Archivio per 7 agosto 2009

07
Ago
09

La musica di South Beach

Voci e ricordi di Miami a 10 anni dalla morte di Versace
di Stefano Re

Quante probabilità ci sono che un proiettile attraversi la testa di una persona e colpisca in volo un piccione? Fa un caldo soffocante a Miami. Il vento è lieve ma costante, porta odori di un oceano che non conosco affatto. Mi domando se sta arrivando un qualche cugino di Katrina.

Miami mi circonda sonnolenta e inquieta. Ho tante domande da fare, ma ci siamo appena conosciuti, sarebbe un errore forzare i tempi: aspetto immobile la sua confidenza. Dovrò osservare, e ascoltare: avrò bisogno di testimoni.  Sono qui per raccontare una storia.

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Versace era un uomo, ma non era solo un uomo. Lorenzo De Versace, o anche il Medici degli anni ’90. Il guru del Glamour, il primo stilista di moda post-freudiano. Tutti immaginano, a ragione, che diventare un mito sia un’esperienza inebriante. Pochi sanno quanto spesso diventi un’esperienza annichilente. La fama snatura le persone più deboli, le rende patetici burattini tenuti insieme dal fil di ferro delle parole scritte o dette su di loro, dagli intrighi di chi sfrutta la loro visibilità o vendibilità. Ma non si tratta solo di esteriorità: il mito divora l’uomo, l’immagine negli occhi affamati di chi guarda – e invidia persino mentre ammira, consuma l’anima dell’attore e lo plasma, lo trasforma in un’ombra di se stesso. Guardando il mare di Miami mi domando: è accaduto anche a lui?

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Di Versace so quel che sappiamo tutti: un uomo brillante, determinato, capace di sfidare il confine tra ciò che è accettato e ciò che non lo è. Tra il sacro e il profano, tra l’antico e il moderno. Lo ha fatto negli anni ‘80, con sadomaso girl, una collezione che aggrediva il tabù dell’immagine proibita, trasfigurava quegli stivali e quei frustini consacrati all’inconscio collettivo dalle pagine di Sacher Masoch e del Divin Marchese, trascinandoli a forza fuori dalle mura scrostate e umide di un bordello e dei sogni proibiti dell’uomo medio, per esporli in passerella trasfigurati, rinnovati e resi dolci allo sguardo. Lo ha fatto fondendo eleganza e sportività nel vestire, giocando sul femminile nel maschile e sul maschile nel femminile. Lo ha fatto vivendo in case rinascimentali affollate di quadri di Picasso e spostandosi in Concorde, scivolando nel tempo che arredava attorno alla sua vita con la stessa scioltezza con cui scivolava sui tessuti in cerca della piega corretta, della cucitura perfetta. Lo ha fatto riassumendo in sé le contraddizioni di un’era.

Non sono parole mie, lo ha detto proprio lui: “Sono la sintesi della mia epoca.”

Insomma, un mito. Il mito tutto italiano dello stilista di moda, trasgressivo e audace, raffinato e provocatorio. Un mito che è uscito dai suoi confini per diventare globale, tanto simbolicamente quanto concretamente. Da Reggio Calabria, lasciando gli studi e sfidando l’ira paterna arriva a Milano, e di lì Parigi, Mosca, Bruxelles. E naturalmente, America. Il sogno italiano attraversa il pianeta, e lo colora di sé.

Ma tutto questo lo sapevate già. Io ora devo conoscerlo. Per raccontare la sua morte, devo conoscere la sua vita. Sono stufo di leggere cosa altri hanno detto di lui, vado a incontrarlo faccia a faccia. Guardo a lungo le foto. L’obbiettivo di Avedon lo ha ritratto come un dio greco. Osservo i filmati, voglio vedere come si muove. Sul monitor a cristalli esce dalle quinte, è sulla passerella. Ecco, passa un braccio attorno alle spalle di una modella. Cerco il movimento studiato, l’ebbrezza e il nudo compiacimento, ma non li trovo nei suoi gesti o nei suoi occhi. Si muove cauto, mantiene stabile il suo centro mentre calca la scena. Non c’è fil di ferro a tenerlo in piedi: è rimasto un uomo. Il fermo immagine non lo coglie, ma il movimento sì: nello sguardo il lampo di forza di chi vede oltre, e quel sorriso insieme compiaciuto e mesto di chi si è realizzato e sa quanto costa, quanto peso porta con sé. Non è modesto, il suo sguardo, ma non è arrogante: è diretto e pacato insieme. Mostra la forza di una vita in prima linea, senza troppi sconti, e delle cicatrici che comporta. Il braccio sulle spalle della modella, guarda oltre la gente, oltre i flash. Guarda se stesso, per questo sorride. Lo osservo e capisco: quest’uomo raccontava, perché aveva sé stesso da raccontare. Non stava sotto i riflettori per farsi raccontare dagli altri. Nessun fil di ferro a tirargli il sorriso: Versace stava in piedi da solo, nonostante la fama, nonostante l’appetito del mondo.

