06
Ago
09

Identità

1. Identità

Una delle mie draconiane e un po’ assurde distinzioni di massima: individui eteroreferenziali e individui autoreferenziali. Parlando, s’intende, di identità.

La maggior parte delle persone è eteroreferenziale: disegna la propria identità tramite il feedback altrui. Ovviamente, poiché ciò che recepisce dagli altri è soltanto ciò che la sua attenzione seleziona, il gioco effettivo è far quadrare i segnali che seleziona dagli altri su se stesso con il modello (o più spesso i modelli) cui vorrebbe assomigliare. Questa scelta è funzionale al vivere associato, fonte di immense frustrazioni e gioia profonda di chi crede che esista l’altruismo.

Alcuni sono autoreferenziali. La scelta è, banalizzando molto, di evitare di usare gli altri come radiofaro per confermare chi si è. Lo si decide direttamente ed in modo arbitrario, con carico ovvio di responsabilità del caso. E’ una scelta molto poco socialmente funzionale, e correttamente gli individui che la attuano debbono poi scegliere se relazionarsi in modo acrobatico con gli altri, ridurre o squalificare la comunicazione oppure forzare gli altri a riconoscere e condividere la propria immagine così come la creano.

Le tre scelte si riassumono in altrettante posizioni relazionali:
. il matto (come mi vedono gli altri non mi condiziona, ma mi diverte)
. la monade (io non vedo gli altri, gli altri non vedono me)
. il dittatore (mi vedono esattamente come voglio che mi vedano)

Personalmente, mi trovo abbastanza bene nel primo modulo, con scappatelle occasionali e strumentali negli altri due.

Gli altri ci condizionano nella misura in cui noi *vogliamo* che ci condizionino.
Questo vale tanto per me che mi diverto con poco quanto con chi lotta per ottenere prestigio, ricchezza, potere o che ne so.
Siamo sempre e solo noi a dare *importanza* ad una cosa o ad un altra, ad una sensazione o ad un altra. Che poi la si voglia vedere dal punto di vista del matto o del bagatto, resta una condizione di scelta ben precisa sulla propria esistenza: il matto subisce ciò che il bagatto sceglie. Il matto non assume responsabilità sul mondo, il bagatto si, perché sa bene che il mondo è roba sua.

2. Normalità

La normalità ed il suo orrore esistenziale è un altro dei miei classici.

Così a braccio: tutto ciò che ci distingue da chiunque altro, ma non solo gli esseri umani, tutto ciò che distingue qualsiasi cosa da qualsiasi altra cosa, è una diversità. Non puoi descrivere qualcosa senza evidenziarne qualcosa che è di più, di meno o comunque diverso da qualcos’altro. Se dici che uno è alto è perché è più alto della media, se dici che è ciecato è perché è più ciecato della media e via dicendo. Così non puoi descrivere un qualsiasi oggetto senza dargli dei criteri di differenziazione: pesante, leggero, morbido, duro, colorato, intenso, sbiadito.

La normalità, la norma, o la media (gli statistici mi perdonino il girovagare incongruo nelle loro parabole) rappresentano ciò che NON si distingue, ovvero, che non esiste.

Per questo dire che qualcuno o qualcosa è assolutamente normale è come dire che non vi sono caratteristiche che gli diano sostanza.
Per questo i serial killer sono così spesso definiti persone *normalissime* da chi li conosceva prima di sapere che accoppavano a raffica.
Perché non esistono, il che poi è anche il perché accoppano a nastro.

3. Noi e chi ci vede

Ma tornando a noi e a chi non ci vede.
Tra le tante cosette ne scelgo una a vanvera: il parallelo tra le tre tipologie di risposta, in metacomunicazione:
 
conferma (hai ragione) -> comunicazione complementare
In questo Thread: ti vedo come tu ti vedi
negazione (hai torto) -> comunicazione simmetrica
In questo Thread: non ti vedo come tu ti vedi
disconferma (non esisti) -> squalificazione della comunicazione
In questo Thread: non ti vedo
 
La terza in effetti è una classe di livello superiore (metalivello), poiché le prime due sottendono il riconoscimento dell’interlocutore. Ed è interessante perché in essa si annidano i segreti delle ingiunzioni paradossali, della posizione insostenibile, della nevrosi indotta ed altri simpatici meccanismi letali.
Ma tutto questo a quando ho qualche oretta in più da spenderci.

4. Esser condizionati

Obbedire è – secondo me – una precisa scelta. Il fatto che tu non rammenti di aver odiato qualcuno non significa che non lo hai odiato. L’inconsapevolezza non cancella i meccanismi di proiezione della nostra volontà: li nasconde soltanto a noi stessi. Il che – secondo me – non avviene affatto a caso: affidiamo ad esempio alle emozioni il compito ingrato di spingerci a fare cose che razionalmente non vogliamo giustificare come nostre esigenze.

