06
Ago
09

Tre settimane fa mi sono suicidato

(–> parte I.)

II.

Perché avevo quelle pillole è un po’ imbarazzante da spiegare, comunque ce le avevo. Frugando nell’armadietto dei medicinali ne ho scovate tre scatole che potevano andar bene per la cosa: due di un sedativo molto forte il cui nome davvero mi son dimenticato e una di Xanax. Bel nome, Xanax, mi fa venire in mente qualche pianeta di qualche serie di fantascienza anni ’70. Comandante Koenig, qui Aquila 7, siamo atterrati su Xanax; Kirk a Enterprise: Sulu, controlli nel database la posizione di Xanax e riferisca subito, la navicella del Dr. Spock non potrà resistere a lungo al raggio traente! Xanax, insomma. Il nome dell’altro medicinale non me lo ricordo proprio, dovrete accontentarvi.

Mi sono letto con calma i foglietti delle istruzioni. La voce che più mi interessava era ovviamente dose eccessiva. Una bella lista di cosette molto invitanti, e alla fine ovviamente anche la famosa doppia coppia: coma, morte. Ho letto ben bene che c’era scritto riguardo alla posologia. Insomma, non mi interessava mica ingollare un treno di pillole che non mi facesse un bel niente, vi pare? Tutto tornava: il contenuto di quelle tre scatole sommato dava un triplo coma e almeno un paio di morti. Quindi insomma, le basi c’erano tutte.

In camera ho una ventola, sul soffitto, e lenzuola rosso fuoco. Ho anche lenzuola nere, ma stanno nel cassetto. Il rosso e il nero son colori che mi piacciono, specie dove raramente li si vede, tipo sulle lenzuola di un letto. La ventola sta proprio sopra il letto. Una volta ho letto chissà dove di due che si erano appesi alla ventola per scopare vorticando, ma che vado a pensare insomma. È che faceva un bel caldo questo luglio a Milano, e la ventola non era affatto un dettaglio. Ora la ventola girava pigramente a tre punti su cinque di velocità: abbastanza da farmi sentire fresco, tutto nudo sdraiato sulle mie lenzuola rosso fuoco. Stavo bene, fresco e tranquillo, completamente nudo. Io dormo sempre nudo. È che i boxer mi danno noia al pisello. Non so, non mi piace sentirmelo tutto intrappolato. E dire che ho portato una cintura di castità più di una volta. E sì, ci ho dormito, per quel che dormire si poteva. Ma qui non c’entra, qui non si parla di giochi erotici, si parla di come dormo quando dormo e basta, e dormo nudo. Mi piace sentire le lenzuola sulla pelle, su tutta la pelle. Ed eccomi lì, sdraiato tutto nudo sulle mie lenzuola rosso fuoco, con la bottiglia di Jack Daniels sul comodino e tre scatole di roba pronta ad ammazzarmi posate in grembo.

Mi sono preso il mio tempo, non c’era nessuna fretta. Volevo farle bene, le cose. Son rimasto lì nudo e disteso, a guardare le scatole e dirmi con calma: ragazzo, ti stai per ammazzare. Siamo sicuri di voler partire? E mi sono risposto, sì ragazzo, siamo sicuri. Così mi son messo a snocciolare pilloline bianche (tutte bianche, non è strano che le cose bianche uccidano? A me pare strano) fuori dalle loro custodie metallizzate. Ploc ploc una via l’altra, me le facevo cascare nel palmo della destra una per volta, una per volta. E pensavo siamo sicuri sicuri, ragazzo? E mi dicevo sì, siamo sicuri sicuri, ragazzo. Alla fine avevo un bel monticello di pilloline bianche. Ovetti di pasqua minuscoli e bianchi, tutti assieme. Sono stato a guardarli un bel po’, nessuna fretta. La ventola girava che era un amore, l’aria era persino fresca, nonostante la temperatura tropicale. Ho messo le scatole vuote sul comodino, poi ho pensato, metti che. Metti che per qualche cavolo di sfiga arrivano e mi trovano qui e vedono le scatolette vuote sul comodino? 118 presto aiuto lavanda gastrica e mi risveglio in un istituto dove tutto mi faranno vedere e toccare tranne cose taglienti o velenose per tutto il resto della vita. M’è venuto in mente ONE, il film o la canzone dei Metallica, fa lo stesso. Certo io non ero una testa su un tronco senza faccia né niente, ma cazzo. Insomma ho preso le scatolette e le ho risposte per bene nel cassetto del comodino. Così se per caso, ecco sta dormendo, lasciamolo in pace. In pace, esatto. Che mi lasciassero. In pace.

Altre cose pratiche: la porta di casa l’ho lasciata aperta. Cioè, chiusa, ma senza giri di chiavi. Non per altro, ma ho due gatti io. Devo pensare al loro futuro. All’immediato avevo pensato già da prima: un pacco intero di crocchette ammucchiate nelle loro ciotole e anche oltre, la vaschetta dell’acqua piena all’orlo. Gli ho persino pulito la sabbietta, che cacassero tranquilli anche dopo di me. insomma una autonomia di almeno una settimana gliela avevo data: entro una settimana pensavo mi avrebbero trovato, dopotutto.

E così fissavo il mucchietto di ovetti di pasqua che mi riposava nel palmo, dandomi tutto il tempo di ripensare, di ripensarci. Di pensare a tutto, senza fretta. Il computer ha una password, è vero, ma i dischi sono partizionati, insomma la roba che c’è dentro si può trovare anche senza password. Certo, chi non ci capisce non ce la farebbe. Ma che mi frega che chi non capisce un tubo ritrovi quel che lascio? Bisogna ben meritarsele le cose. Mi sono fumato una sigaretta, la trecentesima della giornata più o meno. Adesso, ok, questa era una iperbole, ma fumo tra i tre e i cinque pacchetti di sigarette ogni 24 ore circa, per cui non è che fosse così tanto una iperbole. Aldilà di questo, non mi veniva in mente niente per cui valesse la pena di rimandare, e così mi son detto, beh, fanculo, e mi son buttato in bocca il monte bianco.