Spengo il monitor, guardo giù dalla finestra. Sulla strada dei bambini giocano con pistole finte. Bang bang, sei morto. Gli occhi voraci del mondo dovranno accontentarsi di divorare cibo a buon mercato.

Dovranno accontentarsi di Cunanan.

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Cunanan. Serial killer, o Spree Killer per i tecnici. Un individuo vuoto come un buco nero, che cercava il riflettore per riempirsi e sentirsi vivo. È l’associazione mentale a portarmi a capire: il cibo andato a male fa fare brutti sogni: Cunanan è il prototipo del sogno americano gone berserk, della rincorsa al successo come risposta esistenziale compulsiva. L’affermazione a tutti i costi che diventa patologia, disperazione e infine violenza. Il sogno si corrompe, diventa incubo. È l’incubo americano a uccidere il sogno italiano. È un buco nero senza fondo, un panino di McDonald andato a male nella sua carta oleosa a puntare la pistola contro l’uomo talmente pieno di vita ed energia da restare fedele a se stesso persino all’apice della fama. Miami ha visto la tragedia di questo incontro, quindi Miami ne deve portare il ricordo nel suo ventre. Ascolto ancora il vento, mi sforzo di farmi sottile per sentire cos’ha da raccontarmi. Ma non sono uno sciamano: se voglio sentire qualcosa, devo uscire da questo albergo, in caccia di testimoni.

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Miami ha le sue zone. North Miami costa meno. In centro, a  Downtown c’erano gli homeless, i barboni. Li hanno cancellati per decreto, ora ci sono uffici e banche, grattacieli e alberghi per manager. Le Islands: Star, Ibiscus e Palm, è dove comprano casa i divi. Cinema, sport, televisione, lo star system costruisce ville barricate contro i paparazzi. Poi ci sono le spiagge. Versace aveva casa a South Beach, sulla Ocean Drive, il lungomare dove tutti, importanti e sconosciuti, passeggiano sperando nel vento oceanico per alleviare il caldo soffocante. Ancora una contraddizione: Versace voleva stare tranquillo, ma prende casa nel punto piu’ vivo di Miami. Ed è lì che muore.

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Quando si è sparsa la notizia, la città tutto attorno è rimasta attonita a guardare. La televisione ci racconta il suo cambiamento, disegna lo spartiacque. Negli anni ‘80 Miami Vice mostrava volonterosi poliziotti in maniche corte capaci di fermare i narcotrafficanti più con la buona volontà che con le pistole. L’omicidio di Versace ha concluso quell’epoca: oggi impazza CSI Miami: la celebrazione della tecnologia per sfuggire all’insicurezza, alla sfida di un crimine incomprensibile, incontrollabile, al veleno delle zanne del sogno americano che diventa l’incubo americano. Sparando a Versace, Cunanan ha mostrato che nessuno è salvo, che non serve alcun motivo per uccidere, che nessun sogno è al sicuro. Ipotesi: l’omicidio di Versace è stato l’11 settembre di Miami?

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È stato una bomba, nella città. Erano tutti scioccati, dice il tassista. Sembra appassionato, azzardo qualche domanda in più: e’ cambiato qualcosa, dopo? “Beh, certo. Molta più sicurezza”. La gente aveva paura? “E di che cosa? Quel tipo, Cunanan, lo hanno arrestato no? Sono sicuro che e’ ancora in prigione”. Forse dovrei ricordargli che Cunanan è morto. Meglio lasciar perdere.

Ocean Drive: il caldo è un abito attillato. Palme nella striscia di parco tra la strada e le spiagge. Non si vede il mare dalla strada: collinette di sabbia di quattro metri fanno barricata. L’oceano non è addomesticato come il Mediterraneo, va tenuto a bada. Molta gente lungo la camminata, bar, ristoranti, una musica nota. La polizia sconsiglia di andare sulle spiagge la notte. Brandon, 37 anni, l’ha fatto ed è stato pestato e rapinato da quattro ispanici. Gli hanno rotto le gambe per 40 dollari. Del resto, se hanno sparato a Versace.

Barbara arredava interni. È arrivata a Miami diversi anni fa, ha chiesto consiglio ad un avvocato per il suo visto in scadenza e non ha più lasciato la città. Mi racconta di una visita a Casuarina, dopo Cunanan, prima della vendita e riconversione. Mi parla di un sapore di acienda, contrasti ricondotti alla linea con grazia. Immensi mosaici a colorare le pareti dei bagni, saune romane per novelli imperatori. Una casa fuori del tempo di Miami, mi dice. In che tempo esisterebbe, secondo te? Ci deve riflettere qualche secondo sopra: “Non puoi dargli un’epoca. Ha uno stile troppo eclettico”. Ma un trait d’union tra i diversi stili di quella casa? Lui, Versace. La sua vita. “C’era un maggiordomo a farmi visitare la casa. Mi raccontò di Gianni che restava alla finestra, per ore, a guardare le persone che caminavano lungo la passegiata a mare, fuori dai vetri”. Così esposto, così riservato. Lui era il trait d’union del caos di epoche della sua casa.

