detenuto in questione stiamo per tentare la fuga. La più classica delle faccende. Il topos della fuga: dal vagone della biancheria sporca ad un tubo di cemento, verso la libertà. Ma qualcosa va storto. Ci scoprono e una guardia ci spara dietro. La mia solita sfiga, mi becca, e anche gravemente, penso. Come che sia, sanguino, fa un male boia, il mio compagno di fuga mi trascina fuori, svengo, dissolvenza.

Mi risveglio piuttosto annebbiato. Se c’era del dolore, ora è sopito. Se avevo dei segreti, non me li ricordo più, perché ho perso la memoria. Quel che so è che sono rannicchiato in posizione fetale, completamente nudo, all’interno di un grosso cesto di vimini imbottito di bambagia. Intorno vedo pareti piastrellate, qualcuna sbrecciata, tubi a vista, mobilia in ferro e vetro. Un laboratorio medico forse, piuttosto male in arnese. Ma per me non conta molto tutto questo. La bambagia è intorno al mio corpo, ma anche nella mia mente. Scivolo nel nulla.

Voci. Un uomo e una donna. Non capisco cosa dicono. Apro gli occhi, ancora tutto annebbiato. Nella stanza ci sono due persone in camice bianco. Il dottore ha i capelli bianchi, a ciuffi ribelli, stile Einstein. Occhiali spessi dalla montatura pesante. Occhi che guizzano ovunque, gesticola mentre parla, ma le parole mi arrivano confuse, un borbottio anonimo. La donna ha i capelli biondi, sciolti sul camice. Mi volge le spalle, la curiosità di vederle il volto mi pungola. Ma il sonno rimonta. Lei non si volta, il borbottio è soporifero. Dissolvenza.

Risveglio. Il laboratorio è vuoto. C’è una barella di ferro al centro della sala. Dal basso posso vedere che c’è qualcosa sulla barella. E’ coperto da un lenzuolo. Ne vedo solo un lembo, è macchiato di sangue. Non succede nulla, non ho forza per muovermi, non ne ho nemmeno voglia. Scivolo nel sonno.

Mi sveglio. La donna è in piedi presso il mio cesto. Il volto è di una bellezza fredda, solenne, poco espressiva. Gli occhi azzurri sembrano guardarmi attraverso. Il camice bianco è aperto e scollato sul davanti. Le vedo il solco tra i seni, non porta reggiseno. Le gambe ne escono nude. Sembra non portare nulla, sotto il camice. Non mi parla, ma mi tocca con strumenti medici, di ferro, freddi. Sembra soddisfatta, mi pratica una iniezione. Brucia. Mi addormento guardando la sua bocca. Le labbra carnose tirate senza espressione.

Mi sveglio. Il dottore sta urlando. Sembra essere furioso con la donna. La chiama Anna. Ora so il suo nome. Non capisco quello che il dottore le grida, ma penso sia geloso per qualche motivo. Anna risponde con brevi frasi soffocate, quasi inaudibili. Il tono è piatto, sobrio. Non pare per nulla impressionata dalla sfuriata. Il dottore si placa, si infila in una porta. Anna mi si avvicina, mi trapassa con il suo sguardo indifferente, afferra la barella di ferro e la spinge. Cigolando, sparisce nella stessa porta del dottore. E sono solo.

Mi sveglio. Anna mi cura. Mi fa le iniezioni. Bruciano. Non sorride, non parla, non mi guarda mai davvero. Eppure c’è. Una volta la tocco, le sfioro il polso con le mie dita. Mi regala uno sguardo glaciale, ma soddisfatto. So che le do piacere, non so in che modo. Mi raggomitolo nella bambagia. Mi vuole lì. Sono felice di soddisfarla. Sa che ho paura delle iniezioni. Sa che mi fanno male. A volte, quando mi punge io gemo. E’ una di queste volte che lei sorride. Un sorriso freddo, ovviamente. Ma mi riempie, brucia più forte dell’iniezione. La guardo con gratitudine, e lei ricambia lo sguardo, soddisfatta.

Il dottore urla spesso. E’ geloso di me, ora ne sono certo. Penso che sia perché sono giovane. Perché Anna passa molto tempo presso al cesto, a curarmi e a farmi male. Una volta si è fermata in piedi ed è rimasta immobile troneggiando sul cesto e su di me. Trafitto dai suoi occhi glaciali, rannicchiato in posizione fetale la ho adorata. Ero il suo porcellino d’india. Io sono felice. Non ricordo chi sono, non ricordo che cosa dovrei fare e non me ne importa nulla. Sono felice. L’unica cosa che mi inquieta è la barella di ferro. Il lenzuolo che la ricopre è sempre macchiato di sangue.

Anna non porta nulla sotto il camice. ora lo so, perché lo ha tolto. E’ entrata e si è fermata davanti al cesto. Poi ha fatto scivolare il camice giù dalle spalle, a terra. Mi ha regalato la sua nudità, senza una espressione. Poi è scesa a tormentarmi con le sue cure dolorose. Mi fa sempre male, quando può. Ma lo fa senza rabbia, con clinica precisione. Come una cosa necessaria, indipendente dalla sua volontà. Ma sappiamo entrambi che lo fa perché ne gode. La adoro per questo. E lei si beve questa adorazione con regale indifferenza.

