05
Ago
09

Un casco da palombaro

(a Isabel)

Il treno mi corre attorno e mi porta verso sud senza chiedere niente. Mi sono appisolato con la testa dondoloni su quei sedili che ti domandi perché mai li han fatti scomodi con quello che ci avranno speso. Fatto sta che sì, mi ci sono appisolato e ho sognato, e appena ho aperto gli occhi ho capito che entro pochi secondi avrei perso memoria di tutto quello che avevo visto nei labirinti della mia testa bacata e così rovistavo nella borsa cercando qualcosa su cui scrivere ma trovavo solo calzini e pacchetti di sigarette e pacchi interi di birre ancora fredde e già sentivo scivolare via tutto dalle maglie della memoria come rena dal secchiello traforato.
Quando il cellulare ha squillato, ho capito che dio c’era.

– Lana? Lana! Dio che bello che mi hai chiamato ora! Sì, sì, tutto quello che vuoi, basta che non riagganci
– Sì Lana, lo so Lana. Devo restituirti quella collanina nera e sì, sì, sì cazzo sì il reggiseno viola ma ora ascolta, ascoltami, ho appena fatto un sogno e mi sta svanendo dalla testa ma se lo racconto forse lo ricorderò quindi sta’ zitta e ascoltami e cerca di ricordare
– Sono in treno, …sì, Roma. Questo coso infernale macina kilometri dopo kilometri dopo kilometri. Ed io ho queste birre, Adelscott ghiacciate, oddio ormai ghiacciate no, ne ho pacchi interi nella borsa e tre giorni fa mi sono suicidato ma
– No, lana, non sono sbronzo, ho bevuto una sola birretta
– Quella del suicidio te la racconto un’altra volta e adesso ascolta perdio!
– La birretta andava liscia liscia e mi sono appisolato e ci-tutum ci-tutum ci-tutum il treno mi ha cullato ed ecco che ero ad una specie di festa o fiera assurda. C’erano un sacco di persone sorridenti e qualcuno indossava roba invero curiosa, tipo maschere di peluche o cappelli a tuba e tutti camminavamo in queste stanze dalle pareti bianche o grigie con delle colonne larghe come sequoie messe a vanvera ma il pavimento era fatto di assi buttate lì a casaccio, tutte storte, tramezzi di legnaccio che talvolta crollavano pure e sotto c’erano pezzi di cemento, acqua fumigante, tubi, ferraglia e altre rozzerie in puro stile cyber – il cyber PRIMA del web eh – ma tu manco te lo ricordi il mondo prima del cyber, lascia stare. Ad ogni modo alla festa o fiera che fosse su quei legnacci tra i tanti c’ero pure io e c’era anche Lei
– No, non la conosci, la conosco appena persino io, le ho chiesto un accendino sarà stato un mese fa mentre della gente veniva legata e appesa e altri mangiucchiavano salsicce calabresi e sorseggiavano spumante.
– No, questo non è il sogno questo è vero, è dove ho conosciuto Katharine Hepburn. Ma adesso aspetta, devo raccontare prima che svanisca, devo raccontare quindi sta’ zitta e ascolta.
– Alla festa c’ero io e c’era Lei. Non so il suo nome, io la chiamo Katharine Hepburn perché mi ricorda Audrey Hepburn in colazione da Tiffany. No, non domandare, accontentati e ascolta che il resto sfugge.
– Non chiedermi perché, ma io e questa ragazza eravamo tipo stati eletti coppietta della festa o fiera che fosse, anche se poi ci conoscevamo appena anche nel sogno, e così ci portavano tutti in giro a festeggiare. Sai, ci prendevano sottobraccio, coi bicchieri in mano, e ridendo scemenze facevano tutti a gara a passeggiare con me o Lei su quelle assi traballanti. Erano tutti vestiti in modo un po’ assurdo, abiti da sera con spacchi improbabili sul petto o sulla pancia, tutti pieni di gioielli dappertutto, appesi agli abiti o direttamente ai corpi, sulle labbra, sul naso, sulla fronte, persino tra un dito e l’altro. Lei indossava un abito lungo color panna e oro e degli orecchini dorati che le correvano in forma di piccole goccioline aderenti come incollati lungo la pelle dalle orecchie sul collo fin sotto il mento dal lato destro, o almeno io ricordo quello sul lato destro non ho idea se anche l’altro facesse così. I suoi capelli scuri erano raccolti sulla nuca e sulla testa, con dentro tipo spilloni anch’essi dorati e gli occhi le luccicavano alla luce delle torce appese alle pareti ed era bellissima, bellissima giuro. Io indossavo un vestito assurdo, stazzonato e giallo spento, di quelli che potrebbe indossare solo Elton John e solo da ubriaco, con delle spille sulle tasche sul petto come frangette che tintinnavano e mi sentivo come un lampadario fissato male al soffitto durante un terremoto e mi aggiravo un po’ goffo bevendo tutto quello che mi veniva offerto. Attorno a lei facevano la ronda i maschietti della festa, attorno a me le fanciulle. Io volevo tanto restare solo con Lei e baciarla sull’orecchio destro, fare correre le mie labbra lungo le pietre incollate sulla pelle lungo il collo fin sotto il mento, ma eravamo i festeggiati e così mi trascinavano continuamente da qualche altra parte. Due ragazze mi stavano portando a braccetto una di qui