Sto inseguendo un fantasma. Mi siedo sui gradini, passo le dita sulla pietra ancora tiepida di sole. L’occhio da criminologo cerca un’ombra delle macchie, segue le fessure per un frammento di sangue secco. Neppure il DNA sarebbe riconoscibile dopo dieci anni, e a trovarlo, non ci direbbe niente di più di quanto già sappiamo. Non c’è niente qui, la pista è fredda. Su questi gradini Versace è stato ucciso, ma non c’è traccia di lui: le sue orme le ha lasciate altrove, e io sono qui per trovarle. Gli uomini più piccoli lasciano le loro tracce nell’asfalto o nella sabbia, gli uomini più grandi le affidano agli occhi, al cuore e all’animo degli altri uomini. Abbandono la scena del crimine, la morte non ha niente da raccontarmi su Versace. Devo cercare la vita.

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Al Palace Bar, Randy mi racconta che Miami è cambiata. Tutto è cambiato. Era necessario, succede dovunque: all’inizio è un posto dove si crea una atmosfera speciale, poi tutto diventa commercio, tutto vuoto, senz’anima. Ha conosciuto Versace, di vista. Tutti potevano conoscere tutti allora: ok, lui era Versace, ma non lo faceva pesare a nessuno, e nessuno lo trattava in modo diverso. “Un pomeriggio abbiamo giocato insieme a volley in spiaggia. Credo stesse bene qui per questo, poteva essere una persona qualsiasi. Dopo che è stato ucciso, tutto è andato in malora molto velocemente. Folle di turisti morbosi, giornalisti in cerca di scoop, e poi un commercio sempre piu’ spietato, stereotipato”. L’anima di South Beach è svanita con Versace.

Parlo con Thymoty e Richard. “Versace ha fatto molto per Miami, e per South Beach. Promuoveva la moda, gli eventi, finanziava fondazioni e associazioni. Poi era una fonte di ispirazione, di stile. Una persona regolare, tranquilla. Era molto generoso, e non ostentava per niente la sua ricchezza. Quando la notizia si è diffusa, ho visto persone scoppiare a piangere per la strada. Gli volevamo bene, lo sentivamo uno di noi, e in un certo senso ci faceva sentire uniti. La cosa assurda è che dovunque andasse nel mondo era sempre accompagnato da guardie del corpo. Solo qui non teneva nessuno a distanza: voleva sentirsi normale, e lo era. Per questo quel matto ha potuto avvicinarsi così tanto”. E dopo? Che cosa e’ cambiato, dopo? I turisti: fanno la fila, per fotografarsi davanti alle scale di casa sua.

Qui, e’ successo qui.

Li ho visti anche io. Due gruppetti, niente fila, erano le nove di sera. Foto sugli scalini, davanti alle inferriate. Il cancello doveva essere aperto. Uno dei ragazzi è entrato, sporgeva la testa tra i battenti, faceva le boccacce alla telecamera.

Una infamia. Hanno reso la sua morte uno show. Turisti in fila, c’era chi veniva qui solo per farsi vedere dai fotografi. Il barista del Palace scuote la testa: “Era diventato un circo insopportabile. Mi ero messo un cartello al collo, con su scritto no comment”. E di Versace, che cosa ricorda? “Un uomo gentile, passava ogni tanto a prendere un drink. Non si faceva notare”.

Non e’ stato il proiettile, mi spiega Thimoty. Il piccione, non lo ha ucciso il proiettile. Sono state le schegge dei gradini. Il proiettile ha colpito i gradini, e le schegge hanno ucciso quel piccione. Niente pallottole magiche per Versace, quelle son riservate a JFK. Neppure un proiettile originale, atipico. Soltanto le schegge dei gradini, e un piccione che ha scelto il giorno sbagliato per farsi un giro alla Casuarina. Il piccione c’è rimasto, la poesia è volata via.

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Tony Magaldi è il proprietario del News Cafè. Ogni mattina, Versace passava da lui a comprare quotidiani e riviste. Sorride stancamente alle mie domande: sono dieci anni che gliele fanno. “Era una persona tranquilla, sobria e riservata”. Ci metto un po’ a rompere il ghiaccio, alla fine si scioglie. “Non è una cosa carina da dire, lo so, ma Versace ha fatto di più con la sua morte che con la sua vita per South Beach”. Finché era vivo, c’erano feste e artisti, ma nessuno ne sapeva niente. Dopo la sua morte tutti i media del mondo sembrano essersi accorti di South Beach. Tutti ne hanno parlato, e tutti hanno voluto venire a vedere questa strada, questo pezzo di Miami. Gli alberghi sono sorti come funghi, e così i club, i ristoranti.

