07
Ago
09

Un giro in centro

La faccia piegata di lato, camminavo sotto la pioggia insistente. L’acqua colava lungo i capelli, sulle guance, disegnando curiose lacrime grigie. Mi infilai nel sottopassaggio, cominciando a tossire.
Un negro mi tirò per un braccio.
– Moneta, signore. Hai qualche moneta?
la cicatrice gli tagliava in due un labbro, gli occhi erano spenti dalla droga. Puzzava di sudore ed immondizia. Mi liberai con uno strattone e tirai dritto, inseguito dagli insulti del nero. Indossavo un cappotto color cammello, troppo vistoso.
Imboccai la scala mobile che mi portò nel ventre della terra.
Per fortuna la banchina era deserta. Mi sedetti e guardai l’orologio appeso sopra i binari. Le cinque e mezza. Troppo tardi per trovare un drugstore aperto, troppo presto per rimediare una prostituta. Tossii, mi accesi una sigaretta e mi lasciai andare con la schiena contro il muro di cemento, rovesciando indietro la testa. Le gocce d’acqua presero a scorrere dai capelli lungo la nuca rasata, e poi giù fin dentro il colletto della camicia. Fredde, verso la schiena.
“Perché?” mi chiesi, per la milionesima volta, con la stessa intensità, la stessa paura, la stessa disperazione di sempre.
“PERCHÉ?” urlai alle caverne piene di tenebra e vuoto che si allungavano davanti a me a destra e a sinistra, infilandosi nelle budella malate e sporche di quel mostro in agonia che era la città. Ed il mio urlo si perse in mille echi distorti, che sembravano tornare indietro più forti e beffardi, a ridere della mia rabbia.
Dal fondo delle budella giunse in risposta il fischio prolungato del Verme d’acciaio. In un attimo giunse, frenando tra fischi e sbuffi, ansioso già di ripartire e non ancora fermo, conscio di dover correre in eterno nel ventre d’acciaio e piombo fuso della terra.
Le porte si aprirono con un ronzare sommesso, e nessuno scese dal convoglio. Entrai in un vagone vuoto, com’era buona norma in quei giorni. Mentre il ritmo del cicalino avvertiva l’imminenza dell’avvio, mi sistemai su un sedile di plastica arancione. Qualcuno aveva scritto a pennarello il suo odio per il mondo. Tra gli insulti c’erano anche disegni esplicativi. Un suono squillante annunciò la chiusura delle porte, distraendomi.
Mentre il treno ripartiva con il suo fischio di vittoria mi accorsi di non essere solo. Rannicchiato in un angolo, dietro l’ultimo dei sedili della fila, un ragazzo tossiva contorcendosi. Doveva essere all’ultimo stadio. Non c’era niente che si potesse fare, per aiutarlo. Sempre che qualcuno volesse farlo.
Lo osservai. Un mese prima avrei almeno cambiato vagone alla prima fermata. Un mese prima Marta era ancora viva.
Fuori dai vetri travi metalliche scorrevano con un pulsare ritmico, così simile alla musica che davano alla radio tutta la notte. Seguii il ritmo. Il ragazzo tossiva fuori tempo. Il treno urlava nelle gallerie, sbuffava frenando alle stazioni, fischiava partendo. Continuava la sua folle corsa.
Nel suo angolo il ragazzo aveva smesso di agitarsi. Cercai di non guardarlo, ma gli occhi vi tornarono comunque. Aveva capelli lunghi e neri, sciolti sulle spalle strette.
Non potei non pensare a Marta.
Il treno fischiò il suo furore metallico per fermarsi, aprì le porte con uno scatto ed uno sbuffo, quasi a volermi cacciare.
Scesi tra le nuvole di polvere. Sulla banchina stavano ammucchiati rifiuti di ogni genere. Un vecchio barbone rovistava nei mucchi più grossi. Qua e là, addossati alle pareti sporche come per fuggire alla marea di rifiuti, gruppi di ragazzi con i capelli variopinti armeggiavano con le siringhe.
Superai la banchina e raggiunsi le scale. Quelle mobili non funzionavano più da alcuni mesi, ma nessuno aveva evidentemente protestato. Non aveva più voglia nessuno di protestare. Era più facile mettersi a sparare, in quei giorni.
Raggiunsi il cancello dell’uscita est. Un corpo riverso al suolo aspettava le Squadre di Pulizia per finire nell’inceneritore più vicino dopo un breve tragitto nel cellulare. Superai la prima rampa di scale mentre il treno ripartiva. Le sue lamiere vibrarono in una risata crudele alle mie spalle, portandosi via il ragazzo morente ed il ricordo di Marta. Dei suoi capelli neri, sciolti sulle spalle, mente si stringeva nel giubbotto di pelle nera rabbrividendo per la febbre, scossa dalla tosse e dai sussulti in un letto sfatto.
In cima alle scale c’era la barriera. Spinsi il cancelletto con un ginocchio. I cardini fecero CLANG CLANG richiudendosi dietro di me. Dentro l’edicola il gestore mi guardò torvo dall’occhio di plastica della sua antigas e storse il naso tossendo come se volesse sputare fuori i polmoni. Diedi un’occhiata distratta alle pubblicazioni erotiche, e valutai un paio di riviste sadomaso. Poi lasciai perdere e raggiunsi la rampa di uscita. Il vento mi investì fischiando nelle gallerie. Alzai il colletto e mi strinsi nel cappotto, salendo i gradini ingombri di rifiuti. Dall’altro delle scale sbucò un ragazzo, mi evitò con un salto, passò oltre in una corsa precipitosa. Un attimo dopo due poliziotti gli sfrecciarono dietro chiusi nei loro caschi lucidi con le visiere abbassate ed i manganelli in pugno. Il corteo sparì alla vista dietro un angolo tappezzato di manifesti pubblicitari sbiaditi. Diedi in un paio di colpi di tosse, poi uscii sotto la pioggia incessante, che macchiava il cappotto color cammello.