Badate bene: me lo sono proprio buttato in bocca. Prenderle una alla volta no, cazzo, a parte la lunghezza dell’operazione, vuoi mettere se mi veniva che so un attacco di panico? Nel senso, lo mettevo in conto. Perché una cosa è dire va bene, ora lo faccio, un’altra è farlo. M’ero dato sì tutto il tempo per decidere con calma, ma era pur sempre il prima, non il durante. Per il dopo, beh non vedevo grosse preoccupazioni. Ma il durante, ecco, quello sì mi impensieriva. Non mi preoccupava, ma impensieriva sì. E così me le sono gettate in bocca tutte quante insieme e poi ho preso il whiskey e ho dato una bella sorsata e glu glu giù tutto. Signori, si parte.

Nessun panico. Ero lì ad aspettare per vedere se mi sarei preso la fifa blu. Che ne so, insomma, si chiama istinto di autoconservazione no? Dovrei averne ancora in funzione un po’ da qualche parte credo. Persino Martin Eden tenta di tornare a galla, e deve forzarsi mica poco per restare sotto e respirare acqua di mare, acqua salata che ti saluta, tutti vi saluta. Eppure niente. Niente panico. Ero tranquillo come un guru indiano sulla vetta di qualche montagna intento a meditare sulle formiche. Io però non pensavo alle formiche. Pensavo a me stesso e mi dicevo: se vuoi, c’è un telefono lì. È attaccato e funzionante, se vuoi, puoi chiamare e dire aiuto, ho cambiato idea, lavanda gastrica presto. E guardavo il telefono e mi dicevo: no, nessun ripensamento. Calmo come una vacca indù (ciao Tyler).

Poi ho pensato: magari vuoi salutare qualcuno? Magari vuoi dire qualcosa di carino o di poco carino a qualcuno? No, neanche per sogno. Non che non avessi cose non dette, caspita, ne avevo una mezza vita almeno. Solo che non era quello il caso. Insomma, stavo partendo io, era un momento mio, perché confonderlo con qualcun altro? Avrebbero avuto tempo di pensarci gli altri, se proprio gli importava, alle cose che non avevo detto loro. Avrebbero avuto i loro conti ciascuno da saldare, e se non lo avevano fatto con me, beh affari loro. Io i miei li avevo saldati.

Mi sono sdraiato per bene. Mi sono messo comodo comodo. Ho abbracciato il cuscino con la federa rosso fuoco come le lenzuola, che mi coprivano una mezza gamba e il pacco. Il pacco sì, dài. Non mi piaceva che mi trovassero nudo e col pacco di fuori. Vabbé che più di una fanciulla mi ha detto che ce l’ho bello, ma sarebbe stato volgare. Facciamole bene le cose: lenzuola rosso fuoco e una gamba sola fuori, sotto la ventola.

E ho iniziato a ricordare. A ricordare cose dolci e belle della mia vita. Ho pensato alle persone che ho amato, tanto o poco. Ho pensato a quando da bimbo son caduto e mi sono sbucciato un ginocchio e qualcuno mi ha raccolto e asciugato le lacrime. Ho pensato a quando ho fatto a botte la prima volta. Ho pensato al sorriso di chi ho amato, ai baci, alle carezze. Ho pensato poco al sesso, non ne avevo molta voglia: per quello m’era bastato viverlo. Ho pensato però a dopo aver fatto l’amore, proprio su questo letto, anche se le lenzuola erano nere. Ho pensato a chi mi ha detto ti amo per la prima volta proprio lì e ho sorriso al cuscino. Mi sono ripetuto le frasi più belle, i momenti più dolci, quasi tutti d’amore. E mentre pensavo a queste cose così belle, mentre le riassaporavo in bocca, mi sentivo così felice, così libero. Non facevano più male, quel male che, forte o leggero che sia, c’è sempre nelle cose belle della vita, nei momenti più dolci. Niente più spine addosso, niente più ferite dentro. Ho ricordato anche quel che non è mai successo: pomeriggi noiosi con chi avrei potuto amare. Un bambino che mi corresse incontro quando tornavo da qualche viaggio e sorridesse per farsi abbracciare. Un bambino che mi chiamasse papà. E stavo bene, stavo bene. Ero felice come mai mi sono sentito. Mai, per davvero. Pensavo anche che stavo morendo, che stavo per addormentarmi e che avrei chiuso gli occhi e non li avrei aperti più, mai più. Ed ero felice. Felice. Felice. Sapendo e pensando con totale e placida calma consapevole che stavo morendo.

Felice. Ho mormorato al cuscino: vi saluto, saluto tutti.

Così mi sono addormentato.

(to be continued)


3 Responses to “Tre settimane fa mi sono suicidato”


  1. 1 Paola
    6 agosto 2009 alle 19:14

    Confido nella III parte.

  2. 2 numeripari
    9 agosto 2009 alle 10:01

    E’ stata elaborata la parte finale…?

    Sono curiosa di conoscere i passi e i pensieri successivi.

  3. 9 giugno 2013 alle 02:02

    a 13 anni, pensavo al suicidio fino ai 14… assieme ad un’ amica abbiamo valutato d farlo assieme, perchè in fondo avevamo paura… Ho passato altri 10 anni a come morire…


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Stefano Re

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