Rosario Corrao, Chef, da Napoli al Pelican, South Beach, Miami. Cucina bistecche, insalate e paste da favola, adora Miami e non ha mai conosciuto Versace. “Sono arrivato dopo. In America è così: succede un problema, bum, è storia. Certo, resta il ricordo, ma è storia. Qui guardano al futuro”. Emanuele mi racconta di una vecchia. Lei viveva sulle barche, dieci anni fa. Mentre aspettavano di venderle, le affittavano per una inezia. Oggi ti sveneresti per vivere alla Marina. Le parole della vecchia: “Ne ho visti salire di grattacieli. Qui c’erano tre ristoranti in tutto, due alberghi, il porto. South Beach era fatta di pescatori”.

Pescatori e celebrità in incognito, a quanto pare. Ma io voglio tornare su Versace: insomma, una impronta, un ricordo, non c’è? Nel mondo gay, secondo Emanuele. “Loro lo ricordano molto, rappresentava il loro gruppo”. Ma vestiva donne, Versace, gli ricordo. Donne mascoline, dice Emanuele. “Insomma, abiti per uomini che volessero sentirsi donne”. Il mondo gay. Strano, a me Versace appare eclettico, senza limiti, senza tribù.

Paolo ha un quadro molto chiaro di South Beach. “Nei ‘90 era in fermento: modelle e fotografi selvaggi, traffici di droga e rifugiati cubani, artisti e naturalmente Versace. La sua morte è stata la perdita dell’innocenza di questo eden in gestazione. Versace ha avviato un processo che era stile, moda, glam: avviando la sua Casuarina  sulla Ocean ha dato un’impronta unica a South Beach. È stata la sua vita a farlo, non la sua morte. Eppure ormai tutti ricordano la sua morte, nessuno la sua vita. Qui poteva essere Porto Cervo, ed è diventata Ibiza. Dopo la sua morte, e anche di più dopo l’11 settembre, il turismo europeo è diminuito. Per reggere, alberghi e club hanno abbassato molto il livello della loro clientela”.

George, barista, è sintentico: prima di Versace la moda era un colore, due colori. Lui ha portato un arcobaleno.

Khalil porta il taxi sulle rampe di Miami da 12 anni. “Versace ha portato la moda, la bella gente. Senza di lui, South Beach non esisteva proprio. Penso non si possa vivere a Miami e non ricordare chi era Versace, che cosa ha significato”. Mettiamo alla prova l’opinione di Emanuele: sei gay, Kahlil? “No no, io sono sposato, con una italiana. Ma non ricordo Versace come un gay, lo ricordo come un protagonista, un benefattore di questa città. Non c’erano case sulla Ocean Drive, lui ci ha messo quella sua, bellissima. Ha illuminato South Beach, ha portato stile e qualità. È stato un peccato che l’abbiano venduta, dopo la sua morte. Versace ha ancora oggi il suo peso, il suo valore. Verrà ricordato per sempre”.

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Lo ricordano i gay, per ragioni tribali. E lo ricordano coloro che lo hanno conosciuto, che hanno vissuto una Miami pescatora e sobria, stravagante ma dotata di una sua anima. La popolazione della Miami del nuovo millennio non sembra avere granché bisogno di Versace, o del suo ricordo. Giusto i turisti del macabro, le foto di cattivo gusto sulla scalinata dove e’ caduto.

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He’s still around, at times. Mi guardo attorno un po’ dubbioso. C’è gente che continua a vedere Elvis, dopotutto. Eppure, eppure. Se non ha potuto ucciderlo la fame negli occhi del mondo intero, può esserci davvero riuscito un proiettile?

Miami mi si è fatta appresso, mi ha sussurrato nell’orecchio la sua musica. Ed eccolo, infine, Versace. Cammina con me lungo la Ocean che ha amato, quieto, invisibile ai più come ha voluto esserlo qui da vivo.

Ora posso salutarlo, e tornarmene in Italia.

Imparo a salutare il mito.