Mi infilai in galleria. Dalle pareti di pietra un manifesto abusivo chiedeva: NE VALE ANCORA LA PENA? Era scritto a caratteri cubitali e firmato Oblio e Nirvana. Una specie di gruppo religioso che predicava il suicidio collettivo. Andava molto di moda, tra i giovanissimi.
Allungai il passo. Nessuno aveva ancora riparato le vetrine sfondate durante gli scontri tra i poliziotti e i Gruppi Rivoluzionari dei Centri Sociali Autonomi. Quando vidi del movimento di polizia proveniente da Piazza della Scala temetti che fosse l’inizio di un’altra battaglia. Quello che mi dava più fastidio non era l’idea di restarci ucciso, quanto la possibilità di finire sotto il massaggio di quei manganelli che avevo usato anche io per tanti anni.
Ma era solo una scorta. Qualche pezzo grosso veniva a cenare da Biffi. Intravidi uno smoking tra le giubbe nere, e mi parve di riconoscere un noto presentatore di quegli spettacoli serali che fino a poco tempo prima trasmettevano anche dai megaschermi messi in giro sopra i palazzi della città. Poi era iniziata la contestazione degli universitari ed il Lancio dei sassi, e i megaschermi erano rimasti scheletri ciechi sotto la pioggia grigia. Osservai i pezzi grossi accalcarsi nella sala di decompressione e sfilare le maschere antiG ultimo modello. Li guardai porgerle al maggiordomo in livrea come lustri addietro avrebbero porto una tuba. I gesti erano studiati, eleganti.
Un poliziotto mi toccò un braccio con lo sfollagente, facendomi cenno di circolare. Dopo il linciaggio del giovane Berlusconi era pericoloso anche solo stare a guardarla certa gente. Fortunatamente non mi chiese i documenti. Non ero più in regola da tre anni con i bolli di cittadinanza italiana, me ne ero sempre fregato finché portavo il distintivo nella tasca interna della giacca. Ma adesso le cose sarebbero state diverse. Non erano tempi in cui certe faccende si sistemavano con verbali o denunce, quelli.
Camminai fino da Burghy e mi accodai per mangiare un Cheesburgher. La fila arrivava fin oltre le verandine davanti al locale. Modelle divoravano sensualmente panini rigonfi dagli schermi sulle pareti. Era scoppiato da poco lo scandalo per quel tipo di carne sintetica che utilizzavano, ma a me era sempre piaciuta, e certe abitudini non bastavano i giornalisti a fartele passare. La coda avanzava lentamente. Dopo cinque minuti arrivai oltre le porte e vetri. Nel locale c’era puzza di candeggina. Dovevano aver appena lavato i pavimenti. Una ragazzina di dodici, tredici anni mi passò di lato con il vassoio in grembo. L’odore dell’olio fritto mi colpì come un pugno.
Dal fondo del locale si alzarono delle grida, un trambusto crescente. Due ragazzi si cominciarono a spintonare insultandosi. Volarono i primi pugni, mentre i loro amici si alzavano per intervenire. I buttafuori comparvero come per incanto dalle porte nelle pareti. Volarono sui litiganti nei loro ampli camicioni verdi con la scritta BURGHY SECURITY sulla schiena ed i corti manganelli in pugno, menando colpi violenti sulle teste come se piovesse. Una delle teste si aprì in due come un melone maturo, macchiando il pavimento appena lavato. Il tipo in coda davanti a me si piegò e cominciò a vomitare, ed io girai sui tacchi ed uscii. Mi era passato l’appetito.