Anna mi cura e mi tortura sempre nuda, quando non c’è il dottore. Quando si spoglia, a volte il suo corpo è macchiato di sangue, e questo mi spaventa. Dopo avermi fatto male spesso si sdraia nel cesto, con me. Mi addormento con il calore del suo corpo sul mio pieno di desiderio, dolorante e appagato. Al risveglio, lei non è mai con me. Dopo alcuni giorni, capisco perché. Lei dorme sulla barella. Aspetta che io stia dormendo poi scivola fuori del cesto. Ho finto, rallentando il respiro. La ho osservata nella luce azzurra che filtra dalla finestra serrata. Si alza e scosta appena il lenzuolo, poi si sdraia sulla barella di ferro, diventando ombra nera nel nero. Ma al mattino, quando mi sveglio, non c’è più. La nebbia si sta diradando nella mia mente. Mi sento ogni giorno più forte e lucido, e anche questo mi spaventa. Potrei cercare di alzarmi se volessi. Ma non voglio. Non voglio sfuggire ad Anna.

Mi sveglio. Anna è sdraiata su di me, nuda. Non è mai successo prima. Non la ho mai potuta osservare così. E’ indifesa, improvvisamente raggiungibile. Mi spaventa. Sorride, nel sonno, e ammicca. Ora la amo, e tutto si frammenta irrimediabilmente: non mi ha fatto iniezioni ieri sera. Tutto è chiaro oggi, niente nebbia nei miei occhi: ricordo improvvisamente ogni cosa. Sono un poliziotto. Sono evaso cercando informazioni su degli omicidi. Se sono finito qui mi ci ha portato il mio compagno di fuga. Sono stato sedato fino alla sera prima. E sono in pericolo. In quel momento entra il dottore. Ci scopre, urla. Dà fuori di matto. Anna si sveglia, si alza, cerca di calmarlo. Ma è nuda, è tesa, la sua voce stenta. Ha perso il suo potere. Cerco di muovermi, ma se la mente è chiara e risponde, il corpo rimane nella bambagia. Vuole le iniezioni, vuole dormire. Ma il dottore è scatenato. Urla, e mentre urla inizia a pisciare in giro, contro le pareti e la mobilia. Anna si riveste nervosamente, valutando l’entità della crisi. Io mi sto sforzando di recuperare il mio corpo, che ancora non risponde. Il dottore ora è vicino alla barella di ferro. Gesticola furiosamente, scaraventa via il lenzuolo macchiato di sangue, che si accuccia in un angolo come un pipistrello morto. Poi entra nella stanza dietro la porta, dove attiva un quadro pieno di strani indicatori. Anna sembra terrorizzata ora, qualcosa si muove sulla barella. Con un tonfo sordo dal bordo di ferro spunta una mano. O una zampa. Ha tre grosse dita che terminano in altrettanti artigli adunchi, e non ha pelle. Solo carne e tessuti umidi e sanguinanti.

Rotolo fuori dal cesto in qualche modo, mi punto sulle ginocchia e spingo contro la parete per alzarmi. Sulla barella c’è un corpo. A parte gli artigli, il resto sembra umano. Senza pelle, però. E ora spasmi scuotono quei muscoli. Gli artigli si chiudono, si riaprono, liquidi corrono nelle venature a vista, i tessuti si irrorano, pulsano. Mi rendo conto in quell’istante che ogni notte, dopo aver lasciato me nel cesto, Anna dormiva sulla barella, sdraiata su quel coso. Penso anche che quegli omicidi su cui dovevo indagare li ha commessi quel mostro. E che il dottore in qualche modo lo controlla, mentre Anna controllava il dottore dormendo con il mostro. L’idea del suo corpo nudo sui tessuti pulsanti del mostro mi affascina, ma non abbastanza da restare lì a vedere il seguito. Superando gli spasmi mi sollevo, zoppico verso la finestra, apro la serranda metallica con fragore. Il mostro si scuote, i tratti del suo volto sembrano coperti da una membrana irrorata di sangue, ma qualcosa si muove dove dovrebbe avere gli occhi, la bocca si apre in un urlo muto.

Il laboratorio è al piano terra. Rotolo fuori della finestra, sul selciato. Corro via zoppicando a scatti, nudo, penosamente conscio della mia vulnerabilità. Mi accorgo di perdere sangue, non so da dove, non ho voce per chiedere aiuto. C’è il sole del pomeriggio, siepi, vialetti di cemento. E sento, so, che il mostro mi sarà presto dietro. Ho paura.

*** ***

E qui, pensate un po’, mi sono svegliato. Romanzeschi avverbi a parte, il sogno è veramente questo. Prima o poi ne farò un racconto (così come l’ho descritto rende l’atmosfera, narrativamente ha troppi buchi). C’è anche un quadro che ho fatto, con Anna che spinge la barella di ferro. Anna ha i capelli rossi nel quadro, omaggio ad una mia amica. ma nel sogno era bionda platino. Le sensazioni, le interpretazioni, le ipotesi e le immagini sono rese al meglio di quanto ricordavo, anche se come tutti avrete provato è praticamente impossibile rendere appieno le esperienze oniriche. Io amo i sogni.

E, sì: ne faccio spesso.

Stefano Re © Gennaio 2005




Stefano Re

Questo Blog raccoglie racconti, riflessioni, illazioni, delazioni e deliri di Stefano Re.

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