Vanity Fair, 2007

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07
Ago
09

A proposito di mucche pazze

1 caso su un milione
è l’incidenza di rischio stimata nel 1994 per il morbo denominato malattia di Creutzfeld-Jacob, più noto come “morbo della mucca pazza”. Nel 1994 negli Stati Uniti ci contavano 103 casi di epatite A su un milione (1). L’epatite C colpisce circa 200 milioni di persone nel mondo, di cui 4 milioni negli Usa e un milione e mezzo in Italia (3), provocando solo in Italia circa 10mila decessi all’anno (4). Eppure mentre la “mucca pazza” ha provocato polemiche internazionali e condotto milioni di persone a cambiare le proprie abitudini domestiche per un quinquennio, il rischio epatite non suscita alcuna pubblica ansietà. Una mucca che traballa come ubriaca è un messaggio visivo di grande impatto, che ha tenuto banco per mesi e mesi, offrendoci uno spauracchio da paventare ed una occasione di riconoscerci competenti nelle scelte di consumo. Il miraggio della sicurezza: sono i media a decidere di che cosa dobbiamo avere paura, in base alla appetibilità di un nome o alla disponibilità di immagini efficaci da mostrare in televisione. Oggi è il turno dell’aviaria, con buona pace dell’epatite. Vale anche per i virus: se non fai notizia, non esisti.

(1) Geriatrix Review Syllabus – a core curriculum in geriatric medicine, John C. Beck, Ed Masson, 1994
(2) Advisory Committee on Immunization Practices (ACIP). Protection against viral hepatitis. MMWR 1990;39:1-26.
(3) ANSA 14 MAR 2005
(4) Ivan Gardini, Presidente Associazione EpaC Onlus

Repubblica, settembre 2005

07
Ago
09

L’amore è un mostro orrendo

Come faccio a descriverlo? Come faccio a spiegare com’è orribile – orribile. Come brucia dentro e divora la tua anima restare lì a vederla che piange, in piedi sulla porta della stanza con le mani in grembo e la voce rotta e sapere sentire sapere che tutto quello che desidera, tutto quello che spera, tutto quello di cui ha bisogno è che mi alzi, la abbracci, la consoli, le dica che la amo, che tutto andrà bene, che tutto andrà bene.
E invece restare lì, remoto come un sasso in una spiaggia, freddo come uno scheletro di ferro arrugginito. Come faccio a restare lì immobile con la faccia di pietra mentre lei piange e piange. Come faccio a restare lì mentre lei esce ripetendo che sono orrendo orrendo e piange e ha bisogno di me. Come faccio a starmene fermo lì sapendo che ciò che lei desidera è ciò che io desidero, che voglio correre a abbracciarla consolarla dirle che la amo e che tutto andrà bene perché cessi tutto questo dolore stupido e inutile.
Ma non mi muovo, non mi muovo perché so che non andrà tutto bene, perché so che le ferite che le asciugherei ora e laverei e coprirei domani si riapriranno, come si sono riaperte ieri, e ieri l’altro e un mese fa. Perché so che ogni volta è peggio, che ogni volta si fanno più profonde dolorose e promettono cicatrici più profonde e dolorose. Perché so che ogni volta scivolo più a fondo nel mio rancore e nella trappola di sentirmi più in colpa e più furioso con me stesso.
E resto immobile e freddo e remoto mentre la sento singhiozzare nell’altra stanza e mi lacero dentro per la voglia di correre da lei.
Come faccio a spiegare quanto brucia dentro tutto questo quando lei è una donna stupenda che merita solo di essere amata? Quando sei ammazzato dal desiderio di sforzarti di essere qualcun altro, qualcuno che può stare bene con lei e farla felice ed essere felice? Quando hai 35 anni e sai che non avrai più la forza di amare nessuno? Quanto brucia e divora dentro sapere che ti stai inaridendo come un cactus e che non puoi farci niente altro che rendere tutto più doloroso ancora?
Ma lo devo fare, lo devo dire perché la piantino una buona volta di raccontare che l’amore è bello, che l’amore è dolce e promessa e profonda comunione e tanta gioia.

L’amore è un mostro orrendo.