Io ritengo che il confronto con l’altro serva a definire modalità funzionali del sé, non la sua essenza.
In altre parole, ciò che sei si attua nelle modalità espressive che agisci, ma non si riassume in esse. Il tentativo – disperato – di riassumersi nel feedback relazionale è solo un modo di sfuggire alla precisione della propria volontà, alla responsabilità di scegliere ciò che si attua di se stessi.
E questo è ciò che definisco la prigione dell’identità eteroreferenziata: volersi nascondere dietro una auto-costruzione di sé che cerca nei riferimenti esterni (e quindi occasionali, parziali e contingenti) la risposta al proprio quesito “chi sono io”. Quando la risposta è autoreferenziale: sono ciò che scelgo di essere. Il che vale anche se sfrutto gli altri per farmelo confermare.

5. Libertà

Diciamo che la libertà per me trova senso nel momento in cui la si esautora: non sei mai libero, determini libertà nel cancellarla.

Alla base resta il fatto che non credo gli esseri umani siano nulla di definito in termini di identità: attuiamo potenzialità. Ogni attuazione consiste nel determinare – e dunque svilire – tutto ciò che di altro avremmo potuto essere. Per questo non c’è libertà, secondo me: c’è osservazione.

La responsabilità consiste nel rammentare che siamo noi a scegliere, a decidere, ad attuare. Non esistono scelte non in autonomia: tutto ciò che ci costringe lo fa perché noi scegliamo che lo possa fare.

Mettiamo che uno ti tenga una pistola puntata alla testa e ti dica di mangiare la minestra o ti sparerà: tu puoi preoccuparti per questo, oppure no. Puoi pensare a come distrarlo, a come trattare con lui, oppure ignorarlo. Puoi obbedire con dolore oppure con entusiasmo: sei sempre tu a fare tutto ciò che sei, le restrizioni della tua volontà sono quelle che tu eleggi come tali.

E’ dunque l’osservazione a renderci responsabili, la memoria. Non la libertà.

6. Io e Sartre

Qualcuno mi ha fatto presente che ci sarebbero delle analogie su ciò che dico e quel che dice Sartre.
Boh, vediamo.
Premesso che di Sartre io non ho mai letto nulla, basandomi sui brani che mi vengono citati in quanto simili alle mie osservazioni, noto e sottolineo.

*La prima fase del pensiero di Sartre è segnata dall’opera L’essere e il nulla, in cui riflette sulla fondamentale libertà di ogni uomo e la sua ineludibilità*

beh io non la chiamo libertà, non mi piace il termine, ha troppo sapore contingente. Che sia ineludibile la potenzialità, questo sì, concordo.

*Dopo la seconda guerra mondiale l’attenzione di Sartre si rivolge all’azione politica. Si avvicina al comunismo benché non si sia mai iscritto al partito comunista*
Eh in questo siamo un po’ diversi come percorso 😉 Scherzo eh, il comunismo mi interessa molto, anche se lo trovo inapplicabile e soprattutto molto poco divertente da applicare.

*Dopo l’adesione al comunismo, Sartre trascorse il resto della sua vita nel tentativo di riconciliare le idee esistenzialistiche con i principi del marxismo, convinto che le forze socio-economiche determinino il corso dell’esistenza umana*

Non so bene che tipo di riconciliazione abbia tentato, ma sul fatto che le forze socio-economiche determinino il corso dell’esistenza umana non condivido affatto. Io sostengo la mia tesi che siano i Drives Maschile e Femminile a fornire spiegazione delle scelte, globali, collettive ed individuali, degli esseri umani. Economia e cultura – così come religione – sono per me solo strutture contingenti create sulla base delle esigenze di Drive.

*Nell’esistenzialismo di Sartre si realizza lo stesso paradosso di Heidegger e Jaspers: la trasformazioni del concetto di possibilità in impossibilità. Secondo Sartre l’uomo è definito come “l’essere che progetta di essere Dio” (in “L’essere e il nulla”) ma questa attività si risolve in uno scacco: ciò che per Heidegger e Jaspers è nullificato dalla realtà fattuale in Sartre è nullificato dalla molteplicità delle scelte e dall’impossibilità di discriminarne la fondatezza e validità. “Ein Mal ist kein Mal” (una volta è nessuna volta), se mi è dato scegliere, il fatto di non poter discernere si traduce in una non scelta*

Mi pare di capire che il dubbio sia questo: posso pure sentirmi dio, ma se non capisco i parametri del gioco e non posso modificarli, ne resto prigioniero.
La mia risposta è che non siamo dio a livello agente, lo siamo a livello metacognitivo. E dio, lo dico per esperienza diretta, se ne frega completamente delle ansie del livello agente. Per cui il fatto di non poter scegliere non è un problema, o per dirla con Wittgenstein, è un non-problema. Per come la vedo io, il superuomo di Nietzsche non è tanto quello hitleriano che smuove le montagne, è qualcuno che di dove vadano le montagne se ne sbatte completamente. Mi ripeto: chi apprende la magia del fare, non la usa più. Zed non uccide più quando raggiunge consapevolezza che uccideva perché quello era il suo scopo funzionale evolutivo.