l’altra di là e tutti ci fermavano incrociandoci e stando in equilibrio precario su quelle assi sconnesse scambiavano con me qualche smanceria tutta sorrisi sorseggiando vino trasparente e fortissimo in calici alti e sottili. Una delle mie due rapitrici portava un orecchino fatto a forma di mondo e guardandolo bene vedevo che era proprio un piccolo mappamondo che girava piano piano sul suo asse e a guardar ancora meglio si vedevano i continenti e persino le città e a metterci il naso sopra potevi vederci anche la linea ferroviaria tra Milano e Roma su cui stava viaggiando il mio treno in quel preciso istante. Tutti parlavano e parlavano e io a volte neanche sentivo che cosa stavano dicendo ma sembravano contenti, contenti capisci? E cristo di un dio anche io ero contento. Spesso qualche ragazza mi faceva l’occhiolino e io le mollavo un bacetto casto su una guancia. Ad un certo punto Lei mi passava vicino ed io le dicevo: fammi vedere quegli orecchini. Lei ammiccava, diceva: la mia pelle è integra non preoccuparti. Poi si avvicinava tanto da farmi sentire il profumo dei suoi capelli e ridendo mi sussurrava: guarda che io vedo tutto eh? E il suo sorriso era quello della Madre di Dio o della dea Kalì o forse tutt’eddue le cose.
– Non so dove fosse finita la festa ma d’un tratto camminavo con Lei di fianco lungo delle specie di viottoli, sempre pareti di pietra o cemento, grigie o bianche, sempre col pavimento di legnacci sconnessi e buttati lì alla cazzo. Ai lati erano tutti capannoni fatiscenti, messi assieme tra pietra, cemento, legna e lastre di ferro, ed erano degli empori o magazzini di roba rara e introvabile. Io e lei cazzeggiavamo, girellando come per caso da turisti, ma stavamo cercando delle maschere. Più che maschere però lì vendevano veri e propri costumi, e qui diventa un po’ difficile da spiegare. Per esempio c’era in esposizione una specie di elmetto da palombaro, con una larga visiera e treccine che cascavano dalla parte posteriore come capelli rasta neri e lucidi di grasso da motore, oppure un altro che sembrava un casco da moto con grossi occhialoni ma fatto di un materiale che cambiava colore in continuazione. E più avanti altri bazar mostravano altre maschere, ce ne erano con grandi specchi a forma di goccia come gli occhi di una mosca e angoli e sporgenze dove non dovrebbero essercene. Quasi tutte le maschere non erano in vendita da sole: una ad esempio aveva delle specie di larghi baffi sporgenti e un tubo dietro che terminava in una bara. Sì, proprio una bara, una cassa da morto insomma. Compri la maschera e compri la bara. Un’altra che ci piaceva sembrava un po’ il casco di Darth Fener o Darth Vader o come diavolo lo vuoi chiamare, solo che aveva insieme anche una specie di largo cappotto rigido di un materiale tipo gomma che terminava in una sorta di piccolo motoscafo. Il venditore ci mostrava tutto, fiero fiero e pronto a concludere ma non avevo idea di come portarmi via un motoscafo io, così passavo avanti.
– E mentre resto indeciso e curioso a sbirciare queste meraviglie mi accorgo che Lei non è più lì con me. l’avevo persa di vista nella confusione e ora mentre la cerco in quei viottoli stretti da pareti di cemento e pietra bianca o grigia mi accorgo che tutti stanno sbaraccando. I venditori ritiravano la merce esposta nei magazzini e sbarravano le entrate, la gente spariva non so dove e le tavole di legnaccio sotto i piedi si spostavano aprendo squarci sempre più larghi sotto i miei piedi. C’erano tizi in maniche di camicia tutti sudati che le stavano togliendo, le sollevavano e se le portavano via. Per le stufe, per l’inverno! Mi ha gridato un vecchio sdentato con un sorriso da ebete. Ed io correvo all’indietro sui miei passi cercando Lei ma anche cercando la maschera giusta, quella che – ne ero certo – avrebbe rimesso tutto a posto. Dovevo trovarla prima che tutti i negozi chiudessero, ma le assi mancavano ormai quasi dappertutto e saltellavo barcollando per evitare le voragini e le assi rimaste ondeggiavano tutte ed erano mezze marce – per questo, ovviamente, non se le erano ancora prese – e cedevano sotto il mio peso e alla fine rovinavo sotto il livello del pavimento, aggrappandomi alle pareti di cemento o pietra bianca o grigia e spezzandomi le unghie nel vivo per frenarmi e là sotto c’erano blocchi di cemento sbrecciato e cavi arrugginiti e tubi di ferro e macerie e calcinacci e l’acqua ribollente che saliva mentre io scivolavo giù. Uno dei tizi che là sopra stavano portando via le assi mi gridava Attento, non nell’acqua! Ma io c’ero già mezzo dentro, e i miei vestiti ne erano zuppi e fumavano – fumavano – mentre io bruciavo, e bruciavo e bruciavo.
– Lana? Sei ancora lì?
Sto bruciando.

Stefano Re © 2009


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Stefano Re

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