Stefano Re © Aprile 2005

07
Ago
09

Un giro in centro

La faccia piegata di lato, camminavo sotto la pioggia insistente. L’acqua colava lungo i capelli, sulle guance, disegnando curiose lacrime grigie. Mi infilai nel sottopassaggio, cominciando a tossire.
Un negro mi tirò per un braccio.
– Moneta, signore. Hai qualche moneta?
la cicatrice gli tagliava in due un labbro, gli occhi erano spenti dalla droga. Puzzava di sudore ed immondizia. Mi liberai con uno strattone e tirai dritto, inseguito dagli insulti del nero. Indossavo un cappotto color cammello, troppo vistoso.
Imboccai la scala mobile che mi portò nel ventre della terra.
Per fortuna la banchina era deserta. Mi sedetti e guardai l’orologio appeso sopra i binari. Le cinque e mezza. Troppo tardi per trovare un drugstore aperto, troppo presto per rimediare una prostituta. Tossii, mi accesi una sigaretta e mi lasciai andare con la schiena contro il muro di cemento, rovesciando indietro la testa. Le gocce d’acqua presero a scorrere dai capelli lungo la nuca rasata, e poi giù fin dentro il colletto della camicia. Fredde, verso la schiena.
“Perché?” mi chiesi, per la milionesima volta, con la stessa intensità, la stessa paura, la stessa disperazione di sempre.
“PERCHÉ?” urlai alle caverne piene di tenebra e vuoto che si allungavano davanti a me a destra e a sinistra, infilandosi nelle budella malate e sporche di quel mostro in agonia che era la città. Ed il mio urlo si perse in mille echi distorti, che sembravano tornare indietro più forti e beffardi, a ridere della mia rabbia.
Dal fondo delle budella giunse in risposta il fischio prolungato del Verme d’acciaio. In un attimo giunse, frenando tra fischi e sbuffi, ansioso già di ripartire e non ancora fermo, conscio di dover correre in eterno nel ventre d’acciaio e piombo fuso della terra.
Le porte si aprirono con un ronzare sommesso, e nessuno scese dal convoglio. Entrai in un vagone vuoto, com’era buona norma in quei giorni. Mentre il ritmo del cicalino avvertiva l’imminenza dell’avvio, mi sistemai su un sedile di plastica arancione. Qualcuno aveva scritto a pennarello il suo odio per il mondo. Tra gli insulti c’erano anche disegni esplicativi. Un suono squillante annunciò la chiusura delle porte, distraendomi.
Mentre il treno ripartiva con il suo fischio di vittoria mi accorsi di non essere solo. Rannicchiato in un angolo, dietro l’ultimo dei sedili della fila, un ragazzo tossiva contorcendosi. Doveva essere all’ultimo stadio. Non c’era niente che si potesse fare, per aiutarlo. Sempre che qualcuno volesse farlo.
Lo osservai. Un mese prima avrei almeno cambiato vagone alla prima fermata. Un mese prima Marta era ancora viva.
Fuori dai vetri travi metalliche scorrevano con un pulsare ritmico, così simile alla musica che davano alla radio tutta la notte. Seguii il ritmo. Il ragazzo tossiva fuori tempo. Il treno urlava nelle gallerie, sbuffava frenando alle stazioni, fischiava partendo. Continuava la sua folle corsa.
Nel suo angolo il ragazzo aveva smesso di agitarsi. Cercai di non guardarlo, ma gli occhi vi tornarono comunque. Aveva capelli lunghi e neri, sciolti sulle spalle strette.
Non potei non pensare a Marta.
Il treno fischiò il suo furore metallico per fermarsi, aprì le porte con uno scatto ed uno sbuffo, quasi a volermi cacciare.
Scesi tra le nuvole di polvere. Sulla banchina stavano ammucchiati rifiuti di ogni genere. Un vecchio barbone rovistava nei mucchi più grossi. Qua e là, addossati alle pareti sporche come per fuggire alla marea di rifiuti, gruppi di ragazzi con i capelli variopinti armeggiavano con le siringhe.
Superai la banchina e raggiunsi le scale. Quelle mobili non funzionavano più da alcuni mesi, ma nessuno aveva evidentemente protestato. Non aveva più voglia nessuno di protestare. Era più facile mettersi a sparare, in quei giorni.
Raggiunsi il cancello dell’uscita est. Un corpo riverso al suolo aspettava le Squadre di Pulizia per finire nell’inceneritore più vicino dopo un breve tragitto nel cellulare. Superai la prima rampa di scale mentre il treno ripartiva. Le sue lamiere vibrarono in una risata crudele alle mie spalle, portandosi via il ragazzo morente ed il ricordo di Marta. Dei suoi capelli neri, sciolti sulle spalle, mente si stringeva nel giubbotto di pelle nera rabbrividendo per la febbre, scossa dalla tosse e dai sussulti in un letto sfatto.
In cima alle scale c’era la barriera. Spinsi il cancelletto con un ginocchio. I cardini fecero CLANG CLANG richiudendosi dietro di me. Dentro l’edicola il gestore mi guardò torvo dall’occhio di plastica della sua antigas e storse il naso tossendo come se volesse sputare fuori i polmoni. Diedi un’occhiata distratta alle pubblicazioni erotiche, e valutai un paio di riviste sadomaso. Poi lasciai perdere e raggiunsi la rampa di uscita. Il vento mi investì fischiando nelle gallerie. Alzai il colletto e mi strinsi nel cappotto, salendo i gradini ingombri di rifiuti. Dall’altro delle scale sbucò un ragazzo, mi evitò con un salto, passò oltre in una corsa precipitosa. Un attimo dopo due poliziotti gli sfrecciarono dietro chiusi nei loro caschi lucidi con le visiere abbassate ed i manganelli in pugno. Il corteo sparì alla vista dietro un angolo tappezzato di manifesti pubblicitari sbiaditi. Diedi in un paio di colpi di tosse, poi uscii sotto la pioggia incessante, che macchiava il cappotto color cammello.

