05
Ago
09

Tre settimane fa mi sono suicidato

I.

E’ andata così, è così che è andata.

La prima cosa da dire è che no, non ero disperato. Sapete tutte quelle storie sul dolore oh il dolore di vivere e la donna che amo m’ha piantato per mettersi con un gorilla analfabeta o dio non capisco più questo mondo infame? Ecco, non c’entrano un bel niente. Mi sono suicidato perché… beh cazzo dovrei scrivere un racconto solo sul perché, ma questa è solo una introduzione per cui sarò breve e ovviamente incomprensibile: mi sono suicidato perché era anche ora.

Comunque, è andata così, è così che è andata.

Me ne stavo lì in piedi a guardarmi allo specchio, e sì, sì lo so, sono un narciso del cazzo, difatti mi piaceva quel che vedevo. Tranne forse un po’ lo sguardo, tra lo spento e il tristarello – e qui sì, qui c’entrano tutte quelle scemenze dell’introduzione, ma solo per via dello sguardo.

Erano un paio di giorni che vivevo di Adelscott. Fredde ghiacciate, anche perché è l’unico modo in cui siano bevibili. Fredde ghiacciate le Adelscott sono ottime, dico davvero. Ma appena fredde o dio ci scampi meno che fredde, no, non c’è più modo di bersele in santa pace. È che sono dolci, dolci davvero. Dev’essere il malto di whiskey, o forse è solo che sono dolci e questo è un fatto della vita su cui è inutile discutere. Come che fosse, era qualche giorno che vivevo di Adelscott ghiacciate. Avevo praticamente saccheggiato il supermarket, una decina buona di pacchi da tre di bottiglie. Fame zero, sempre nausea, sempre nausea. Avevo anche provato a mangiare qualcosa, tipo tre giorni prima, ma non c’era stato verso di tenerla giù. Nausea, sempre nausea. Mi svegliavo al mattino con la nausea, gironzolavo per il mondo con la nausea, parlavo con gli amici tutto pieno di nausea – sì lo so, io non ho amici, ma in qualche modo dovrò ben chiamare quelli con cui parlo no? – facevo lunghe e inutili telefonate di lavoro con la nausea, sentivo i miei familiari con la nausea, guardavo film che conoscevo a memoria – e dio che belli, che belli sempre che sono stati e sempre saranno, nausea o non nausea – ascoltavo canzoni stupende – sì, stupende, ma sempre con la nausea addosso. E alla fine andavo a letto, con la nausea.

Con la birra, un po’ la nausea si attenuava. Dev’essere che erano dolci, o forse non c’entra niente, ma si attenuava, ed erano tre giorni almeno che vivevo di birre e di nausea. Ma la nausea ce l’avevo da circa quindici anni, le birre ghiacciate da molto meno.

E naturalmente il Jack Daniels. Ho iniziato a bere Jack Daniels… oddio manco lo ricordo, comunque ero molto giovincello, tipo prima dei vent’anni. Non ne ho mai bevuti molti di superalcolici in vita mia, tranne vabbé qualche sera o festa da cazzone studentello con gli amici e tutto il resto. Ma non è che avevo l’abitudine, se ci capiamo. È che i superalcolici non mi hanno mai sbronzato davvero. Cioè quelli veri dico, tipo whiskey. Neppure la birra, ovviamente, a meno che superassi il terzo litro o che fosse, che so, Du Demon o quella merda della Tennents. Io la Tennents proprio non la sopporto.  Metallo fuso in bocca al terzo bicchiere e un trapano alle meningi il giorno dopo. No ragazzi, proprio la Tennents non fa per me. il Jack Daniels invece m’è sempre piaciuto. Ha quel gusto (sì, gusto, non retrogusto come dicono i forbiti) quel gusto un po’ di mandorla senza strafare. Ma forse lo ho sempre bevuto solo perché lo beve anche il buon vecchio Mr. Torrance – Io però vorrei saperlo, chi me lo offre questo drink, Llloyd.

Fatto sta che avevo finito le birre più o meno a colazione. Dico più o meno perché non dormendo quasi mai e non mangiando da un bel po’ non è che facessi davvero colazione o pranzo o cena ma coi tempi occorre ben regolarsi, vi pare? Una trentina di bottiglie in fila come soldatini del plotone d’esecuzione mi guardava senza un filo di colpevolezza dal ripiano del tavolo in cucina. Trasparenti, mi guardavano, alle sei del mattino. E quando il gioco si fa duro, eccetera eccetera. Insomma, eccomi al Jack Daniels a colazione.

Fatto sta che mangiare non se ne parlava. Ma cacare sì, me lo aveva detto un croato una notte che si caca anche se non si mangia. Era stato nel deserto e si chiamava Frank. Faceva il barista in un posto che chiamavo Il Circolino e si era innamorato di Pamela, che poi è finita a bucarsi ed è stato un peccato. Ma questa è tutta un’altra storia e ve la racconterò un’altra volta. È che Frank era stato nel deserto e ad un certo punto non aveva niente più da mangiare e così non aveva mangiato niente per un sacco di giorni di fila. Ma cacare cacava, così diceva: Si caca acqua ma si caca. Beh io non mangiavo soltanto da tre giorni, e ancora non cacavo acqua, cacavo e basta come fanno tutti.

Comunque sia è così che è andata. Guardandomi allo specchio mi sono detto: c’è un momento migliore di questo? Ho trentott’anni, ne dimostro venticinque, il cazzo mi tira ancora anche se solo con la donna sbagliata, sono sano come un pesce anche se fumo quattro pacchetti di sigarette al giorno da secoli – da secoli con una pausa di cinque anni, una bella pausa senza sigarette, ma anche questa è un’altra storia e prima o poi avrà il suo turno. Insomma mi dicevo sono sano e sto benone, sono un fico da paura e mi piace guardarmi allo specchio. Ho vissuto una vita che mi soddisfa in pieno: ho sperato, ho creduto, ho smesso di sperare e di credere. Ho rischiato, ho lottato, ho vinto e ho perso e poi ho iniziato a fottermene di vincere o di perdere. Ho letto, ho osservato, ho capito, ho persino creato, creato, se mi capite. E ho amato, ah sì ho amato. Ho amato fino a frantumarmi il cuore e vederlo scivolare giù per il tubo di scarico del mondo. Ho fatto mille lavori, alcuni anche molto bene, nessuno molto a lungo, che la vita corre veloce. Ho avuto dei gatti e li ho cresciuti e curati, ho insegnato – sì cazzo insegnato davvero. Ho lasciato le mie tracce e persino in vita ho visto chi s’è appassionato a seguirle e renderle sue. Non devo niente più a nessuno: ho sempre pagato tutti i miei debiti, tutti i miei prezzi, dal primo all’ultimo. Ho fatto del male, ho fatto del bene. Ho confuso le due cose e poi ho deciso che non mi serviva un bene e un male più di quanto mi servisse un dio lassù nel cielo, con o senza barba bianca. Da nessuna parte nessuno mi sta aspettando col cuore che batte nell’attesa, chi mi vuol bene ha già avuto da me tutto quello che potevo dargli – oppure non sa che potrei dargli di più il che è la stessa identica cosa. Non ho nessuno che dipenda da me. Io non dipendo da nessuno.

E così guardandomi allo specchio mi sono detto: c’è un momento migliore di questo?

(–>Parte II)


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Stefano Re

Questo Blog raccoglie racconti, riflessioni, illazioni, delazioni e deliri di Stefano Re.

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