L’accesso di tosse mi colse impreparato. Mi piegai su me stesso, mezzo soffocato, e per un attimo pensai davvero di essere agli sgoccioli. Lo pensarono anche due teppistelli sui vent’anni, a giudicare da come stavano lì a guardarmi ridacchiando, sfregandosi le mani ansiosi di piantarmi gli stivali nelle costole e frugarmi nelle tasche non appena fossi caduto a terra.
Forse fu quel pensiero, l’idea di finire così, sotto le scarpe di due sciacalli qualunque, a darmi forza. Comunque mi ripresi, e barcollando incerto mi allontanai, costringendo l’aria ad infilarsi nei polmoni e poi ad uscirne, le gambe che ad ogni passo si facevano meno pesanti, più manovrabili. Uscii dalla galleria, gettandomi solo uno sguardo alle spalle per controllare se i due stronzi mi stavano dietro, ma quelli erano rimasti laggiù davanti a Burghy a ridacchiare.
Passando davanti a Luini trovai la strada bloccata dalla folla di extracomunitari che facevano ressa per accaparrarsi uno o due panzerotti per cena. Mentre giravo attorno alla calca di umanità disperata la vidi. Un fiume di capelli neri e viola, lunghi sulle spalle assurdamente nude sotto una specie di maglietta nera fata a rete, da cui sbucavano i capezzoli rigidi per il freddo. Gonna di pelle nera, stretta e lucida; alti stivali neri, con i tacchi a spillo sotto.
Fuori orario, pensai, mentre sentivo il serpente ingrossassi nei pantaloni. Premeva contro il cotone dei boxer, alzandomi i pantaloni di flanella.
Forse non era una così brutta giornata, dopotutto. No, forse non così schifosa.

Mi chiese un prezzo esorbitante, ma non avevo problemi da quel lato. Se non si lascia trascinare troppo dai suoi vizi, un poliziotto riesce a mettersi via un discreto gruzzolo, in dieci anni di servizio.
Mi fece entrare da una porticina di legno fatta per gli gnomi. Dava in una saletta piccola e male illuminata dal soffitto altissimo, con le pareti di mattoni qua e la macchiate di intonaco. Due o tre poster pornografici appesi alle pareti, molto in alto, vicino al soffitto. L’arredamento era costituito da una specie di ampio divano triangolare, foderato di stoffa scura, largo almeno tre piazze, sistemato proprio al centro della stanza. Le federe sembravano macchiate, gli angoli un po’ lisi, ma non c’era cattivo odore nell’aria. E poi lì dentro non pioveva.
“Spogliati.” Mi disse, restando in piedi, a gambe larghe.
“Tu no” dissi io, lasciando cadere sul divano il cappotto.
“Non subito, almeno.”
Mi sorrise. Aveva una bella bocca.

Ne valse la pena. Ci sapeva fare in certi giochi, e poi era veramente brava a fingere. Forse ci provava gusto sul serio. La cosa non cambiava di molto, per me. Mi fornì anche un paio di pillole niente male, dopo, naturalmente con un extra alla tariffa.
Prima che uscissi dalla porta per gnomi mi rivolse un sorriso. Anche quello mi sembrò sincero. Ripensandoci mi corressi. Complice, non sincero. Forse andava anche meglio.
Aveva smesso di piovere, e per le strade si era alzata una nebbiolina evanescente. Gli orologi appesi ai muri informavano che era già sera tardi. Quasi notte. Ma differenze non se ce ne erano poi troppe. Il cielo era sempre dello stesso colore grigio opaco, i lampioni non si spegnevano mai. Però aveva smesso di piovere. Questo era bello, dopo sette giorni consecutivi. Man mano che l’effetto delle pillole svaniva sentivo la febbre pulsare nelle tempie sempre più forte. Via Montenapoleone mi appariva tutta sfocata, e non capivo se era colpa delle pillole, della nebbia o della febbre. Continuai a camminare lungo le strade affollate. Sotto i portici anime disperse di tutto il mondo sembravano essersi radunati per morire insieme. Il popolo delle tenebre. Mentre tossivo mi sembrava di sentire qualcuno chiamarmi da lontano. Mi voltai ma non riuscii a riconoscere nessuno nella folla che mi circondava. Sentii improvvisamente le ginocchia vacillare, misi avanti una gamba e finii lungo disteso in avanti, sulle mani. Sotto le dita l’asfalto umido e sporco. Attorno a me, una foresta di scarpe e stivali passava ignorandomi. Lottai contro la nebbia nella mia testa e mi rialzai stentatamente. L’aria sibilava faticosamente dentro e fuori i polmoni. Percorsi barcollando ancora una decina di metri, cercai di correre, poi il mondo ruotò attorno a me di 180 gradi, ed il terreno mi colpì con violenza sotto lo zigomo destro.
Sotto la guancia era freddo il cemento. Sentivo le tenebre avanzare impetuose, e me ne restai lì immobile a terra, mentre la gente creava un’isola attorno a me, badando di passare il più lontano possibile dal mio corpo infetto, mentre io aspettavo la fine.
Ma non arrivava. C’era ancora qualcosa da fare, forse. Da qualche parte trovai la forza di girare la testa, quasi incantato dal suono di un ricordo lontano, amichevole. Alzai gli occhi velati dalla febbre per guardare verso il cielo. Le guglie svettavano sopra l’imponente facciata. Lassù, tra le vette puntate contro il cielo plumbeo spiccava baluginante una macchia dorata. Mi sforzai di metterla a fuoco, ed era incredibilmente pulita e splendente, quella donna coronata d’oro. Brillava.
Guardando meglio, la vidi scuotersi, sussultare e piegarsi a tossire sangue sulla città in agonia.
Poi la nebbia la ricoprì, chiudendomi gli occhi.

Stefano Re © 1990
dalla raccolta A&M


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Stefano Re

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