Mi infilai in galleria. Dalle pareti di pietra un manifesto abusivo chiedeva: NE VALE ANCORA LA PENA? Era scritto a caratteri cubitali e firmato Oblio e Nirvana. Una specie di gruppo religioso che predicava il suicidio collettivo. Andava molto di moda, tra i giovanissimi.
Allungai il passo. Nessuno aveva ancora riparato le vetrine sfondate durante gli scontri tra i poliziotti e i Gruppi Rivoluzionari dei Centri Sociali Autonomi. Quando vidi del movimento di polizia proveniente da Piazza della Scala temetti che fosse l’inizio di un’altra battaglia. Quello che mi dava più fastidio non era l’idea di restarci ucciso, quanto la possibilità di finire sotto il massaggio di quei manganelli che avevo usato anche io per tanti anni.
Ma era solo una scorta. Qualche pezzo grosso veniva a cenare da Biffi. Intravidi uno smoking tra le giubbe nere, e mi parve di riconoscere un noto presentatore di quegli spettacoli serali che fino a poco tempo prima trasmettevano anche dai megaschermi messi in giro sopra i palazzi della città. Poi era iniziata la contestazione degli universitari ed il Lancio dei sassi, e i megaschermi erano rimasti scheletri ciechi sotto la pioggia grigia. Osservai i pezzi grossi accalcarsi nella sala di decompressione e sfilare le maschere antiG ultimo modello. Li guardai porgerle al maggiordomo in livrea come lustri addietro avrebbero porto una tuba. I gesti erano studiati, eleganti.
Un poliziotto mi toccò un braccio con lo sfollagente, facendomi cenno di circolare. Dopo il linciaggio del giovane Berlusconi era pericoloso anche solo stare a guardarla certa gente. Fortunatamente non mi chiese i documenti. Non ero più in regola da tre anni con i bolli di cittadinanza italiana, me ne ero sempre fregato finché portavo il distintivo nella tasca interna della giacca. Ma adesso le cose sarebbero state diverse. Non erano tempi in cui certe faccende si sistemavano con verbali o denunce, quelli.
Camminai fino da Burghy e mi accodai per mangiare un Cheesburgher. La fila arrivava fin oltre le verandine davanti al locale. Modelle divoravano sensualmente panini rigonfi dagli schermi sulle pareti. Era scoppiato da poco lo scandalo per quel tipo di carne sintetica che utilizzavano, ma a me era sempre piaciuta, e certe abitudini non bastavano i giornalisti a fartele passare. La coda avanzava lentamente. Dopo cinque minuti arrivai oltre le porte e vetri. Nel locale c’era puzza di candeggina. Dovevano aver appena lavato i pavimenti. Una ragazzina di dodici, tredici anni mi passò di lato con il vassoio in grembo. L’odore dell’olio fritto mi colpì come un pugno.
Dal fondo del locale si alzarono delle grida, un trambusto crescente. Due ragazzi si cominciarono a spintonare insultandosi. Volarono i primi pugni, mentre i loro amici si alzavano per intervenire. I buttafuori comparvero come per incanto dalle porte nelle pareti. Volarono sui litiganti nei loro ampli camicioni verdi con la scritta BURGHY SECURITY sulla schiena ed i corti manganelli in pugno, menando colpi violenti sulle teste come se piovesse. Una delle teste si aprì in due come un melone maturo, macchiando il pavimento appena lavato. Il tipo in coda davanti a me si piegò e cominciò a vomitare, ed io girai sui tacchi ed uscii. Mi era passato l’appetito.

L’accesso di tosse mi colse impreparato. Mi piegai su me stesso, mezzo soffocato, e per un attimo pensai davvero di essere agli sgoccioli. Lo pensarono anche due teppistelli sui vent’anni, a giudicare da come stavano lì a guardarmi ridacchiando, sfregandosi le mani ansiosi di piantarmi gli stivali nelle costole e frugarmi nelle tasche non appena fossi caduto a terra.
Forse fu quel pensiero, l’idea di finire così, sotto le scarpe di due sciacalli qualunque, a darmi forza. Comunque mi ripresi, e barcollando incerto mi allontanai, costringendo l’aria ad infilarsi nei polmoni e poi ad uscirne, le gambe che ad ogni passo si facevano meno pesanti, più manovrabili. Uscii dalla galleria, gettandomi solo uno sguardo alle spalle per controllare se i due stronzi mi stavano dietro, ma quelli erano rimasti laggiù davanti a Burghy a ridacchiare.
Passando davanti a Luini trovai la strada bloccata dalla folla di extracomunitari che facevano ressa per accaparrarsi uno o due panzerotti per cena. Mentre giravo attorno alla calca di umanità disperata la vidi. Un fiume di capelli neri e viola, lunghi sulle spalle assurdamente nude sotto una specie di maglietta nera fata a rete, da cui sbucavano i capezzoli rigidi per il freddo. Gonna di pelle nera, stretta e lucida; alti stivali neri, con i tacchi a spillo sotto.
Fuori orario, pensai, mentre sentivo il serpente ingrossassi nei pantaloni. Premeva contro il cotone dei boxer, alzandomi i pantaloni di flanella.
Forse non era una così brutta giornata, dopotutto. No, forse non così schifosa.