*Contingenza dell’essere: il mondo è « assurdo », senza ragione. È « di troppo ». Esiste semplicemente, senza « fondamento ». Le cose e gli Uomini esistono di fatto, e non di diritto. (Vedere La Nausea.)*

Su tutto questo sottoscrivo volentieri. Il mondo esiste e basta. Trovargli sensi e schemi serve solo a nasconderci al suo orrore e alla sua infinità. Chi ha il coraggio di guardare l’immenso e lasciarsi violentare da esso, cessa di trovargli regole con cui intrappolarlo: lo vive e basta.
Quanto al diritto e al fatto, cazzarola, mica è un caso che adori la quadrilogia romeriana, mad max e tutto il cinema e la letteratura survivalist anni ’70. Quando sento parlare di “diritto alla vita” mi viene l’orticaria.

*L’Uomo è definito dalla coscienza (il “per sé” che si oppone all'”in sé”). Ovvero ogni coscienza è coscienza di qualcosa (idea d’intenzionalità ripresa da Husserl). L’Uomo è dunque fondamentalmente aperto sul mondo, « incompleto », « girato verso », esistente (proiettato fuori di sé) : c’è in lui un niente, un « foro nell’essere » suscettibile di ricevere gli oggetti del mondo.*

Mmm questo pezzo offre molti spunti diversi, non so se colgo quelli più importanti, cmq sia:
l’uomo definito dalla coscienza: concordo, ma a livello metacognitivo, dove esiste davvero.
L’uomo è incompleto, proiettato, con foro nell’essere: concordo, a livello oggetto, ma è una scelta precisa di non-responsbailità. È il comportamento di chi cerca regole con cui intrappolare l’universo.

*La coscienza è ciò che non coincide mai con se stessi, ciò che è potenza di “nullificazione” (cioè di negazione, cioè d’azione) grazie all’immaginazione (che può pensare ciò che non è). La coscienza rende dunque il progetto possibile.*

Magari canno, mi pare si parli del mio sé metacognitivo.

*L’Uomo è assolutamente libero: egli non è nient’altro che ciò che egli fa della sua vita, egli è un progetto. L’esistenza precede l’essenza (contro Hegel: non c’è essenza predeterminata, l’essenza è liberamente scelta dall’esistente).*

Io la vedo così: l’essenza è permessa dalla contingenza. E la contingenza è predeterminata dall’essenza. Attuiamo ciò che siamo a livello metacognitivo, ma questo livello esiste solo grazie all’esistenza del sé agente (almeno in questo piano di esistenza, di altri non ho notizie perché ho perso la Ouija a 13 anni).

*”L’Uomo è condannato ad essere libero” : non impegnarsi è ancora una forma d’impegno, poiché se ne è responsabili.*

Ecco, lui la chiama libertà, io no, ma siamo d’accordo.

*Inoltre, Dio non esiste (e in ogni caso “se esistesse ciò non cambierebbe nulla”), per cui l’uomo è unica fonte di valore e di moralità; è condannato ad inventare la propria morale.*

Perfettamente d’accordo. Che dio esista o meno non saprei dire, certo è che non mi riguarda, perché non ne ho bisogno.

7. Il centro dell’essenza

Dipende dove poni il centro della tua essenza.
Per me, non si trova nel mio io agente: quello è un livello oggetto: io mi trovo nel livello di osservazione, in cui non ha nessuna importanza neppure se il mio io agente vive o muore. Per cui, ovviamente, la ristretta cerchia di opzioni che ho a livello agente è solo la conformazione, occasionale e contingente, del campo da gioco.
Ed ecco che diventa divertente, a livello oggetto, toccarmi ginocchia e gomiti per vedere se sono rotte dopo un incidente di moto, oppure osservare come il dottore mi guarda serio prima di dirmi i risultati dell’esame per HIV o per quella strana macchia nei polmoni.

Il feedback, le esperienze contingenti, auto o eteroreferenziare l’identità agente, sono solo giochi per me. Anche per te, ovviamente, se ti va.

8. Che succede quando il sé agente crepa?

Semplicemente, non mi interessa.
Si osserva finché si osserva, e quello che osservo è quello che sono e faccio e vedo e sento attraverso il mio io agente.
Quando la sua materia si danneggerà al punto da non funzionare più, quel che accadrà alla mia consapevolezza cosciente, al mio sé metacognitivo che poi è ciò che riassume me stesso, non mi interessa in alcun modo.
E’ esattamente la domanda che non c’è di Wittgenstein.

9. Perché per me non si chiama libertà

Perché non funziona.

A livello agente, la libertà è sempre condizionata dal contesto, di cui fa parte anche lo stato dell’agente medesimo (se ho le gambe rotte, non ho più libertà di correre, se sono angosciato da morire non ho libertà di riflettere sui disegni nascosti nell’ultima cena e via dicendo).

A livello metacognitivo, non ha alcun senso il termine libertà: esisti e basta, non si gioca con pareti.
Quindi, nei due piani di esistenza che io riconosco, o la libertà non esiste o non ha alcun senso, ecco perché non la considero.

Responsabilità invece funziona eccome: ogni scelta che si attua comporta la responsabilità su di essa. Verso noi stessi, ovviamente.


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Stefano Re

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