Mi chiese un prezzo esorbitante, ma non avevo problemi da quel lato. Se non si lascia trascinare troppo dai suoi vizi, un poliziotto riesce a mettersi via un discreto gruzzolo, in dieci anni di servizio.
Mi fece entrare da una porticina di legno fatta per gli gnomi. Dava in una saletta piccola e male illuminata dal soffitto altissimo, con le pareti di mattoni qua e la macchiate di intonaco. Due o tre poster pornografici appesi alle pareti, molto in alto, vicino al soffitto. L’arredamento era costituito da una specie di ampio divano triangolare, foderato di stoffa scura, largo almeno tre piazze, sistemato proprio al centro della stanza. Le federe sembravano macchiate, gli angoli un po’ lisi, ma non c’era cattivo odore nell’aria. E poi lì dentro non pioveva.
“Spogliati.” Mi disse, restando in piedi, a gambe larghe.
“Tu no” dissi io, lasciando cadere sul divano il cappotto.
“Non subito, almeno.”
Mi sorrise. Aveva una bella bocca.

Ne valse la pena. Ci sapeva fare in certi giochi, e poi era veramente brava a fingere. Forse ci provava gusto sul serio. La cosa non cambiava di molto, per me. Mi fornì anche un paio di pillole niente male, dopo, naturalmente con un extra alla tariffa.
Prima che uscissi dalla porta per gnomi mi rivolse un sorriso. Anche quello mi sembrò sincero. Ripensandoci mi corressi. Complice, non sincero. Forse andava anche meglio.
Aveva smesso di piovere, e per le strade si era alzata una nebbiolina evanescente. Gli orologi appesi ai muri informavano che era già sera tardi. Quasi notte. Ma differenze non se ce ne erano poi troppe. Il cielo era sempre dello stesso colore grigio opaco, i lampioni non si spegnevano mai. Però aveva smesso di piovere. Questo era bello, dopo sette giorni consecutivi. Man mano che l’effetto delle pillole svaniva sentivo la febbre pulsare nelle tempie sempre più forte. Via Montenapoleone mi appariva tutta sfocata, e non capivo se era colpa delle pillole, della nebbia o della febbre. Continuai a camminare lungo le strade affollate. Sotto i portici anime disperse di tutto il mondo sembravano essersi radunati per morire insieme. Il popolo delle tenebre. Mentre tossivo mi sembrava di sentire qualcuno chiamarmi da lontano. Mi voltai ma non riuscii a riconoscere nessuno nella folla che mi circondava. Sentii improvvisamente le ginocchia vacillare, misi avanti una gamba e finii lungo disteso in avanti, sulle mani. Sotto le dita l’asfalto umido e sporco. Attorno a me, una foresta di scarpe e stivali passava ignorandomi. Lottai contro la nebbia nella mia testa e mi rialzai stentatamente. L’aria sibilava faticosamente dentro e fuori i polmoni. Percorsi barcollando ancora una decina di metri, cercai di correre, poi il mondo ruotò attorno a me di 180 gradi, ed il terreno mi colpì con violenza sotto lo zigomo destro.
Sotto la guancia era freddo il cemento. Sentivo le tenebre avanzare impetuose, e me ne restai lì immobile a terra, mentre la gente creava un’isola attorno a me, badando di passare il più lontano possibile dal mio corpo infetto, mentre io aspettavo la fine.
Ma non arrivava. C’era ancora qualcosa da fare, forse. Da qualche parte trovai la forza di girare la testa, quasi incantato dal suono di un ricordo lontano, amichevole. Alzai gli occhi velati dalla febbre per guardare verso il cielo. Le guglie svettavano sopra l’imponente facciata. Lassù, tra le vette puntate contro il cielo plumbeo spiccava baluginante una macchia dorata. Mi sforzai di metterla a fuoco, ed era incredibilmente pulita e splendente, quella donna coronata d’oro. Brillava.
Guardando meglio, la vidi scuotersi, sussultare e piegarsi a tossire sangue sulla città in agonia.
Poi la nebbia la ricoprì, chiudendomi gli occhi.

Stefano Re © 1990
dalla raccolta A&M




Stefano Re

Questo Blog raccoglie racconti, riflessioni, illazioni, delazioni e deliri di Stefano Re.

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